Romaeuropa 2012. Attesa per l’autunno romano

Romaeuropa festival 2012

Romaeuropa festival 2012“All that we can do”. Tutto ciò che possiamo fare: non si può certo dire che il Romaeuropa Festival cerchi di nascondersi alla crisi, visto che, della necessaria moderazione di questi tempi, decide addirittura di fare uno slogan.

L’edizione 2012 della più ricca e interessante manifestazione teatrale romana si presenta così, nella sala stracolma dell’Opificio Telecom. Le sedie esaurite e le tante persone in piedi testimoniano quanto il Romaeuropa sia diventato, nel corso della sua ventennale storia: un punto di riferimento ineludibile e affidabile per la rete culturale della capitale.
Basta dare un’occhiata ai credits sul catalogo per rendersi conto delle dimensioni raggiunte dall’evento: oltre ai patrocini delle istituzioni più importanti e del Ministero per i Beni Culturali, Romaeuropa riesce nel raro intento di mettere d’accordo Regione Lazio, Provincia di Roma e Roma Capitale, ottenendone il sostegno al di là dei dissidi fra le giunte; collabora con l’Auditorium della Conciliazione, il MACRO, l’ex GIL di Trastevere, Radio Tre, l’Accademia nazionale di Santa Cecilia, il Teatro di Roma (con cui, dopo un periodo di freddezza, si sono tornati a intensificare i rapporti), l’Eliseo e una decina di ambasciate.
In sintesi, il Romaeuropa Festival può vantare le solide grucce di quasi tutti i più grandi e importanti poli della cultura romana. Senza dimenticare la partnership con Telecom, uno sponsor la cui importanza è sottolineata dalla presenza alla conferenza stampa anche del Presidente Esecutivo Franco Bernabè.

Insomma, se davvero fossimo al punto di non riuscire a organizzare un festival di alto livello pur disponendo di una macchina organizzativa del genere, forse dovremmo guardarci attorno per sincerarci di non essere nell’URSS brezneviana o semplicemente su un satellite di Giove privo d’atmosfera.
Dico questo non certo per accusare di bulimia Romaeuropa, che deve quel che ha alla professionalità dei suoi dirigenti e a tanto lavoro: come ha ricordato Massimiliano Civica, l’organizzazione di Romaeuropa permette a un regista l’inedito privilegio di potersi dedicare soltanto alla parte artistica dello spettacolo; un sogno per chi è abituato a lavorare in Italia.

Però, se di “All that we can do” vogliamo parlare, allora il pensiero va molto di più a tutti quegli organizzatori, critici, artisti, che in contesti piccoli e meno canonizzati fanno davvero tutto ciò che possono, e lo fanno spesso con cifre irrisorie, se non per vero e proprio volontariato.

Ecco, se la crisi è innegabile e con i tagli devono fare i conti tutti, compresi i teatri più grandi (se n’è parlato nei giorni scorsi in relazione allo Stabile di Torino, ad esempio), non si può dimenticare che il metro della gravità della morsa alla cultura devono essere le realtà minori e meno sponsorizzate, perché sono queste le più fragili e le più esposte ai tagli, e sono queste la garanzia migliore contro l’appiattimento sulle grandi città.

Come ha detto proprio il Presidente di Telecom Barnabè, in Italia non c’è solo da colmare il ‘digital divide’, ma anche il ‘cultural divide’: c’è da mantenere viva l’alternativa all’inurbamento per chi vuole seguire la cultura d’eccellenza, permettendo a un pubblico vasto di accedere a un contenuto di nicchia. E lo si fa non solo con le nuove tecnologie e lo streaming (che anche quest’anno Romaeuropa sperimenterà con Metamondi) ma appunto difendendo chi ha meno potenza organizzativa e sostegno politico.

Ma veniamo al programma, vastissimo anche quest’anno. Il direttore del festival Fabrizio Grifasi ribadisce che a Romaeuropa interessa erodere la separazione fra opera, esecutore ed interprete, superando le frontiere e le distinzioni di genere: la naturale conseguenza, allora, è il prevalere di artisti oscillanti fra musica, teatro, danza e teatro-danza.

Noi ne citiamo solo alcuni: il programma completo è consultabile sul sito della Fondazione. Si comincia il 26 settembre al Teatro Argentina – forse per suggellare la ritrovata intesa – con Akram Khan e il suo nuovo spettacolo “Desh”. Il giorno dopo il Palladium ospiterà “Il rimedio della fortuna”, un promettente cortocircuito fra arti, stili, tempi e generi: dal Medioevo ad oggi, grazie alla collaborazione fra l’ensamble Sentieri Selvaggi, l’arte visiva di Masbedo e un’attrice del calibro di Fanny Ardant.
Dal 5 al 7 ottobre all’Eliseo ci saranno le coreografie caustiche e d’impegno civile di Constanza Macras, con “Here/After”.
Non servono presentazioni per Bill. T. Jones, che festeggerà con un programma apposito i trent’anni della compagnia fondata con Arnie Zane (12 e 13 ottobre all’Auditorium della Conciliazione), mentre il 14 ottobre presenterà in prima europea al Teatro Eliseo “Story/Time”; quest’ultimo spettacolo è inserito, assieme ad altri concerti e performance, all’interno di un bell’omaggio che Romaeuropa tributa a John Cage, in occasione dei cent’anni dalla sua nascita. Al Vascello, il 17 e 18 ottobre, ci aspettano invece le coreografie del maestro Virgilio Sieni.

Il cuore italiano di Romaeuropa è affidato a nomi consolidati come Massimiliano Civica (“Soprattutto l’anguria”, all’Argentina il 13 e 14 ottobre), Ricci/Forte (“Imitationofdeath”, al Vascello dal 24 al 28 ottobre) e Città di Ebla (“The dead 2012”, Palladium, 23-24 ottobre). Dal 19 al 21 ottobre è da tenere sott’occhio la rassegna DNA (Danza Nazionale Autoriale). Davvero imperdibile, all’Argentina dal 15 al 18 novembre, l’ultimo lavoro di un artista di fama mondiale come William Kentridge: “Refuse the hour”.

E non dimentichiamoci della nuova edizione di Digital Life, ospitata negli spazi di Ex GIL, MACRO e Opificio Telecom; questo festival nel festival è in costante crescita, e per darne un’idea basterà citare tre nomi: Sakamoto, Forsyte e Jan Fabre.

Insomma, davvero tanta roba, che vi invitiamo ad approfondire perché il programma di eventi e progetti collaterali è davvero sterminato. Una ricchezza per tutta l’Italia, Romaeuropa: auspicando però che chi di dovere non si dimentichi di tutti quei piccoli e densi formicai teatrali che si sfiancano e affannano, senza di cui neppure il più grande festival nazionale potrebbe sperare di esistere.
 

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