Da Marx ad Andrea Zanzotto, il lavoro politico / poetico di Kepler-452 e Anagoor

Ecloga XI (ph: Giulio Favotto)
Ecloga XI (ph: Giulio Favotto)

Il Capitale ed ECLOGA XI presentati al festival Vie 2022

Un fortunato progetto del Teatro dell’Argine ha tentato con successo, negli anni scorsi a Bologna, di coniugare argutamente il termine “Politico” con un altro, apparentemente antitetico, “Poetico”.
La stessa cosa ci è venuta in mente, assistendo a due spettacoli nell’ambito del festival Vie, organizzato da E.R.T, occasione sempre feconda di nuovi sguardi teatrali. Anche qui apparentemente diversi tra loro sono sia i linguaggi utilizzati, sia il contenuto, eppure entrambi sono quanto mai connaturati alla medesima idea di un mondo in disfacimento.

Partiamo da “Il Capitale, un libro che non abbiamo ancora letto” della compagnia bolognese Kepler-452 (di cui già avevamo approfondito la messa in scena in questa recensione) per arrivare poi ad “Ecloga XI” della compagnia veneta Anagoor.

Ne “Il Capitale” Nicola Borghesi ed Enrico Baraldi, scegliendo di mettere in scena la famosa opera di Karl Marx del 1867, decidono, dopo molte ricerche, di entrarvi di petto, senza fronzoli o macchinose spiegazioni, ma andando direttamente nel cuore di ciò che il pensatore tedesco teorizzava.
Per realizzarlo la compagnia vive per alcuni mesi nella fabbrica GKN di Campi Bisenzio, adibita alla costruzione di macchine che producono semiassi, pezzi delle auto che collegano il motore alle ruote.
Il 9 luglio 2021, attraverso un’email, vengono licenziati 422 operai.
Da quel giorno gli operai occupano la fabbrica, istituendo dei turni di guardia per impedire che venga smantellata, e in qualche modo la fanno rivivere, organizzando una mensa, partecipando a cortei e manifestazioni di protesta.
Ma Baraldi e Borghesi fanno ancora di più: convincono Felice Ieraci, operaio addetto al montaggio, Francesco Iorio, manutentore, e Tiziana De Biasio, operaia preposta alle pulizia, di salire sul palco per raccontare direttamente la loro storia, aperta e chiusa dal delegato sindacale Dario Salvetti. Saranno proprio loro ad impersonare l’opera di Marx, per renderla più che mai attuale.


Del resto Kepler-452 non è nuova a questa metodologia drammaturgica: già nel loro primo spettacolo di successo, “Il giardino dei ciliegi, trent’anni di felicità in comodato d’uso”, avevano messo in scena non due attori, ma due persone comuni, Giuliano e Annalisa Bianchi, per testimoniare un’altra profonda ingiustizia, lo sfratto di una casa colonica, concessa in comodato d’uso gratuito dal Comune nella periferia di Bologna.

Così accade il miracolo: senza finzione di sorta, è proprio dalle parole dei tre operai e del delegato sindacale che, senza che noi avessimo mai letto la monumentale opera di Marx, ne comprendiamo i molteplici significati. Comprendiamo cosa significhi vivere per vent’anni in una fabbrica compiendo sempre gli stessi gesti, finché le logiche del Capitale lo hanno permesso, chiudendo il tuo posto di lavoro senza che niente si possa fare o tentare, perché il Capitale, prima o poi, torna a presentare il conto, riducendo ancora e sempre l’essere umano a qualcosa di intercambiabile, come un semiasse appunto.

Ma lo spettacolo è anche una ironica e poetica dissertazione sul concetto di tempo, perché l’interruzione imposta del lavoro, nei giorni dell’occupazione, ha portato giocoforza gli operai della GKN a riconsiderare la propria vita, monitorandola rispetto a un tempo libero finalmente da colmare, in un contrasto difficilmente spiegabile, tra il risentimento per il lavoro perduto e la gioia di un tempo riconquistato.

Il Capitale (ph: Luca Del Pia)
Il Capitale (ph: Luca Del Pia)

Nello spettacolo di Kepler- 452 le confessioni di Felice, Francesco e Tiziana, i resoconti di Dario Salvetti, corredati dalle immagini della fabbrica di Chiara Caliò e da pochissimi componenti di scena (due banchi da lavoro, alcuni semiassi e un megafono), ci colpiscono senza retorica alcuna, in modo autenticamente e dolorosamente teatrale, a volte irrorati da forte sarcasmo ma anche pieni di rabbia e disincanto, caratteristiche che Nicola Borghesi cuce tra loro, mettendovi anche la sua personale visione di spettatore esterno ma assolutamente partecipe.
Il risultato è uno spettacolo che, in mondo profondo e diretto, finalmente riporta il tema del lavoro negato al centro della scena.

Eccoci poi ad Anagoor, che con “Ecloga XI” allude alla raccolta di versi “IX Ecloghe”, che il grande poeta veneto Andrea Zanzotto pubblicò nel 1962, parafrasando quelle sublimi di Virgilio.
Ma dunque, cosa c’entra il lavoro di Anagoor, impostato sulla poesia di Zanzotto, con la fabbrica GKN di Campi Bisenzio? C’entra, c’entra!

