Opera Prima 2025: a Rovigo il teatro interroga il presente

L'immagine simbolo di questa edizione (ph: Marina Carluccio)
L'immagine simbolo di questa edizione (ph: Marina Carluccio)

Massimo Munaro lancia una visione radicale del festival, in programma dall’11 al 15 giugno: “Il teatro non deve chiudersi in fortezze dorate, ma scendere in strada, parlare lingue diverse, ferire e curare insieme”

Una storia ultratrentennale, con fermate e ripartenze. Dal 1994 Opera Prima è un punto di riferimento per il teatro di ricerca italiano e internazionale. Nato a Rovigo grazie al Teatro del Lemming, il festival quest’anno arriva alla sua ventunesima edizione, portando in città artisti e compagnie da tutto il mondo, con spettacoli inediti, prime assolute e progetti coraggiosi.
Al centro, come sempre, la voglia di esplorare l’ignoto e rimettere in primo piano la relazione tra le persone. Ne parliamo con il direttore artistico Massimo Munaro, anima storica del Lemming, in attesa dell’evento, dall’11 al 15 giugno, per capire cosa significa oggi tenere vivo uno spazio culturale indipendente, e perché il teatro continua a contare.

Opera Prima è arrivato alla XXI edizione: se guardi indietro al percorso fatto, cosa pensi sia cambiato di più e cosa, invece, è rimasto fedele alle origini?
Dopo trent’anni è tutto diverso. E’ cambiato il mondo intorno a noi, e così il teatro. Agli inizi il festival offriva sponda a una generazione sul punto di esplodere, che si sentiva esclusa dal sistema teatrale e reclamava con rabbia il suo spazio. Oggi mi sembra che i giovani gruppi siano più propensi a cercare un immediato consenso dalle strutture istituzionali piuttosto che cercare o rivendicare, come era della mia generazione, una propria autonomia o indipendenza. Nonostante ciò, il festival ha continuato a proporsi anche in questi anni come una casa per i nuovi gruppi. Ma non ci è mai interessata l’idea di realizzare una semplice vetrina. Ci interessa un confronto, provare a costruire ponti fra le generazioni. Ce n’è un gran bisogno. Siamo sempre rimasti fedeli allo spirito originario del festival anche per quello che riguarda l’apertura totale alla ricerca e ai nuovi linguaggi del teatro.

Nel comunicato parli di “rischio culturale” come desiderio di incontrare l’ignoto, di non cercare facili rassicurazioni. Cosa significa per te, oggi, assumersi questo rischio come direttore artistico?
Significa proprio questo: aprirsi al nuovo, all’imprevisto, al non etichettabile. Farsi sorprendere. Tutto questo implica la volontà di rimettersi, ogni volta, in gioco. Affidarsi all’intuito oltre che all’esperienza. Non è facile, ma è anche ciò che rende possibile mantenere una certa dose di entusiasmo, fondamentale per superare la frustrazione dei troppi bastoni burocratici e organizzativi che si incontrano per strada. Portare poi il festival in mezzo alla città (poiché molti di questi eventi si offrono all’aperto in spazi urbani), inevitabilmente conduce a un coinvolgimento anche del pubblico casuale dei passanti: è affermare un modo diverso di fare teatro, normalmente obliato, che è anche un modo diverso di intendere la vita. Succede a Rovigo ma in qualche modo credo succeda anche altrove, anche se non dappertutto. L’anno scorso, ad esempio, andando a Venezia per la Biennale Teatro, sono rimasto molto colpito dal fatto che, per poter accedere a uno spettacolo all’Arsenale, dovevo avere già il biglietto, altrimenti mi era preclusa l’intera area: una parte intera e straordinaria della città era di fatto interdetta ai comuni cittadini. L’arte d’avanguardia, invece di dilagare sotto il segno di Dioniso nelle calli e nei campielli di Venezia, si era rinchiusa in una cittadella lussuosa e autoreferenziale separandosi dal corpo vivo della polis. La cosa mi ha lasciato esterrefatto. È l’opposto di ciò che io intendo per rischio culturale, o per la mission che dovrebbe avere un festival.

Massimo Munaro (ph: Marina Carluccio)
Massimo Munaro (ph: Marina Carluccio)

Il programma di quest’anno include tanti artisti e compagnie provenienti da paesi attraversati da conflitti o crisi, come Palestina, Iraq, Russia. Che tipo di dialogo vuoi costruire con il pubblico italiano attraverso queste presenze?
Credo che un altro compito di un festival sia quello di indurci all’incontro e all’ascolto delle differenze. Cerchiamo di fare il possibile perché almeno attraverso il teatro questo possa accadere. Ecco allora che incontrare (e far incontrare fra loro) artisti provenienti da luoghi così distanti per lingua, cultura, costumi, economie, ci avvicina alla comprensione e all’accettazione delle differenze. Ci mette davanti alle ragioni dell’altro. In una piccola città come la nostra, persino sentire parlare, ad esempio ai prefestival collocati in centro, in russo, arabo o anche semplicemente in inglese, disponga le persone, i passanti, alla curiosità di capire cosa stia accadendo attorno a loro.

