Siegfried: David McVicar prosegue alla Scala “L’anello del Nibelungo”

Ph: Brescia/Amisano – Teatro alla Scala
Ph: Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

Alexander Soddy dirige con maestria le cinque ore di spettacolo

Dopo “L’Oro del Reno” e “La Valchiria”, eccoci oggi al “Sigfrido” (Siegfried), il terzo dramma musicale della tetralogia “L’anello del Nibelungo” di Richard Wagner, che il Teatro alla Scala ha meritoriamente deciso di regalarci in questi ultimi due anni, e che si concluderà nel febbraio del 2026 con “Il crepuscolo degli dei”.

L’opera debuttò il 16 agosto 1876 al Festspielhaus di Bayreuth, quando venne rappresentata per la prima volta per intero tutta la tetralogia.
Nel bellissimo finale della Valchiria avevamo visto come il capo degli Dei, Wotan, avesse dovuto punire la figlia Brunilde che aveva disobbedito ai suoi ordini, facendo in modo che Siegmund risultasse vincitore nel duello contro il perfido Hunding, condannandola a cadere in un sonno perenne, da cui poteva essere svegliata non da un mortale qualsiasi, ma solo da un eroe superiore a lui nella forza. Così, su una montagna circondava il suo sepolcro da un mare di fiamme. Ed è a questo punto che la musica del finale preannunciava l’arrivo di Sigfrido, il figlio dei due fratelli Siegmund e Sieglinde, il futuro eroe che tenterà di liberare il mondo dal male.

All’inizio del terzo capitolo vediamo dunque Sigfrido, allevato dal perfido nano Mime, il fratello di Alberich, che vuole servirsi del ragazzo per uccidere Fafner, che lo possiede per impossessarsi dell’anello.
Il problema è che servirebbe una spada: il ragazzo però finora ha rotto qualsiasi spada che Mime ha tentato di fabbricargli. Il nano intanto racconta a Sigfrido il segreto della sua nascita, di come avesse trovato nella foresta sua madre Sieglinde, che era morta dandolo alla luce, e come lei gli avesse dato i pezzi rotti di Nothung, la spada magica.

Nella storia ritorna Wotan, travestito da viandante (Der Wanderer), che dopo aver risposto correttamente ad alcuni indovinelli proposti dal nano, scommette con Mime la sua testa se saprà rispondere lui ad altri tre. Mime acconsente: Wotan gli chiede di dirgli il nome della razza più cara al padre degli Dei, il nome della spada che potrà distruggere Fafner, e infine il nome di chi potrà forgiarla. Mime ovviamente non conosce la risposta al terzo, ed è allora che, pur salvandogli la vita, gli predice una sciagura: “Colui che non conosce la paura potrà riforgiare Nothung, e sarà anche colui che ucciderà Mime”.
Vedremo in seguito che Sigfrido riuscirà a ri-forgiare la spada e che il nano, avendo paura di venire ucciso, come nella profezia, tenterà di avvelenarlo.

Della partita è anche il drago Fafner, mostrato da Mime al ragazzo per fargli imparare cosa sia la paura. Mentre Sigfrido è in attesa che Fafner si mostri, il ragazzo è attirato da un bellissimo uccello e cerca di imitare il suo verso con una canna, ma senza successo. Dopo una breve lotta il Drago verrà ucciso da Sigfrido con Nothung.
Prima di morire, Fafner chiede a Sigfrido il suo nome e lo avverte di guardarsi dal tradimento. Quando Sigfrido estrae la lama dal corpo del drago ne assapora inavvertitamente il sangue; in questo modo riesce a comprendere il canto dell’uccello che gli suggerisce di prendere, dall’antro del drago, l’anello e il Tarnhelm, l’elmo magico che consente di mutare forma e divenire invisibili. Ricompare Mime, e Sigfrido si lamenta con lui perché ancora non ha imparato cosa sia la paura. Ansioso di mettere mano sull’anello, Mime offre perfidamente al giovane il veleno, ma tra i poteri del sangue del drago vi è anche quello di leggere il pensiero, perciò Sigfrido capisce le intenzioni del nano e lo uccide.
Prima però vi è stato un lungo e acceso scontro tra Alberich e il fratello Mime, e tra Alberich – deciso a riprendersi l’anello – e Wotan.
Sigfrido così comprende anche ciò che il misterioso uccello della foresta racconta di una donna addormentata su una roccia circondata dal fuoco. Sigfrido, pensando di poter forse apprendere il significato della paura da costei, si dirige verso la sommità della montagna.

