All’Opera di Roma “Suor Angelica” e “Il Prigioniero” firmati Bieito & Mariotti: quando è la musica a guidare

Il Prigioniero, in scena Ángeles Blancas (Madre) e Mattia Olivieri (Prigioniero) ph: Fabrizio Sansoni -Opera di Roma
Il Prigioniero, in scena Ángeles Blancas (Madre) e Mattia Olivieri (Prigioniero) ph: Fabrizio Sansoni -Opera di Roma

Corinne Winters e Mattia Olivieri protagonisti del dittico che celebra, oltre a Puccini, anche i 50 anni dalla scomparsa di Dallapiccola

Si conclude all’Opera di Roma il progetto “Trittico ricomposto”, intrecciato intorno al centenario di Giacomo Puccini e pensato insieme al Festival Pucciniano di Torre del Lago: nelle ultime tre stagioni ogni atto unico del celebre “Trittico” è stata affiancata a un altro titolo del repertorio primonovecentesco. Lo scopo evidente è quello di far sollevare nella partitura del Lucchese, attraverso l’accostamento a lavori che, apparentemente, suonano più “contemporanei”, più “spinti”, questioni musicali che sarebbero parse, ascoltando le tre opere nel loro hortus conclusus, di più difficile emersione.

Come si vedrà, l’operazione è riuscita anche quest’anno, così come era riuscito l’accostamento del “Tabarro” con “Il castello del Principe Barbablù” di Bartók, andate in scena nella stagione 22/23, che aveva evidenziato il “versante espressionista” dell’opera pucciniana (ad affermarlo Michele Mariotti, direttore musicale del teatro e interprete dell’intero ciclo) e quello tra “Gianni Schicchi” e “L’Heure espagnole” di Ravel dello scorso anno, che aveva reso, secondo lo stesso Mariotti, “più morbide” le sonorità dell’opera buffa.

Le ragioni che, sulla carta, uniscono i due lavori di questa stagione, “Suor Angelica” e “Il Prigioniero” di Luigi Dallapiccola parrebbero diverse e partono da un’affinità tematica che non può sfuggire. Tanto la suora costretta alla clausura per aver generato fuori dal matrimonio, quanto l’eretico torturato e rinchiuso nelle carceri dell’Official di Saragozza soffrono, com’è evidente, la privazione della libertà. Tanto l’una quanto l’altro ricevono una visita, che riaccende in loro la speranza di riconquistarla: l'”inesorabile” zia Principessa e il Carceriere, che illude il protagonista chiamandolo “fratello”; entrambi saranno ancor più dolorosamente disillusi, tanto da andare incontro alla morte.

Ma mentre la lotta interiore di Suor Angelica è un dolore tutto individuale, in cui le critiche sociali partono da una prospettiva tutta borghese, la vicenda del Prigioniero (come molti personaggi del teatro novecentesco egli non ha nome) porta su di sé il peso di tutti i martoriati dal potere, ed è latore di un esplicito messaggio universale contro la repressione e la violenza verso le idee. D’altronde “Il Prigioniero” si può inserire in un trittico, che si apre con i “Canti di prigionia” (Roma, 1941) e i “Canti di liberazione” (Colonia, 1955). Ma non va dimenticato anche un terzo elemento tematico che accomuna i due lavori, e che giocò un suo ruolo nell’accoglienza burrascosa della prima dell’opera di Dallapiccola al Maggio Musicale Fiorentino nel 1950, cioè una Chiesa violenta e repressiva, capace di ridurre al carcere e di spingere con il proprio operato entrambi, paradossalmente, alla morte e alla dannazione: il Prigioniero sul rogo, Angelica suicida (al netto della grazia della Madonna nel finale).

Suor Angelica: Corinne Winters (Angelica) e Marie-Nicole Lemieux (Zia Principessa) ph: Fabrizio Sansoni -Opera di Roma
Suor Angelica: Corinne Winters (Angelica) e Marie-Nicole Lemieux (Zia Principessa) ph: Fabrizio Sansoni -Opera di Roma

