Prendre Soin. Nella macelleria sociale di Alexander Zeldin l’umanità può sopravvivere

Prendre soin (ph: Jean Louis Fernandez)
Prendre soin (ph: Jean Louis Fernandez)

Al Metastasio di Prato, precarietà e isolamento, ma anche tenerezza e solidarietà per parlare dell’insicurezza del lavoro ai giorni nostri

E’ la prima nazionale di “Prendre Soin” (prendersi cura) ad aprire la stagione 25/26 del Teatro Metastasio di Prato. Un lavoro davvero intenso e potente firmato dal regista e autore britannico Alexander Zeldin, una delle figure più interessanti del teatro europeo contemporaneo.
Si tratta di un riallestimento di uno spettacolo del 2014 (“Beyond Caring” il titolo originale), prima parte di una trilogia sulle disuguaglianze, seguito da “Love” (2016) e “Hope, Faith and Charity” (2019). Il nuovo titolo è nato assieme all’idea di un allestimento francese, dopo che il regista britannico si è traferito a Parigi.
Lo spettacolo, costruito dopo un periodo di indagine diretta, in Gran Bretagna, con impiegati come addetti alle pulizie con contratti “a zero ore”, ha da poco debuttato al Théâtre National de Strasbourg. 

Siamo in una macelleria industriale. Quattro lavoratori notturni, impiegati per le pulizie attraverso un’agenzia di lavoro interinale, si incontrano per la prima volta e dividono spazi di lavoro e di riposo. Sono tra loro estranei. Il loro compito è pulire, secondo tempi e modi ben stabiliti: ogni quattro ore fanno una pausa, e anche in bagno non si può stare più del tempo concesso. Mangiano, si parlano, qualcuno legge un libro o ascolta musica dallo smartphone.
C’è sempre un responsabile a controllarli e a pretendere indefesso rendimento, in ogni momento. Sempre di più.

Quando finiscono il turno è giorno, vanno a casa o a svolgere altri lavori. Apparentemente rimangono degli estranei, rette parallele destinate a non toccarsi mai, immersi nelle loro esistenze laterali.
Tuttavia, a poco a poco, le barriere si infrangono e il bisogno di interagire emerge, prepotente e irrefrenabile, creando un contatto.

In una pièce caratterizzata da pochi dialoghi, asciutti ed essenziali, quasi non ci fosse tempo per parlare, emergono varie figure. C’è l’uomo maturo che fugge dalla realtà leggendo libri, c’è la ragazza malata che fa di tutto pur di tenersi stretto l’impiego, c’è la donna incattivita e sospettosa che non esita a trafugare il cibo di una collega, e c’è la giovane che cova uno spirito ribelle ma che si dimostrerà più desiderosa di altri di un vero contatto umano.

Seduti sulle nostre poltrone di spettatori, complice anche l’imponente scenografia di Natasha Jenkins, ci sentiamo diretti osservatori, quasi fossimo spie, di un universo quanto mai reale e realistico, fatto di sfruttamento e solitudini. La scenografia è infatti perfetta nel suo rappresentare una parte della fabbrica che a momenti è spogliatoio, in altri spazio di lavoro.

Gli attori Nabil Berrehil, Patrick d’Assumçao, Charline Paul, Lamya Regragui, Bilal Slimani e Juliette Speck sono bravissimi nell’impersonare questi lavoratori alla ricerca di un impiego, qualunque esso sia, ma soprattutto di denaro, soldi da cui dipende la loro stessa esistenza.
In mezzo a queste persone – che magari incontriamo tutti i giorni, ma delle quali poco o niente sappiamo, squarci nella realtà che ci circonda di cui non ci accorgiamo – fanno capolino “desideri, necessità, gesti di umanità e tenerezza, un sottobosco di altruismo che sembrerebbe impossibile da scovare”.

Nella parte finale dello spettacolo, quando fanno la loro comparsa sul palco le attrezzature da pulire, che sono servite a produrre un tipo particolare di salsiccia, con i piccoli lacerti di carne cruda – avanzi della lavorazione – sparsi ovunque, improvviso e subitaneo è il rimando al lavoratore quale elemento/ingranaggio, sempre più schiacciato in un tritacarne in perpetua brama di velocità, tempi ridotti e produttività, a scapito di un’umanità che si vorrebbe escludere, cancellare, quasi che chi viene assunto debba comportarsi come un’unità di produzione, come cantavano anni fa i CSI e come ci ricordano spesso le pellicole di Ken Loach.

PRENDRE SOIN
testo e regia Alexander Zeldin
aiuto regia Kenza Berrada
scenografia e costumi Natasha Jenkins
disegno luci Marc Williams
disegno del suono Josh Grigg
movimenti Marcin Rudy
con Nabil Berrehil, Patrick d’Assumçao, Charline Paul, Lamya Regragui, Bilal Slimani e Juliette Speck
produzione Compagnie A Zeldin
in coproduzione con Théâtre National de Strasbourg, Teatro Metastasio di Prato, Théâtre des Célestins, Le Volcan – Scène Nationale du Havre
con la partecipazione artistica di Jeune théâtre national

durata: 1 h 30’

Visto a Prato, Teatro Metastasio, il 26 ottobre 2025
Prima nazionale

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