Da Lola Arias a Jeton Neziraj: il teatro dove la realtà perde la maschera

Negotiating peace (ph: Luca Del Pia)
Negotiating peace (ph: Luca Del Pia)

Lagartijas Tiradas al Sol e Agrupación Señor Serrano, fra i protagonisti del festival LIFE 25, trasformano la scena in strumento d’indagine e resistenza

Che cosa resta del teatro quando smette di recitare e inizia a guardare? Quando rinuncia alla finzione e si confronta con la carne viva del reale?
È da qui che parte il “LIFE Festival”, ideato da Zona K e dalle sue direttrici artistiche Valentina Kastlunger e Valentina Picariello, la cui seconda parte si è conclusa a Milano il 21 giugno tra la stessa Zona K, il Teatro Fontana e l’Out Off.
Un progetto che, ispirandosi alla leggendaria rivista americana “LIFE” – simbolo del fotogiornalismo capace di raccontare il Novecento senza sconti – aggiorna quello sguardo all’oggi, non per illustrarlo, ma per forzarlo, spiazzarlo, ripensarlo.

Il cuore della rassegna sta proprio in questo movimento: usare la scena come lente critica, come specchio rotto, come spazio dove far esplodere le contraddizioni del presente. E questa seconda tranche del festival lo ha fatto con quattro lavori coraggiosi: “Reas” di Lola Arias (Argentina), “Centroamérica” del collettivo Lagartijas Tiradas al Sol (Messico), “The Mountain” di Agrupación Señor Serrano (Spagna) e “Negotiating Peace” di Jeton Neziraj (Kosovo). Opere diversissime, eppure unite da un’urgenza comune: restituire al teatro la sua funzione originaria – essere luogo in cui la realtà si interroga, si smonta, si rifonda.

Con il docufilm “Reas”, la cella diventa palcoscenico, la memoria coreografia, la musica liberazione. È il cuore pulsante dell’ex carcere di Caseros a Buenos Aires, trasformato da Lola Arias in un’arena di sogni, ferite e desideri. Ex detenute e persone trans, che hanno vissuto in prima persona la brutalità del sistema penale argentino, si mettono in gioco, recitando se stesse e i propri aguzzini, rompendo il ruolo di vittime e riscrivendo la propria narrativa.
Yoseli, Nacho e Noe – nomi e corpi veri – non interpretano ruoli: li abitano. Lo fanno attraverso un lavoro ibrido e folgorante che unisce re-enactment, voguing, rock, cumbia e teatro sociale. I loro racconti non sono solo denuncia, ma scintille di immaginazione che squarciano il grigiore delle sbarre. Vogliono evadere, sì, ma non solo dal carcere: anche dalle gabbie dell’identità imposta, della marginalizzazione, dello stigma.
“Reas” è tutto tranne che un classico dramma carcerario. Arias rifiuta la retorica del dolore fine a sé stesso. Non ingabbia la realtà, ma la libera. I corpi si muovono, danzano, cantano – e in quei gesti, già visti e imposti, si innestano nuove possibilità. Il musical non è ornamento, ma linguaggio vitale. Una canzone pop racconta il sogno di Yoseli di andare a Parigi, una cumbia ironizza sul controllo carcerario. Ogni numero musicale è un atto di resistenza.
Il film ha un’anima profondamente politica, senza essere didascalico. Arias mette in discussione il sistema penale, la sua incapacità di riconoscere le identità queer e la sua violenza sistemica. Eppure “Reas” non si chiude nella rabbia: guarda avanti, alla costruzione di comunità transfemministe, alla possibilità di reinventarsi, di sostenersi a vicenda quando le istituzioni falliscono.
Girato dopo la pandemia, con ex detenute finalmente libere non solo fisicamente ma anche simbolicamente, il film diventa un atto di riappropriazione artistica e personale. È un’opera che fa risuonare la vita nelle crepe della prigione. E quando parte la musica, non è solo intrattenimento: è emancipazione. Unico nel suo genere, “Reas” è un manifesto queer, un musical politico, un abbraccio collettivo. Da vedere, ascoltare, ballare.

Un'immagine da Reas (ph: Luca Del Pia)
Un’immagine da Reas (ph: Luca Del Pia)

“Centroamérica”, nuovo lavoro del collettivo messicano Lagartijas Tiradas al Sol, parte dall’esilio forzato di una donna nicaraguense per aprire una riflessione più ampia sulla memoria politica del continente latinoamericano.
Non è solo uno spettacolo, ma un mosaico vivo di testimonianze, viaggi, immagini, dolori personali e strutture storiche che ancora modellano il destino dei Paesi centroamericani. I Lagartijas costruiscono un viaggio che fonde video, documentari, narrazione dal vivo e invenzioni teatrali, dando voce a una regione troppo spesso ignorata, anche dai suoi stessi vicini.
L’operazione è anti-narrativa eppure coinvolgente: non c’è un arco drammatico tradizionale, ma un accumulo di storie, immagini, archivi, confessioni e riflessioni. La scena si colora di tappeti, sipari dipinti, costumi, schermi e proiezioni, in un linguaggio visivo che ricorda tanto il cinema quanto il teatro povero. Eppure tutto serve a interrogare il pubblico, a disturbare la visione passiva.
L’America Centrale, tra paradisi naturali e catastrofi umane, emerge come un laboratorio del futuro: terra di rivoluzioni e dittature, giungle impraticabili e canali artificiali, criptovalute e sfollamenti. Confini come il Darién Gap o la frontiera militarizzata del Messico diventano simboli fisici di un isolamento che è anche culturale. Il Messico, ricordano i protagonisti, ha voltato le spalle al sud, preferendo guardare agli Stati Uniti.
Ma “Centroamérica” non è solo denuncia. È anche una riflessione su come si possa agire politicamente attraverso la scena. I Lagartijas si assumono la responsabilità di entrare nella vita della donna protagonista, aiutandola nel concreto. Da lì immaginano che ogni piccolo gesto, anche teatrale, possa essere forma di riparazione.
In definitiva, “Centroamérica” è uno sguardo decentrato che sfida l’ignoranza e costringe a vedere un mondo vicino eppure invisibile, con una lente insieme affettiva e analitica, poetica e militante.