Avete ricevuto più di 800 candidature da tutto il mondo: come si svolge il processo di selezione e cosa cerchi in un progetto per decidere se portarlo a Opera Prima?
Per fortuna negli anni abbiamo costruito un gruppo di lavoro con cui condividere la visione dei materiali arrivati. Da solo sarebbe impossibile. Condividiamo anche la responsabilità delle scelte. Ciò che cerchiamo è qualcosa che ci sorprenda, ci incuriosisca profondamente e che, se possibile, ci innamori.

Come convivono dentro di te il ruolo di regista e quello di direttore artistico? Ti capita mai che queste due figure si ostacolino o, al contrario, pensi si arricchiscano a vicenda?
Si arricchiscono a vicenda. Come direttore artistico ho sempre pensato però che il festival dovesse ospitare cose molte diverse dalle mie, anche opposte, purché ne riconoscessi l’onestà e la qualità. Sono sempre stato aperto al politeismo delle poetiche, e non condivido quei luoghi tutti orientati a un’unica tendenza, e che magari si limitano ad inseguire la moda del momento.

Molti spettacoli di quest’edizione lavorano sulla relazione tra le persone, sul corpo, sull’imprevisto, sulla fragilità. Secondo te, che bisogno ha oggi il teatro di tornare al centro della relazione umana?
È solo nella relazione, nell’incontro fra umani, che il teatro giustifica ancora oggi la sua necessità. Nell’epoca del mondo come spettacolo, non abbiamo bisogno di essere “intrattenuti” una volta di più, ma di un teatro che cerchi di restituire realtà alle nostre fragili vite.

Oltre agli spettacoli, il festival propone anche il laboratorio critico “Che cavolo guardi?”, con Michele Pascarella. Perché è importante non solo mostrare arte, ma anche allenare lo sguardo critico degli spettatori?
Per me la scommessa del festival, oltre che del teatro che faccio col Lemming, consiste nel cercare di fare uscire lo spettatore dalla passività a cui si è relegati sempre più in ogni aspetto della vita quotidiana. Si tratta di coinvolgerlo in esperienze emotive che costringano a riflettere, a svegliarsi dall’ottundimento generale. Coltivare un pensiero critico è sempre più difficile in questo tempo di sonnambuli.

In che modo la dimensione internazionale del festival ha cambiato negli anni lo sguardo del pubblico di Rovigo e, forse, anche lo sguardo della città stessa o sulla città?
Sinceramente non lo so. Non mi faccio troppe illusioni, ma certo, spero che tutto il lavoro di questi anni qualche piccola trasformazione l’abbia prodotta. Ma non sta a me dirlo.
Quello che so è che il rapporto con il pubblico è sempre stato più che positivo mentre quello con la politica cittadina piuttosto altalenante. Cambiano le amministrazioni e ogni volta si tende a disfare ciò che altri hanno costruito. Naturalmente il festival non è mai un evento neutro. Il teatro che proponiamo fugge dalla pratica del mero “intrattenimento”, ma affronta le questioni ustionanti del nostro tempo: cosa possiamo fare, ad esempio, per opporci alla guerra, alla violenza di genere, alla fragilità e al declinare dei corpi? Di fronte allo sterminio di un intero popolo, può l’arte contribuire a opporsi in qualche modo? Le opere che ospitiamo, poi, spesso propongono linguaggi e modalità poco usuali o rassicuranti, che a qualcuno, di questi tempi, possono dare fastidio. Ma pensiamo che questo sia il valore di un festival, anche in una piccola città come la nostra: porre domande, prendere parte, affermare una differenza. Il risultato è che Opera Prima è sempre stata esposta a perenne precarietà, nonostante la sua storicità e il riconoscimento decennale da parte del Ministero, cosa più unica che rara per il nostro territorio. In particolare, quest’anno l’amministrazione cittadina ci ha tagliato pesantemente le economie. Così, anche se siamo orgogliosi dell’edizione che siamo riusciti a realizzare, siamo stati costretti a ridurre il numero di eventi.

Se dovessi raccontare a un giovane spettatore perché vale la pena venire a Opera Prima, cosa gli diresti?
Vieni ad Opera Prima se vuoi conoscere il giovane teatro di oggi e il teatro che si affaccia sul domani!

Guardando, appunto, al futuro: che sogni o desideri hai per le prossime edizioni? Quali direzioni ti piacerebbe ancora esplorare?
Mi piacerebbe aumentare la dimensione multidisciplinare del festival, sempre in direzione di costruire ponti generazionali: trovare il modo di accoppiare un giovane gruppo a un maestro della scena. Ma ci vorrebbero risorse che al momento non abbiamo.

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