“Mazùt” di Baro d’evel: corpi, sogni, materia

Mazùt
Mazùt

La compagnia franco-catalana, diretta da Blaï Mateu Trias e Camille Decourtye, riallestisce una sua storica pièce del 2012 per due nuovi interpreti

Con “mazùt” si indica, dal russo “mazut”, uno scarto povero del petrolio usato come combustibile; pertanto, il titolo dello spettacolo di Baro d’evel, andato in scena al Teatro della Tosse di Genova per la rassegna di danza “Resistere e Creare”, si dà un nome e quindi un’identità in absentia, ovvero identifica se stesso con una sostanza e un concetto (il combustibile e la combustione) che non appaiono mai sulla scena, che sono anzi quanto mai antitetici (apparentemente) alla rappresentazione stessa. Ma vediamo perché.

La scena, una scatola aperta senza sipario, senza quinte e senza uscite, con le luci a vista, è abitata dai due interpreti, Valentina Cortese e Julien Cassier, in abiti da ufficio – forse un professionista e la sua impiegata -, una testa di cavallo in cartapesta, due sedie e due tavoli in legno, tantissime cartine topografiche in bianco e nero, un enorme lenzuolo di carte stropicciate e assemblate.

Abbiamo una coppia di burocrati al lavoro, potremmo dire, che esercitano la loro professione impiegatizia attraverso la forma (il completo da uomo di lui, i tacchetti battenti di lei) e attraverso la sostanza (organizzare, pianificare, spostare, fare fotocopie). Questa dimensione costrittiva, a cui nessuno crede e che si capisce essere destinata a durare ben poco, è costantemente sconquassata dall’inizio alla fine, a più riprese, dal disturbante gocciolìo di una e tante perdite d’acqua dall’alto, gocce che, raccolte in diversi vasi di latta, vanno a creare dal vivo una partitura sonora e ritmica che accompagna i vari quadri.
Non solo l’acqua, ma anche l’inchiostro piove dal cielo, e scrive lettere nere, marcate e gocciolanti appese ad asciugare, per poi macchiare nel finale l’intero fondale di carta, colando in una pioggia nero-bluastra che segnerà di lacrime scure la carta di tutta la scena.

La carta, tanta carta: carta viva, giallina, stampata e stropicciata, è l’elemento materico protagonista di “Mazùt”. Viene ripiegata e assemblata, mossa, bagnata, dipinta e stesa.
L’enorme tappeto di carta addirittura si solleva e prende vita; illuminato dall’alto diventa un solido muro del pianto, poi la vela gonfia di un vascello sulla tempesta, oppure un mare agitato che nasconde i corpi e dal quale emerge, nel momento più iconico dello spettacolo, la testa di cavallo che viene portata in alto, grazie alla maestria fisica e acrobatica degli interpreti, quasi a 4 metri da terra.

Dal momento in cui si abbandona la dimensione dell’ufficio, tutto diventa estremamente surrealista, situazionista, comico in maniera profondamente leggera e delicata.
Si fa fatica a definire il genere di questo spettacolo, ogni etichetta pare poca cosa, perché c’è tutto (danza, circo, acrobatica, teatro fisico, recitazione, parola, musica, canto, illusionismo), ma mixato con gentilezza e gusto.
Pur essendo un allestimento ricco di spunti e di mezzi di realizzazione, emerge una dimensione estremamente intima; ne resta un ricordo piacevole e compiaciuto, quasi un preciso sapore, lieve ma persistente, che riecheggerà nella memoria dello spettatore per molto tempo.

Si oserebbe dire di assistere a un trucco di magia, grazie alla preziosa “artisticheria” e maestria degli interpreti, così come dei compositori, abili nel giocare a smaterializzare la carnalità dei corpi, siano essi vestiti o non, passando per la materia “altra” dal corpo, (la cellulosa della carta, le gocce d’acqua, l’inchiostro), fino all’astrazione non materica dell’onirico, oggettivato nella forma fisica e stilizzata della testa di cavallo in cartapesta, che può essere indossata come una maschera oppure poggiata ad arte come simbolo mistico di divinazione.

