Micro and Macro Dramaturgies in Dance. A che punto è la drammaturgia della danza in Italia?

Un momento del simposio (ph: Alessandra Stanghini)
Un momento del simposio (ph: Alessandra Stanghini)

Anghiari Dance Hub ha proposto un simposio per riflettere, con drammaturghi e studiosi, su una figura ancora poco esplorata nel panorama italiano

In Italia, la riflessione – e l’interesse – per la drammaturgia della danza è ancora in fase embrionale o, come afferma la direttrice artistica di Anghiari Dance Hub, Gerarda Ventura, “la drammaturgia della danza non è praticata e ci sono persone, anche autorevoli, che ritengono non sia utile. Invece, per i giovani autori, è un modo per capire meglio qual è il loro pensiero, come esplicitarlo nella coreografia e capire anche che tipo di trasmissione riescono a ottenere nei confronti del pubblico”.

Così, viene ad avere un ruolo molto importante il simposio che si è svolto il 22 ottobre ad Anghiari, dal titolo “Micro and Macro Dramaturgies in Dance”, organizzato per approfondire e diffondere le conclusioni dell’esperienza, realizzata da Anghiari Dance Hub all’interno del progetto omonimo, vincitore del bando Europa Creativa. Il simposio è stato realizzato nell’ambito dei Progetti Speciali del Ministero della Cultura.

La giornata si è articolata – dopo l’introduzione di Gerarda Ventura, Guy Cools, drammaturgo belga della danza, e Alessandro Pontremoli, professore ordinario di Discipline dello Spettacolo nell’Università degli Studi di Torino – in tre panel che hanno visto protagonisti Cristina Kristal Rizzo, Enrico Pitozzi, docente presso l’Università di Bologna, le drammaturghe Hildegard De Vuyst e Maja Hriešik, la studiosa e dramaturg Piersandra Di Matteo, lo stesso Guy Cools e Matteo Fargion, coreografo e compositore. E all’interno della giornata è stata ospitata anche una performance di Fargion, “The Solo Piece”.


Il drammaturgo della danza rappresenta una figura che, in Italia, si è affacciata relativamente da poco nel panorama degli studi e delle riflessioni sulla danza e sulle figure che partecipano alla realizzazione di uno spettacolo. Tuttavia, proprio uno dei partecipanti al simposio, il professor Pontremoli, già nel 1997 pubblicava il volume “Drammaturgia della danza. Percorsi coreografici del secondo Novecento”: erano anni in cui, in Italia, avvicinare il termine drammaturgia a quello della danza sembrava alquanto azzardato, ma si iniziava ad allargarne l’utilizzo – come dagli anni Novanta avveniva con maggior frequenza all’estero – oltre i più abituali e consolidati ambiti teatrali, grazie anche ad una “metabolizzazione” degli studi di Barba e Grotowski, all’influenza dell’approccio antropologico nello studio delle performance e così via.
Del resto – ci ricorda sempre Pontremoli nel suo articolo “Problemi di drammaturgia della danza” (Il castello di Elsinor, 76, pp. 65-81) – in Europa si iniziò a parlare di drammaturgia della danza addirittura nel 1979, quando Pina Bausch iniziò la sua proficua (e decennale) collaborazione con lo scrittore, coreografo, drammaturgo Raimund Hoghe per il Tanztheater Wuppertal, inaugurando nuove modalità di lavoro anche nel campo della danza, in maniera analoga a quanto stava avvenendo sia oltreoceano che in alcune altre esperienze europee.