Ed eccoci al terzo atto. Ogni atto è introdotto da un sipario nero, sul quale appare una specie di drago dall’occhio infuocato, circondato da un anello.
Wotan, che si sta avvicinando al sepolcro della figlia, evoca la moglie Erda, la dea della terra, alla quale confessa di non temere più la fine degli Dei, e che vuole lasciare la sua eredità a Sigfrido e alla loro figlia, Brunilde: Sigfrido compirà l’impresa che redimerà il mondo.
Giunge Sigfrido, che non riconosce il nonno vestito da viandante, e gli spezza la lancia con un colpo di spada. Con estrema pazienza, Wotan ne raccoglie i pezzi e scompare.
Così Sigfrido finalmente arriva al sepolcro infuocato di Brunilde e lo attraversa. Rimossa l’armatura, si accorge sorpreso che è una donna, un essere a lui sconosciuto, e ne ha finalmente paura. Allo stesso tempo se ne sente attratto, e alla fine bacia Brunilde, svegliandola dal sonno. Anche la Valchiria, che all’inizio esita, è poi vinta dall’amore di Sigfrido, e rinuncia al mondo degli Dei con lui. E l’opera finisce con il loro canto: “Leuchtende Liebe, lachender Tod” (“l’amore lucente e la morte ridente”).

David McVicar, che cura anche le scenografie con Hannah Postlethwaite, continua in modo essenziale ed inventivo ad immaginare il mondo wagneriano, mescolando fiaba e mito in perfetta sintonia con le prime due giornate del Ring.

Il primo atto è ambientato nella spelonca di Mime, dove vive e lavora il nano, insieme al figlioccio Sigfrido, che ha salvato nella foresta, di cui in fondo si vedono le propaggini. Da una parte quindi si nota la cucina, in cui Mime sta “tirando la pasta”, e dall’altra la fucina, con in alto un grande mantice e un’incudine, dove Sigfrido forgerà la nuova spada.
McVicar punteggia in modo molto gustoso il rapporto tra il nano e l’eroe, con momenti di tenerezza – in verità subdola – di Mime, e di feroce derisione di Sigfrido, come quando gli mette in testa una pentola o quando si tura le orecchie con un cuscino per non più sentirlo. Il regista caratterizza il nano come un essere asessuato, un po’ padre e un po’ madre, con indosso scarpe col tacco, sempre pronto ad urlare e chiedere perdono.
Molto coinvolgente e famoso il finale di questo atto, in verità assai statico in quanto diviso in tre unici blocchi narrativi, dove alla preparazione della spada viene contrapposta quella del veleno con cui Mime vorrebbe uccidere il ragazzo.

Il secondo atto è posto in una foresta, resa dall’intrico di grandi alberi, in cui si intravedono figure minacciose che le luci di David Finn riescono in modo molto efficace (ma ancor di più nell’atto seguente) a rendere misteriose.
Fondamentale, in questo atto, il teatro di figura, con Fafner reso come un enorme teschio con braccia e coda, mosso da diversi animatori. Ecco poi un performer che, con una lunga asta, porta in scena un uccellino, con l’interprete Francesca Aspromonte munita di cresta che lo segue.
Infine, alla morte del mostro, riappare il gigante Fafner, che avevamo già conosciuto nell’“Oro del Reno”, con tanto di manone e maschera col già citato riferimento al teatro del Bread and Puppet. Intravediamo anche l’uomo-cavallo (Grane) con il supporto in metallo e il muso di cavallo.

Ph: Brescia/Amisano – Teatro alla Scala
Ph: Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

Tra i momenti musicali più belli dell’atto rimangono impressi lo struggente ricordo di Sigfrido per i genitori, la sua lotta con Fafner, e il canto dell’uccellino, con alla fine l’eroe che si avvia verso la montagna infuocata.

L’inizio del terzo atto, tra le nebbie, è contrassegnato da una grande sfera-mappamondo da cui esce Erda, la Madre Terra, per il suo ultimo confronto con Wotan.
Per arrivare poi al finale in cui ritroviamo, delimitato sul fondo da una parete rocciosa, la grande faccia di pietra di Erda, che contiene dentro di sé un altrettanto enorme mano, e dove scorgiamo con la sua corazza illuminata, un’ancora dormiente Brunilde. È lì che arriva l’impaurito Siegfried, il quale, a quella vista inusitata non sapendo più che fare (con bella e tenera intuizione di McVicar) si accoccola tra le braccia della Valchiria che, inizialmente dubbiosa, alla fine lo abbraccia.

