Musica rotta: la quotidianità onirica di Psicopompo Teatro

Musica rotta di Psicopompo Teatro
Musica rotta di Psicopompo Teatro
Photo: Simona Caleo
Un codice ermetico, “translucido”, come lo definisce la regista Manuela Cherubini. Che richiede la complicità dello spettatore ed è capace di rovesciarne l’immaginario.
È l’essenza di Fattore KPsicopompo Teatro, di cui abbiamo visto in scena, al Teatro i di Milano, “Musica rotta”, spettacolo che si articola in tre parti: “Luce del mattino in abito marrone”, “Signorine porteñe” e “Lùisa”. Tre pezzi brevi, due monologhi e un quasi dialogo, drammaturgia dell’argentino Daniel Veronese, traduzione e regia di Manuela Cherubini, con gli attori Raimondo Brandi, Patrizia Romeo e Luisa Merloni.

Ciò che caratterizza “Musica rotta” è il presupposto che la vita è mistero, le nostre esistenze inafferrabili, la quotidianità una prigione di vetro. Il che non nega una chance a stelle e desideri.
Non c’è trama. Sono storie dell’anima, evocazioni. Sono sassi nello stagno che scuotono in modi diversi lo spettatore, generando circoli che lambiscono e a volte accerchiano.

Le vicende nascono dalle immagini: quelle che Igor Renzetti e Lorenzo Bruno proiettano sul fondale-schermo cinematografico. È un interno casa, pavimento, letto, termosifone, tavola, oggetti vari: soggettive che commentano, con contrappunti sfumati, quanto accade sul palco. Gli attori sullo schermo sono figure sbiadite. Li ritroviamo in scena quasi uguali. Quasi: perché la vita è complessa, le persone multiformi, gli stati d’animo cangianti con il mutare delle circostanze.


“Luce del mattino in abito marrone” tratteggia una relazione tra un uomo (Raimondo Brandi) e una donna in uno spazio chiuso. Una regia occulta traccia un rapporto che si materializza con circospezione: corpi che si cercano, nel chiarore della luce solare. E un rapporto che non decolla, ma neppure si sfilaccia. Lui e lei mondi, monadi che si sforzano di fare coppia. Si sfiorano senza sforare, senza trovarsi veramente. Due piani narrativi s’inseguono, s’intersecano e separano: presente e passato; prima persona singolare, coinvolta nei fatti, e terza persona, che li narra dall’esterno. Con immagini sfasate rispetto alla storia. Con quel po’ d’assurdo e surreale. Come quando, in un video, il sonoro arriva in ritardo.

Tutta al femminile “Signorine porteñe”. La protagonista è rinchiusa in un rettangolo di luce. È un prototipo femminile che si rivolge a donne più giovani.
Il monologo è ricerca di relazione, rimpianto o slancio velleitario verso un qualcosa d’indefinito. Intorno frullano immagini di una tranquillità a un tempo barriera e finestra sul mondo. La telecamera centrifuga a giri bassi. La vertigine non diventa deliquio. Le nostre case, le nostre cose, ce le portiamo dentro. La vita è prigione soft.
Patrizia Romeo recita immobile sugli arti inferiori. Quelli superiori spaziano, disegnano geometrie. Ravviano i capelli con gesti compulsivi. Il tutto con un filo di voce. Le musiche animano un paradiso artificiale, derelitto, non senza speranza.

“Lùisa” (Luisa Merloni) è una donna svuotata, come la caffettiera riversa proiettata sullo sfondo, su una tavola da sparecchiare. C’è una valigia preparata da anni, verso una partenza, un desiderio, un futuro. C’è una donna sospesa, tra amore materno e desiderio di un uomo, tra vero e falso sé. C’è una sofferenza (“quella notte mi faceva male l’anima”) che non è ancora disperazione. C’è un che d’affetto e rimprovero, sogno e disillusione.
Le luci di Igor Renzetti proiettano un’ombra nera dietro l’abito bianco di Lùisa. Che si sostiene a una sedia-girello, equilibrio instabile tra la bambina che era e la vecchia che sarà.

“Musica rotta” tratteggia lo sdoppiamento di esseri che non sanno liberarsi dei fili invisibili che li trattengono e ne frenano il volo. Sono personaggi irrisolti, schizofrenici, definiti da una recitazione pulita, naturale, senza orpelli, e da uno stile registico, narrativo e visivo, dalla forte componente surrealista. Con sequenze angosciose e oniriche, e un sonoro enigmatico, che ricordano l’arte di David Lynch.

MUSICA ROTTA Tre pezzi brevi, due monologhi e un quasi-dialogo
Luce del mattino in un abito marrone
Signorine porteñe
Lùisa

di: Daniel Veronese
traduzione e regia: Manuela Cherubini
con: Raimondo Brandi, Luisa Merloni, Patrizia Romeo
video: Igor Renzetti e Lorenzo Bruno
consulenza musicale: Ale Sordi

durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 1’ 30″

Visto a Milano, Teatro i, l’8 giugno 2014


 

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