“L’Edipo dei Mille”. Per Teatro del Lemming 30 anni di tragedia dei sensi

Edipo
Edipo

Riproposta, ad Opera Prima 26, la performance per uno spettatore solo che ha segnato l’identità della compagnia

Per tutta la durata di Opera Prima 2026, mentre spettacoli, incontri e dibattiti scandivano le giornate del festival, nei sotterranei delle Due Torri di Rovigo continuava a compiersi un rito silenzioso. Uno spettatore alla volta. Nessuna platea. Nessuna possibilità di assistervi dall’esterno. Nessuna fotografia in grado di raccontarlo davvero.

Trent’anni dopo la sua creazione, “Edipo. Tragedia dei sensi per uno spettatore” continua a interrogare chi vi partecipa con la stessa radicalità degli esordi. Ma la presenza di questo lavoro al festival non aveva soltanto il valore di una ripresa celebrativa. Al contrario, la scelta del Teatro del Lemming è stata quella di trasformare un anniversario in una domanda sul futuro.

Che cosa significa trasmettere un’opera teatrale? Nel teatro la risposta appare meno scontata di quanto sembri. Un testo di Pirandello può essere riallestito infinite volte perché esiste una scrittura che sopravvive ai suoi interpreti. Più complesso è immaginare la trasmissione di opere fondate sull’esperienza, sulla presenza, sulla relazione tra corpi. Nessuno penserebbe di poter riprodurre semplicemente uno spettacolo del Living Theatre leggendo un copione.

L’Edipo dei Mille nasce precisamente dentro questa questione. Per i trent’anni dello spettacolo, Massimo Munaro ha deciso di riattivare un progetto pedagogico già sperimentato negli anni scorsi a Venezia e Vicenza, affidando un gruppo di giovani attori alla guida di Diana Ferrantini, storica interprete del Lemming. Un gesto significativo perché il passaggio di consegne riguarda non soltanto gli attori ma anche la funzione della guida.
Munaro sceglie infatti di sottrarsi alla regia diretta del progetto, lasciando che il patrimonio di pratiche e di conoscenze accumulato in tre decenni venga trasmesso attraverso altre persone.

La scommessa appare particolarmente delicata perché Edipo non è semplicemente uno spettacolo del repertorio del Lemming. È il lavoro-manifesto della compagnia, quello che più chiaramente ne contiene la visione del teatro. Dal 1996 a oggi migliaia di spettatori hanno attraversato questa esperienza.
Più di recente, il progetto veneziano del 2021 aveva coinvolto cinque gruppi di studenti che agivano simultaneamente in altrettanti luoghi della città, incontrando in dieci giorni circa cinquecento spettatori. Pochi giorni dopo la conclusione di Opera Prima, il lavoro sarebbe partito nuovamente per la Polonia, confermando una vitalità che raramente accompagna opere così longeve.
La sua forza risiede probabilmente proprio nella natura anomala del dispositivo.

Lo spettatore entra da solo. Viene invitato a lasciare gli oggetti che appartengono alla vita quotidiana: telefono, orologio, scarpe, borsa. Non è soltanto una necessità pratica. È una soglia simbolica. Una progressiva spoliazione che sospende identità sociali, ruoli e abitudini per consentire l’ingresso in un altro territorio. Da quel momento l’esperienza procede senza che nulla venga spiegato.
Lo spettatore viene bendato. Attraversa stanze, odori, suoni, contatti, respiri. Incontra figure che sembrano emergere dal mito e dalla memoria personale. L’enigma della Sfinge, la voce dell’Oracolo, il richiamo di Giocasta, il popolo che supplica il re, la discesa agli inferi, la rivelazione finale.
Tutto accade però senza rappresentazione. O meglio: accade dentro il corpo di chi partecipa.

La grande intuizione di Edipo consiste infatti nel rovesciare la posizione tradizionale dello spettatore. Non è più colui che osserva il protagonista. È il protagonista. L’unico Edipo possibile è chi attraversa il percorso. Per questo gli attori non devono apparire. Le loro identità restano nascoste, persino al termine dell’esperienza. Non c’è saluto finale, non c’è riconoscimento reciproco, non c’è applauso. Tutto converge sulla centralità assoluta dello spettatore. Una scelta che modifica radicalmente anche il ruolo dell’attore. L’interprete non è chiamato a esibirsi ma a condurre. Più che mostrare qualcosa deve accompagnare qualcuno. Più che rappresentare deve ascoltare. La sua presenza assomiglia a quella di una guida, un traghettatore capace di orientare il percorso senza imporsi su di esso.

In questa prospettiva il lavoro pedagogico realizzato dal Lemming assume un valore particolarmente interessante. Ciò che viene trasmesso ai giovani attori non è una tecnica da replicare, né una sequenza di azioni da eseguire correttamente. Viene trasmessa piuttosto una responsabilità. La responsabilità dell’ascolto. Perché un lavoro come questo vive costantemente sull’orlo dell’eccesso e della sottrazione. Basta troppo poco per risultare invasivi, troppo per risultare enfatici. Richiede precisione, disponibilità, capacità di adattamento. Richiede soprattutto umiltà. È forse questo il lascito più importante che emerge dall’esperienza dell’Edipo dei Mille: l’idea che il teatro non sia il luogo dell’affermazione dell’attore ma quello della sua messa a disposizione.

Nel cuore dell’opera resta naturalmente il mito. Per i Greci vedere e conoscere coincidevano. Edipo è colui che cerca la verità e che proprio per questo scopre la propria cecità. La sua vicenda continua a parlarci perché mette in scena una domanda che nessuna epoca ha mai smesso di formulare: chi sono io? L’enigma non riguarda soltanto il destino del re di Tebe. Riguarda ciascuno di noi.
Quanto delle nostre azioni ci appartiene davvero? Quanto siamo liberi? Chi muove le nostre mani? Da dove provengono i desideri che ci abitano? E che cosa accade quando la ricerca della verità ci conduce verso zone di noi stessi che preferiremmo non vedere?

In “Edipo. Tragedia dei sensi per uno spettatore” queste domande non vengono spiegate. Vengono vissute. È forse questa la ragione della sua persistenza. In un tempo in cui il teatro tende spesso a commentare il mondo, il lavoro del Lemming continua invece a costruire esperienze. Non offre interpretazioni ma attraversamenti. Non produce spettatori informati ma persone coinvolte. Trent’anni dopo, il suo gesto più radicale continua a essere lo stesso: chiedere a qualcuno di chiudere gli occhi per vedere meglio.

L’EDIPO DEI MILLE
Con gli allievi: Grazia Miscia, Matteo Fraschetti, Monica Attianese, Margherita Antonini, Barbara Cavaliere, Alessio Pucci
guidati dall’attrice: Diana Ferrantini
drammaturgia, musica e regia: Massimo Munaro

Durata: 30′

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