Calixto Bieito, al suo debutto nel teatro romano, non si fa sfuggire quest’ultimo punto. Il convento di Angelica è molto simile a una casa di contenzione: la Badessa, incarnata dall’impressionante Annunziata Vestri, una menade, una figura che ricorda certe donne di Emma Dante, è preda di crisi di isteria dalla quale raramente riemerge, e segna il palco di un passo inquietante, e diverse altre monache evidenziano tic e disturbi, una di loro addirittura sembra partorire in scena. Mentre i due Sacerdoti, che nel libretto di Dallapiccola incrociano la fuga del protagonista, sono qui agghindati da inquietanti cardinali ciechi, i cui bastoni somigliano molto a delle spranghe.
Per il resto, il catalano concepisce un’unica struttura scenica (di Anna Kirsch) per le due opere, una piattaforma centrale rettangolare che occupa buona parte dello spazio scenico, lasciando libera la ribalta e tre corridoi laterali.
Le suore del convento vi si muovono (è il giardino della prima scena dell’opera e rimane lì anche nella seconda, tutt’attorno si muovono le sorelle, vi affondano più volte le mani, al recupero di un rapporto con la terra, oltre il candore dei loro abiti). Nel “Prigioniero” la piattaforma si solleva rivelando uno spazio oscuro sottopalco, mostrano nella sua superficie inferiore un soffitto di plafoniere a rischiarare il carcere del protagonista e l’abisso che lo ingoierà nel finale, mentre scenderà a costruire l’illusorio giardino nel quale egli crederà di essere riuscito a fuggire.

Ma non è la scenografia l’unico elemento di continuità tra i due lavori, altri sconfinamenti si hanno sulla scena, ad esempio una portantina con il corpo piagato del Prigioniero attraverserà la scena durante l’opera pucciniana.

In generale il rapporto con il libretto si mantiene moderatamente tradizionale e non vi è in nessuna delle due opere stravolgimento della trama, mentre molti dei dettagli presenti nelle pagine di Forzano sono ignorati o elisi. Questioni minori, per intenderci, ad esempio delle conquiste delle suore cercatrici, “Olio […] Nocciole, noci” ecc. non vi è traccia, per non parlare dell’apparizione del bambino e del “miracolo” finale, che per questa Angelica non si compie.
Le parole di Dallapiccola sono meno eluse, ma meno c’è da eludere, al netto delle didascalie, in un’opera più simbolica in cui il quotidiano non ha cittadinanza. Comunque, lo spazio scenico impedisce che si ricrei il passaggio non trascurabile della porta lasciata appositamente aperta dal carceriere, e, per il resto, nessun elemento è in scena nella seconda opera, a esclusione della trovata di una grossa radice tronca, non così diversa da quella di “The prisoner” di Peter Brook e Marie-Hélène Estienne.

In generale, però, nessuna delle due messe in scena lavora contro l’opera; ne sono, al contrario, un’interpretazione personale lontana dal realismo, ma alla ricerca di un senso unitario in ciascuna. Curiosamente, un’opera molto centrata su un’individualità come Suor Angelica riceve dal complesso lavoro sulle masse sceniche del coro e sulla scena (che per quinta e fondale ha una struttura a elementi verticali, come una cancellata, oltre la quale ulteriori figure si muovono moltiplicando le presenze) un’interpretazione più corale, in cui Angelica non è mai sola. Al contrario, il coro interno del “Prigioniero” è mantenuto fuori dalle quinte, come da partitura, e così la tragedia del carcerato rimane solitaria, allucinata e senza sponde di comunità.

Ma il segno più evidente di questa produzione è musicale, e dà senso al progetto nel suo complesso. Con la stessa logica delle prime due “ricomposizioni” del trittico, accennata in apertura, qui Mariotti sospinge a trovare un incontro musicale, apparentemente impossibile, due opere ben più distanti dei trent’anni che le separano.
La seconda è costruita su tre serie dodecafoniche ma è capace anche di accogliere pezzi chiusi, e ha una struttura rigidamente simmetrica. La prima è più libera strutturalmente, ignora l’idea di una forma a priori, include momenti di canto di conversazione e altri strazianti e drammatici, in generale con un’orchestra sfumata nei toni e controllata nei tempi. Ma la scrittura quadrata del “Prigioniero” è poi nella sua materia più vicina al lirismo di Berg che alle rigidezze weberniane, e così Mariotti non si lascia sfuggire l’occasione di lavorare a una maggiore cantabilità tanto del palco che della buca. E contemporaneamente in Puccini non manca di far emergere nella scrittura orchestrale quelle pur minime “rotture” timbriche che, solitamente, in quest’opera sono tenute a bada, attenti come si è alle screziature più delicate e ai lievi panneggi coloristici; una Suora, si potrebbe dire, non meno espressionista che impressionista, più tedesca che francese; e un Prigioniero più da “recitar cantando” che da sprechgesang.