Centroamérica (ph: Luca Del Pia)
Centroamérica (ph: Luca Del Pia)

Cosa succede quando la verità diventa un orizzonte sfocato? “The Mountain“, della compagnia catalana Agrupación Señor Serrano, tenta di rispondere con un dispositivo scenico sofisticato e spiazzante. Tre i fili narrativi: la scomparsa dell’alpinista George Mallory sull’Everest nel 1924, la radio-invasione aliena di Orson Welles nel 1938, e la figura di Vladimir Putin come simbolo della manipolazione dell’informazione contemporanea.
Il risultato è una macchina teatrale che mescola performance dal vivo, teatro d’oggetti, droni, videomapping, deepfake. L’effetto è ipnotico e straniante. Lo spettatore si ritrova immerso in un flusso visivo dove il reale si dissolve nell’illusione.
Ed è proprio qui che “The Mountain” colpisce: non offre risposte, ma interrogativi. In un mondo dove ogni dato può essere manipolato, cosa significa sapere? Quanto siamo disposti a dubitare?
Certo, la densità formale può generare sovraccarico. Ma è un rischio calcolato, che riflette la nostra relazione attuale con l’informazione: ansiosa, confusa, satura. In questo senso, lo spettacolo è anche una metacritica dei media. Una parabola sul disorientamento cognitivo.

Un enorme orsetto da incubo introduce il pubblico nel surreale teatro dei negoziati dove la pace è parola-spettro e il conflitto un’abitudine. È “Negotiating Peace”, nuova commedia satirica di Jeton Neziraj, diretta con sfrontata inventiva da Blerta Neziraj e portata in scena da un ensemble internazionale di undici nazionalità dalla Polonia all’Albania, dal Kosovo alla Serbia alla Norvegia. Un’esplosione visiva e verbale che fa del caos il suo manifesto, e della farsa il proprio linguaggio politico.
Siamo dentro un reality geopolitico fra telecamere indiscrete, diplomatici in crisi di ego e negoziati assurdi. I paesi immaginari di Mikistan e Banovina diventano caleidoscopio universale delle finte trattative tra Kosovo e Serbia, ma anche di tutte le pacificazioni fallite: Oslo, Dayton, Rambouillet, fino al conflitto tra Russia e Ucraina.
Neziraj costruisce una parabola amara, in cui la diplomazia è gioco di maschere impolverate e slogan a effetto. Gli attori litigano in aula e fraternizzano dietro le quinte con whisky e compromessi. La pace? Un pretesto. La negoziazione? Una masturbazione narcisistica collettiva. Il regista diventa voyeur spietato con telecamere dal basso, luci acide e balletti grotteschi da cabaret post-traumatico.
In questo circo si alternano costumi sgargianti, scene sadomaso, dialoghi surreali e perfino una performance da attivista ambientale versione rockstar, più attenta all’apparire che alla causa. Slogan fluorescenti, maschere d’oro, cocaina, abbracci finti e alleanze fasulle smontano il meccanismo della “pace in convenzione”, trattata come una quota da spartire al tavolo dei cinici.
A impreziosire il lavoro, nel finale arriva un reportage asciutto del giornalista Angelo Miotto sulle guerre degli ultimi decenni – dalla prima del Golfo in poi – che inchioda lo spettatore a una memoria più cruda, fuori dalla satira. Come se lo spettacolo, dopo il carosello, spegnesse il trucco e ci obbligasse a vedere le crepe. E a sentire le vittime.
Il nodo è proprio lì: i sopravvissuti e la gente comune sono assenti da questi vertici da salotto. Le loro voci non vengono ascoltate. E quando la pace è imposta senza l’ascolto del dolore, resta una farsa. “La guerra finisce quando si smette di sparare, ma la pace non comincia finché non si parla con chi ha sofferto”, sembra gridare lo spettacolo in ogni nota.

In questa seconda parte, “LIFE” ha confermato la sua vocazione a farsi spazio critico, politico e poetico, dove il teatro cerca di smuovere senza retorica.
“Reas” e “Centroamérica” ricordano che dietro ogni statistica ci sono corpi che hanno sofferto, resistito, trasformato il dolore in gesto. “The Mountain” ci fa sentire la vertigine della complessità e del dubbio. “Negotiating Peace” ci sbatte in faccia la maschera crudele della politica internazionale, chiedendoci fino a che punto siamo disposti a credere allo spettacolo della pace.
Per un mese e mezzo, dal 7 maggio al 21 giugno, “LIFE” è stato un dispositivo scenico capace di fare del teatro uno strumento di pensiero, un’arma gentile, uno spazio di responsabilità. E, in un tempo in cui l’informazione rischia di diventare rumore, e Paesi come Usa, Iran, Israele e Russia propongono scenari da terza guerra mondiale, “LIFE” ci invita a tornare a un ascolto profondo, reale. Scomodo e necessario.

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