Come nel precedente spettacolo, imperniato sul tema del lavoro, anche qui infatti si evidenziano, attraverso un fiume in piena di versi apocalittici, accompagnati dalla potenza delle immagini e da gesti significanti, così come da una lettera colma di pietà e orrore ma per fortuna (alla fine) anche da una visione di speranza, le storture di una società che ha scommesso solo sul profitto, e che ha nel contempo dimenticato la cura per un mondo in cui invece dovrebbe prosperare la natura, e con lei chi la abita.
Poeticamente e politicamente i due spettacoli si mostrano quindi molto vicini, seppur utilizzino metodologie assolutamente diverse nel denunciare queste storture. 
Nel contempo con Anagoor ci viene posta davanti l’impossibilità della poesia, almeno quella finora proposta, di rendere visibili le logiche che hanno stravolto la cura del mondo.

Zanzotto, in “Ecloga XI”, è annunciato subito, addirittura prima che inizi la messinscena, dalle sue potenti parole in dialetto veneto dedicate a Venezia, composte per “Recitativo veneziano”, opera commissionata da Fellini al poeta per il suo Casanova.
Virgilio, poeta amatissimo da Anagoor, si sposa subito con un’altra icona del gruppo veneto, “La Tempesta” del Giorgione.
Leda Kreider e Marco Menegoni vi si trovano davanti, illuminandola, ma nel quadro riproposto al centro del palcoscenico vi è solo la natura, manca la presenza umana, la donna col bambino.

Menegoni intreccia poi i versi di Zanzotto, che non viene mai citato, con la lettera del filosofo tedesco Günther Anders (letta in inglese da Leda Kreider) a Claude Eatherly, l’aviatore che sganciò la bomba atomica su Hiroshima, evocato anche dal poeta di Soligo in una sua poesia.
Ecco poi che l’attore recita anche di Zanzotto, senza enfasi di sorta, “Collassare e pomerio”, il canto di dolore inserito nella raccolta “Fosfemi”, con quella domanda lancinante e ripetuta: “Dimmi quale lingua ho perduto ho collassato”, con cui il poeta confessa l’impossibilità di poter usare la medesima lingua di sempre per parlare di un mondo che non riesce più a comprendere.
Ed è così che Leda Kreider, per testimoniare questa sconfitta, impugnando un pennello intinto nel nero, cancella piano piano l’opera del Giorgione.

Ma davanti a questa resa dell’umanità Anagoor ci regala, alla fine, una sorta di speranza: un vero e proprio tripudio di verde irrora la scena, e la donna che allattava il bimbo nel quadro del Giorgione, per opera di Leda Kreider si fa carne ed ossa, esprimendosi in Petèl, la lingua che in solighese indica il balbettio utilizzato dai bambini al loro primo contatto con la parola.

Simone Derai, che ha curato anche scene e luci, e che ha costruito la drammaturgia insieme a Lisa Gasparotto, ancora una volta crea uno spettacolo per un pubblico attrezzato, che deve – al di là di quello che vede e sente – connaturarsi con tutti i sottotesti presenti nella realizzazione dello spettacolo, non certamente facili da interpretare, ma che il lavoro suggerisce.
Ne sortisce una creazione di stampo performativo, feconda di mille suggestioni, spesso forse troppo chiusa in sé stessa, protesa a rimpiangere un mondo perduto e da ricostruire, colmandolo, se sarà possibile, di nuova bellezza.

Poetico & politico, dunque: nella loro diversità, gli spettacoli di Kepler-452 e Anagoor ci confermano come il teatro, quello che indaga sul presente, attraverso i fragili mezzi a sua disposizione, possa e debba entrare con efficacia nelle viscere delle nostre contraddizioni.

Il Capitale, un libro che non abbiamo ancora letto
Un progetto di Kepler-452
Drammaturgia e regia: Enrico Baraldi e Nicola Borghesi
Con: Nicola Borghesi e Tiziana De Biasio, Felice Ieraci, Francesco Iorio – Collettivo di fabbrica lavoratori GKN
E con la partecipazione di: Dario Salvetti
Luci e spazio scenico: Vincent Longuemare
Sound design: Alberto Bebo Guidetti
Video e documentazione: Chiara Caliò
Consulenza tecnico-scientifica su “Il Capitale” di Karl Marx: Giovanni Zanotti
Assistente alla regia: Roberta Gabriele
Macchinista: Andrea Bovaia
Tecnico luci: Giuseppe Tomasi
Fonico: Francesco Vacca
Elementi scenici realizzati nel Laboratorio di ERT
Responsabile del laboratorio e capo costruttore: Gioacchino Gramolino
Scenografie decoratrici: Letizia Calori
Foto di scena: Luca Del Pia
Produzione: Emilia Romagna Teatro ERT/ TEATRO Nazionale

durata: 1 h 40′

Visto a Bologna, Teatro Arena del Sole, il 13 ottobre 2022
Prima Nazionale


ECLOGA XI

Testi di Andrea Zanzotto
Con Leda Kreider e Marco Menegoni
Musiche e sound design Mauro Martinuz
Drammaturgia Simone Derai, Lisa Gasparotto
Regia, scene, luci Simone Derai
Voce del Recitativo Veneziano Luca Altavilla
La scena ospita un’evocazione dell’opera Wood #12 A Z per gentile concessione di Francesco De Grandi.
Realizzazioni Luisa Fabris
Immagine promozionale realizzata da Giacomo Carmagnola
Organizzazione Annalisa Grisi
Amministrazione Maria Grazia Tonon
Management e Distribuzione Michele Mele
Staff Centrale Fies Marco Burchini, Vania Lorenzi, Sara Ischia
Produzione Anagoor 2022
Coproduzione Centrale Fies, Fondazione Teatro Donizetti Bergamo, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, TPE – Teatro Piemonte Europa / Festival delle Colline Torinesi, Operaestate Festival Veneto

durata: 1h 20′

Visto a Vignola, Teatro Ermanno Fabbri, il 14 ottobre 2022

 

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