Non a caso “Mazùt” è il primo spettacolo della compagnia pensato per i teatri, il primo che esce dal tendone del circo e che non si avvale dell’ausilio dei cavalli (a onor del vero, nelle primissime rappresentazioni era in scena anche un cane), e che, come dichiarazione di intenti, vuole portare in scena una coppia uomo-donna che possa uscire dal cliché romantico della coppia amorosa: una coppia di anime e corpi, in relazione tra di loro quanto con i loro subconsci, splendidamente animaleschi.

Ecco allora che si torna all’assenza: l’assenza del cavallo che si materializza nella sua lirica divinazione, in una celebrazione mistica della creatura ippica, idolo maestoso e bizzarro, attraverso la danza e l’azione di un minotauro “al contrario”, con testa animale e corpo umano. Rito collettivo in cui la partecipazione del vivo pubblico si manifesta continuamente, attraverso le risate, i sospiri, lo stupore.

E poi, l’altro grande assente: il “mazut”, il combustibile. Anche se la scena non viene cosparsa di benzina e data a fuoco, metaforicamente la combustione avviene ogni sera, ad ogni replica: la scenografia, con tutti i suoi supporti in carta, viene montata, allestita, piegata, dispiegata, scritta, bagnata, macchiata e poi distrutta per poi essere ri-creata per la replica successiva; è la rappresentazione stessa a darle vita e a togliergliela; è il teatro, in quanto occasione d’incontro e rappresentazione, ad appiccare quell’incendio. Un fuoco laico, sacro e vivo, che brucia e sfrigola forte al momento degli applausi e degli inchini, per poi assopirsi freddo, in attesa del prossimo incontro.

MAZÙT
Autori e registi: Camille Decourtye e Blai Mateu Trias
Interpreti: Julien Cassier e Valentina Cortese
Collaboratori: Benoît Bonnemaison-Fitte, Maria Muñoz and Pep Ramis
Ideazione luci: Adele Grépinet
Ideazione suono: Fanny Thollot
Ideazione costumi: Céline Sathal
Consulente musicale: Marc Miralta
Ingegnere: Thomas Pachoud
Scene: Laurent Jacquin
Responsabile delle luci: Louise Bouchicot oMarie Boethas
Responsabile del suono: Timothée Langlois o Naïma Delmond
Direzione di scena: Cédric Bréjoux o Mathieu Miorin
Direzione produzioni: Laurent Ballay
Amministrazione: Caroline Mazeaud
Produzione: Baro d’evel
Coproduttori: ThéâtredelaCité – CDN Toulouse Occitanie ; MC93 – Maison de la Culture de SeineSaintDenis ; Teatre Lliure de Barcelone ; le Parvis – scène nationale Tarbes-Pyrénées ; Malakoff
scène nationale – Theatre 71; Romaeuropa festival; L’Estive, scène nationale de Foix et de l’Ariège.
Residenze: ThéâtredelaCité – CDN Toulouse Occitanie ; L’Estive, scène nationale de Foix et de
l’Ariège.
Con il sostegno di DGCA, Ministère de la culture et de la communication, the Haute-Garonne County
Council and the City of Toulouse.
La società è in convenzione finanziaria Ministry of Culture and Communication – Regional Directorate
of Cultural Affairs of Occitania / Pyrenees – Mediterranean and the Region Occitania / Pyrenees – Mediterranean.
Ideato il 3 Luglio, 2012 al Danse Festival di Montpellier
Produzione: Baro d’evel
Coproduttori: Pronomade(s) in Haute Garonne, National Street Arts Centre ; Mercat de les Flors de Barcelona ;
“El Canal” Centre Arts escèniques de Salt – Girona; La Verrerie d’Alès, national arts circus center in LanguedocRoussillon and Montpellier Dance Festival 2012 ; Festival La Strada in Graz (Austria)
Con il sostegno di L’ Animal a L’esquena in Celrà and the national scene of Petit-Quevilly / Mont-Saint-Aignan.
Con l’aiuto di the Ministry of Culture and Communication / Drac Midi-Pyrénées Regional Council of MidiPyrénées and the General Council of Haute-Garonne.

Durata: 1h 05’
Applausi del pubblico: 4’

Visto a Genova, Teatro della Tosse, il 6 ottobre 2023

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