Le parole del teatro si fanno di carne ed ossa: tre autori per tre testi di oggi

Parole in carne ed ossa

Parole in carne ed ossaAncona apre le porte alla drammaturgia contemporanea per rivelare alcuni tra i più significativi autori dell’attuale panorama teatrale italiano. Un’occasione di incontro e confronto con la migliore drammaturgia nazionale che diventa corpo vivo, agito e parlato direttamente da chi quelle parole le ha scritte.

È Parole in carne ed ossa – 3 autori, 3 facoltà, 3 testi di oggi, il ciclo di letture del progetto Testo 08/09 organizzato dal Teatro Stabile delle Marche e Riccione Teatro, in collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche, libreria Feltrinelli di Ancona e l’Amat.

La piccola rassegna, gemellata idealmente con le facoltà storiche dell’università del capoluogo marchigiano ed ospitata per intero nei locali della libreria Feltrinelli, è stata inaugurata giovedì scorso dall’incontro con Edoardo Erba. L’autore, nato a Pavia nel 1954 e considerato un brillante talento, già tradotto e rappresentato in molti Paesi, ha presentato il suo “In treno con Albert”, la storia di un viaggio in treno e dei suoi passeggeri letta da Edoardo Erba e Silvia Mazzotta, preceduti da una introduzione di Sonia Antinori e Nicoletta Robello.
Siamo nel 1895. Alla stazione ferroviaria di Milano, una domenica di primavera, sulla carrozza di seconda classe del treno per Genova accade qualcosa di strano. Un presunto furto crea scompiglio fra i viaggiatori, tre giovani ragazze e la severa zia, un ragazzo mal vestito, il ferroviere, il tenente e la sua giovane leva imbranata, la signora De Canistris, oltre ad un giovanissimo studente tedesco di fisica chiamato Albert Einstein diretto a Pavia, dove si è recentemente trasferita la famiglia. Tra presunti colpevoli ed innocenti, rivelazioni e supposizioni, ecco che la fisica corre in aiuto e spiega tutto. O quasi.
Una scrittura delicata e misurata che restituisce vividità ad ogni personaggio, mescolando le smorfiette dei più giovani occupanti del treno a formule matematiche disegnate sui vetri appannati, sbuffi di vapore e polvere dei velluti. Perfetto il gemellaggio con la Facoltà di Ingegneria, i cui studenti – seduti tra il pubblico assieme agli allievi della Scuola del Teatro Stabile delle Marche – commentavano con sorrisi compiaciuti la perfezione drammatica delle formule matematiche.


Il prossimo appuntamento, giovedì 21 maggio sempre alle 18,30, sarà per “Il sorriso di Daphne” di Vittorio Franceschi, in collaborazione con la Facoltà di Medicina. Il professor Vanni, brillante e sarcastico botanico costretto ormai su una sedia a rotelle, e l’apprensiva sorella che lo assiste daranno luogo, attraverso la lettura dello stesso Franceschi, a divertenti battibecchi in stridente contrasto con l’inesorabile peggioramento della malattia. Una studentessa, trovando nell’anziano professore il suo mentore e il grande amore, dopo vari appassionati colloqui di botanica e di sentimenti, acconsentirà a somministrare a Vanni la linfa velenosa e mortale di Daphne, una pianta esotica del Borneo scoperta dal professore. Ma egli, nonostante la malattia, sarà ancora troppo vitale al momento della scelta della morte: prevenire il peggio sembra voler assecondare il desiderio di un meditato suicidio, ancora non giustificato dalla situazione.

La rassegna si chiuderà il 28 maggio con “Il feudatario” di Letizia Russo, in collaborazione con la Facoltà di Economia. A leggere il testo gli allievi del secondo anno della scuola di avviamento al teatro dello Stabile delle Marche.
Letizia Russo, tra le migliori nuove leve della drammaturgia nazionale, ha reinventato la lingua e l’intreccio del “Feudatario”, un testo minore e poco rappresentato di Carlo Goldoni, offrendo una sorta di farsa nera, livida, crudele, ferocemente e irrimediabilmente pessimista. La storia dell’ottuso nobilotto che va a prendere possesso del feudo lasciatogli in eredità dal padre, e per non perderlo si trova costretto a sposarne l’aspirante legittima proprietaria, Rosaura, viene trasformata dalla Russo in una sorta di truce spaccato mafioso o camorrista, nel quale l’amministratore Pantalone è una sorta di viscido e autoritario capobanda, Rosaura è una prostituta, i vispi contadini sono brutali picchiatori, mentre il genitore morto del ragazzo è il padrino finito probabilmente ammazzato.

Un’occasione per confrontarsi con uno degli aspetti più vivi e controversi del teatro, quello della scrittura per la scena, che sta attraversando un momento di grande vigore ed apertura. Momenti di dibattito non solo con gli autori, ma anche con studiosi, allievi e “teatranti” in genere, per cogliere  e carpire quella magica alchimia che trasuda dalla parola scritta, ma pensata in carne ed ossa.

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