Se è evidente come la freddezza dell’impostazione registica di Bieito e le luci statiche e fredde di Michael Bauer, che si rifiutano di accompagnare o suggerire trascoloramenti sonori, si prestano a questa doppia lettura, così bisogna rimarcare come anche l’interpretazione dei protagonisti sia avvinta a questo progetto.

La Suora di Corinne Winters (specialista di Janáček e Dvorak, ma già in scena come Angelica e in “Bohème”; qualche incursione gluckiana, numerose Violette) non è nella tradizione del patetismo, né per quanto riguarda l’interpretazione vocale né per quella attoriale. Il dolore della madre non giganteggia, non combatte, è già oppresso dall’inizio, e la piccola figura del soprano è sovrastata dal viavai delle consorelle, come fosse solo una delle storie che quel convento può raccontare. E perciò commuove, desolata, nella contenuta “Senza mamma”.

Quanto lirica e poco ruvida sembra Winters (si confronti il duello con la zia Principessa di Marie-Nicole Lemieux, di una sofferenza le cui premesse sembrano già presenti in Angelica prima della visita, nessuna rivelazione è quella portata), il Prigioniero di Mattia Olivieri è sanguigno e crudo, non ancora “verista” ma, pur rimanendo sempre cantato, straziato, capace di un’interpretazione impossibile da guardare, senza sobbalzi emotivi, specie se accostata al viscido Carceriere/Grande Inquisitore di John Daszak, la cui voce di tenore è salda ma insinuante e la presenza scenica (una qualità comune di questo “Prigioniero”) è consapevole ed efficace. Anche nel terribile prologo Mariotti riesce a ricucire gli strappi musicali del lavoro di Dallapiccola, senza per questo togliere potenza al dramma musicale, anzi rendendo più fluida la fruizione e più profondo il messaggio, come ben comprende la musicalissima Ángeles Blancas, cui è destinato un importante ruolo attoriale, oltre la presenza iniziale e il notevolissimo non-duetto che segue.

Insomma, anche in questa terza parte del progetto trans-Pucciniano, è il pensiero musicale a guidare l’intero lavoro, e a proporre un’interpretazione con cui occorre fare i conti.

Suor Angelica / Il Prigioniero
Terza parte del progetto triennale “Trittico ricomposto”
In collaborazione con Festival Puccini di Torre del Lago in occasione del centenario della morte del compositore
Direttore Michele Mariotti
Regia Calixto Bieito
Maestro del Coro Ciro Visco
Scene Anna Kirsch
Costumi Ingo Krügler
Luci Michael Bauer

SUOR ANGELICA
Musica Giacomo Puccini
Opera in un atto
Libretto di Giovacchino Forzano

PERSONAGGI E INTERPRETI
Suor Angelica Corinne Winters / Yolanda Auyanet 24, 27 aprile
La Zia Principessa Marie-Nicole Lemieux
La badessa Annunziata Vestri
La Suora Zelatrice Irene Savignano
La Maestra delle Novizie Carlotta Vichi
Suor Genovieffa Laura Cherici
Suor Osmina / La novizia Jessica Ricci*
Suor Dolcina Ilaria Sicignano
Suora infermiera Maria Elena Pepi*
Prima cercatrice Marianna Mappa
Seconda cercatrice Claudia Farneti
Prima conversa Sofia Barbashova*
Seconda conversa Caterina D’Angelo

IL PRIGIONIERO
Musica Luigi Dallapiccola
Opera in un prologo e un atto
Libretto di Luigi Dallapiccola
Da La torture par l’espérance di Villiers de l’Isle Adam e da La légende d’Ulenspiegel et de Lamme Goedzak di Charles de Coster

PERSONAGGI E INTERPRETI
La Madre Ángeles Blancas
Il Prigioniero Mattia Olivieri
Il Carceriere/Il Grande Inquisitore John Daszak
Primo Sacerdote Nicola Straniero**
Secondo Sacerdote Arturo Espinosa Bravo
* dal progetto ‘Fabbrica’ Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma

** diplomato ‘Fabbrica’ Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma

ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA
con la partecipazione del Coro di Voci Bianche del Teatro dell’Opera di Roma (maestro Alberto de Sanctis)
NUOVO ALLESTIMENTO TEATRO DELL’OPERA DI ROMA

durata: 2h 30′ con intervallo
applausi del pubblico: 11′

Visto a Roma, Teatro Costanzi, il 2 maggio 2025

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