Bellissimo, dal punto di vista musicale, l’arrivo di Sigfrido dopo il confronto con Wotan, reso con il giusto mistero da McVicar, che cura in modo dolcissimo anche il risveglio della Valchiria, a cui segue un duetto, in verità per noi troppo lungo seppur variegato nei tanti sentimenti espressi.

Complessivamente una regia apprezzabile, a cui concorrono i video e le proiezioni di Katy Tucker, che illustrano con giusta misura, di volta in volta, le atmosfere, insieme alle coreografie di Gareth Mole.
I costumi di Emma Kingsbury, che si pongono senza riferimenti temporali, in una natura ancora selvaggia, vivono soprattutto di colori scuri, con qualche eccezione per Mime e Alberich, e per la tunica blu-azzurro di Brunilde dormiente.

Per quanto riguarda le voci, ancora da lodare l’interpretazione di Michael Volle, un autoritario Wotan, ma paternamente consapevole che gli Dei abbiano ormai fatto la loro parte, che amorevolmente lascia spazio all’umano Sigfrido e alla figlia Brunilde (“Siegfried e Brünnhilde eredi del mondo”).
Il tenore Klaus Florian Vogt, anche se dato come sofferente, ha offerto invece un’ottima prova per il suo Sigfrido, sia nei momenti più eroici, sia negli slanci più sentimentali verso Brunilde che gli appare per la prima volta, sia nel ricordo appassito, ma sempre presente, dei suoi genitori.
Camilla Nylund è una eccellente Brünnhilde nel suo interminabile duetto finale, da cui traspaiono tutte le cangianti emozioni: dalla sorpresa all’amore, sino alla consapevolezza del suo nuovo ruolo. Veramente bravissimo Wolfgang Ablimger-Sperrhacke, nell’ambigua e difficilissima parte di Mime, in cui fa trasparire tutta la finta volgare bonomia del personaggio.
Da ricordare anche l’Alberich di Olafur Sigurdarson, e Christa Mayer come sofferente Erda, Madre Terra. Un plauso speciale per l’unica italiana sul palco, Francesca Aspromonte, che dà consona e squillante voce all’uccellino che porterà Sigfrido dalla sua Brunilde.

La recita a cui abbiamo assistito è stata diretta da Alexander Soddy, che è stato assistente della direttrice d’orchestra Simone Young, che aveva condotto le repliche precedenti. Soddy è stato accolto, con merito, da vere ovazioni dopo le cinque ore di spettacolo, grazie alla sua capacità di entrare con autorevolezza nella partitura, approfondendo con perizia tutti i temi che Wagner fa trasparire, dalla tonante e furiosa scena della fusione di Nothung, ai suoni cavernosi e terribili dell’incontro con il drago mostruoso, sino alla glorificazione dell’amore, nell’idillio tra i due giovani che salveranno il mondo, e di cui avremmo un bisogno urgente anche noi oggi.

Siegfried (Der Ring des Nibelungen)
Richard Wagner
Seconda giornata, in tre atti

Direttore ALEXANDER SODDY
Regia DAVID MCVICAR
Scene DAVID MCVICAR E HANNAH POSTLETHWAITE
Costumi EMMA KINGSBURY
Luci DAVID FINN
Video e proiezioni KATY TUCKER
Coreografia GARETH MOLE
Maestro arti marziali / prestazioni circensi DAVID GREEVES

Cast:
Siegfried Klaus Florian Vogt
Mime Wolfgang Ablinger-Sperrhacke
Der Wanderer / Wotan Michael Volle
Alberich Ólafur Sigurdarson
Fafner Ain Anger
Erda Christa Mayer (6, 9, 21 giu.) / Anna Kissjudit (13, 16 giu.)
Brünnhilde Camilla Nylund
Stimme des Waldvogels Francesca Aspromonte

Orchestra del Teatro alla Scala
Nuova Produzione Teatro alla Scala

durata: 4h 57′ circa inclusi intervalli

Visto a Milano, Teatro alla Scala, il 21 giugno 2025

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