Reporters de guerre. Il reportage teatrale di Sébastien Foucault sulla guerra in Bosnia

Reporters de guerre (ph: Françoise Robert)
Reporters de guerre (ph: Françoise Robert)

La stagione del Piccolo Teatro di Milano aperta da uno spettacolo che sviscera le tensioni etniche nei Balcani ma non solo

C’è un tratto comune nei lavori sulla guerra di artisti come il belga Sébastien Foucault, lo svizzero Milo Rau (suo maestro) o il portoghese Tiago Rodrigues. C’è la volontà e la capacità dell’arte di fare un passo indietro rispetto alla cronaca, rinunciando a ogni effetto di spettacolarizzazione.

Il teatro-realtà di questi autori europei è la cifra di un approccio civile che è sempre più difficile incontrare in Italia, patria del Verismo e del Neorealismo, dove serpeggia in fondo la paura che un eccesso di naturalismo possa finire per rinnegare l’essenza stessa dell’arte. Motivo in più per non perdere “Reporters de guerre”, lavoro di Sébastien Foucault che ha aperto la stagione del Piccolo Teatro di Milano.

“Reporters de guerre” riapre le ferite della guerra in Bosnia ed Erzegovina (1992-1995) nell’attuale Europa lacerata dal conflitto russo-ucraino. Foucault ha incentrato le indagini su Sarajevo e Zagabria. È tornato sui luoghi del conflitto con Françoise Wallemacq, giornalista di RTBF, che ripercorre i tragitti dei suoi reportage. È lei in persona che troviamo sul palco, in compagnia di Vedrana Božinović, giornalista bosniaca diventata attrice, e Michel Villée, addetto stampa di Medici Senza Frontiere diventato burattinaio. Insieme trasformano vecchi resoconti in oggetti artistici, simboli concreti di un tempo mai morto. I tre protagonisti sfogliano l’album dei ricordi per invitarci a lottare contro l’oblio.


Trent’anni fa l’assedio di Sarajevo rubava l’innocenza al Vecchio Continente dopo quasi cinquant’anni di pace. Ora, a una generazione di distanza, morte e distruzione seminano ancora dolore nei nostri notiziari e percuotono le nostre coscienze. E c’è in più l’incubo della catastrofe nucleare.

I massacri di Tuzla e Srebrenica del 1995 ci parlano delle fosse comuni di Bucha, Mariupol e Izjum, recentemente scoperte in Ucraina. Attraverso gli eccidi perpetrati dall’esercito serbo in Bosnia, scorgiamo in controluce i crimini compiuti dai soldati russi nel Donbass. «Tutta la storia è storia contemporanea», osservava Benedetto Croce.

Sébastien Foucault usa il mezzo teatrale per mettere in discussione la rappresentazione stessa della violenza. Contando sulla padronanza di diverse tecniche espressive, gli interpreti trasformano il palco del Piccolo Teatro Grassi in uno studio radiofonico, che si rifà in qualche modo al modello di “Hate Radio” di Milo Rau. Lì si ricostruiva il genocidio ruandese con un iperrealismo che stigmatizzava la componente cinica e sanguinaria del genere umano. Qui si va in cerca delle ragioni economiche e di potere che stanno dietro ai conflitti balcanici. Facendo uso di corposi flashback, regrediamo fino alla morte nel 1980 del presidente jugoslavo Tito, per analizzare lo sfaldarsi di uno stato e di un popolo. Sarajevo, “la Gerusalemme balcanica”, divenne teatro di scontri, assassinii e stupri su uomini e donne che fino a prima della guerra erano stati buoni vicini di casa e migliori amici.

Guidati da Foucault, intersecando francese, bosniaco e inglese, Wallemacq, Božinović e Villée sviscerano le tensioni etniche balcaniche, accennando anche a quelle presenti altrove, ad esempio in Belgio, preda di suggestioni separatiste tra fiamminghi e valloni. In “Reporters de guerre” si fa spesso uso dello storytelling per dare corpo a sensazioni ed emozioni. Le guerre si assomigliano tutte, ma ogni dolore è diverso.

Il confronto con diverse modalità di rappresentazione consente di rivelare i principi e le tecniche usate da Foucault. Soprattutto, incrociare giornalismo e teatro aiuta a sviscerare i retroscena e i crimini di una guerra che continua ad avvelenare il nostro immaginario, in un momento di forte crisi delle organizzazioni internazionali e di aumento dei nazionalismi, con la stessa Italia che vira verso il sovranismo.

In questo teatro degli oggetti, compare anche una marionetta. È un espediente per entrare nel vivente attraverso ciò che vivente non è. Accediamo alla realtà tramite deviazioni, anche per attraversare la morte. Il mezzo della radio ne attutisce l’impatto. Crea una cornice ovattata e intima per la narrazione, esorcizzando il sensazionalismo di mezzi come la tv, internet, e persino un certo tipo di cinema e teatro contemporaneo intriso di voyeurismo impudico.

REPORTERS DE GUERRE
di Sébastien Foucault, Julie Remacle et ensemble
drammaturgia Julie Remacle
regia Sébastien Foucault
con Françoise Wallemacq, Vedrana Božinović, Michel Villée
ricerche Sébastien Foucault, Françoise Wallemacq, Vedrana Božinović, Michel Villée, Mascha Euchner-Martinez, Mirna Rustemovic, Maxime Jennes, Nikša Kušelj
scene Anton Lukas
luci Caspar Langhoff
suono Kevin Alf Jaspar
produzione Que Faire? Asbl e Théâtre de Liège
in coproduzione con Kunstenfestivaldesarts, Tandem Scène Nationale Arras-Douai (France),
Théâtre Les Tanneurs, NTGent
con il sostegno di Théâtre & Publics, IIPM, Teatro Nazionale di Zagabria (Croazia),
Tax Shelter del governo federale del Belgio, Inver Tax Shelter e RTBF
con il supporto di Ministère de la Fédération Wallonie Bruxelles – Service Théâtre & Démocratie ou Barbarie (Décret-mémoire)
spettacolo in francese, inglese e bosniaco, con sovratitoli in italiano

durata: 2 h senza intervallo
applausi del pubblico: 3’40”

Visto a Milano, Piccolo Teatro Grassi, il 27 settembre 2022

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