Rimanendo in Europa, tra le figure di maggiore rilievo in ambito teorico c’è quella della drammaturga fiamminga Marianne Van Kerkhoven, scomparsa nel 2013, le cui riflessioni sull’argomento sono un punto di riferimento mondiale. E’ lei l’autrice dei concetti di micro e macro drammaturgia.
In uno dei suoi scritti del 1999, intitolato appunto “Of micro and macro dramaturgy”, definisce la micro drammaturgia come “la drammaturgia che si situa attorno a una produzione concreta” e la macro drammaturgia come drammaturgia che si occupa della “rilevanza sociale e della funzione del teatro”, dato che una performance ha comunque attorno a sé una serie di relazioni ed interazioni, a partire da quelle con gli spettatori, ma non solo. Per Van Kerkhoven, il drammaturgo tenta sempre di costruire ponti tra la micro e la macro drammaturgia e assiste gli artisti nel loro sforzo di “leggere il mondo e decifrarne le complessità”.
All’inizio del 1994, quando fu invitata a tenere l’annuale Stato dell’Unione per la comunità delle arti dello spettacolo fiamminga e olandese, parlando di macro e micro drammaturgia, concluse con questa dichiarazione: “Sebbene la mia preferenza sia principalmente per il micro, che significa quelle cose che possono essere afferrate a misura d’uomo, vorrei qui parlare della macro drammaturgia, perché penso che oggi sia estremamente necessario. Potremmo definire la micro drammaturgia come quella zona, quel cerchio strutturale, che sta dentro e intorno a una produzione. Ma una produzione prende vita attraverso la sua interazione, attraverso il suo pubblico e attraverso ciò che sta accadendo al di fuori della sua stessa orbita. E intorno alla produzione c’è il teatro e intorno al teatro c’è la città e intorno alla città, per quanto possiamo vedere, c’è il mondo intero e persino il cielo e tutte le sue stelle. Le pareti che uniscono tutti questi cerchi sono fatte di pelle, hanno pori, respirano”.

È proprio a partire dalle riflessioni teoriche di Marianne Van Kerkhoven che si è articolato il simposio di Anghiari, che ha messo al centro, come sottolinea Gerarda Ventura, “esperienze italiane e straniere”, in un’ottica di riflessione sui legami significativi tra la micro e la macro drammaturgia all’interno della scena della danza contemporanea, “su come l’arte della coreografia, la riflessione drammaturgica e la società siano tre parti di un medesimo triangolo”.

L’approccio italiano alla drammaturgia della danza è più che altro teorico, soprattutto perché la pratica è ancora residuale, non c’è una tradizione consolidata, e questo impedisce un confronto ampio tra diverse metodologie. Infatti, un importante elemento emerso durante la giornata di Anghiari è come non sia necessario impostare un metodo: ogni dramaturg elabora il suo in base alle proprie esperienze e al proprio pregresso e all’artista con cui è in relazione. I dramaturg provengono da esperienze molto diverse tra di loro. Quindi, la differenza più importante tra i diversi panorami è proprio la mancanza di una consuetudine verso la drammaturgia della danza.
Negli esempi ascoltati durante il simposio è emerso, inoltre, che all’estero molta più attenzione è data alla macro drammaturgia in chiave militante, un’attenzione particolare al ruolo che la danza deve avere nelle diverse società, sempre più complesse e interconnesse a livello globale.

“L’esito più importante della giornata – ci racconta Gerarda Ventura – è stata la partecipazione dei sette giovani dramaturg che avevano partecipato al seminario con Guy Cools a Polverigi, che hanno ascoltato tutto il simposio e sono intervenuti alla fine”.

Riguardo alla riflessione critica sull’argomento, Anghiari viene ad essere al momento un unicum nel panorama nazionale – un panorama nel quale i docenti universitari sono tra i pochi ad occuparsi dell’argomento – perché, come sottolinea la direttrice artistica, “oltre a dedicare ogni anno uno dei seminari della residenza alla drammaturgia della danza, abbiamo continuato a svilupparla sia con il progetto europeo, quindi in raffronto con altri giovani dramaturg europei e poi anche con il progetto speciale assegnato dal Ministero della Cultura per cui abbiamo potuto fare un seminario dedicato solo ai dramaturg”.

“È fondamentale – conclude – che si possa andare avanti su questo piano, e infatti i sette dramaturg presenti hanno deciso di creare una sorta di network informale, mentre Piersandra Di Matteo si è detta disponibile a incontrarli via Zoom per continuare ad elaborare l’idea”.

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