Teatri di Vetro 2021: la ricerca va in scena

in.col.to- pratiche di biodiversità (photo: Futura Tittaferrante)
in.col.to- pratiche di biodiversità (photo: Futura Tittaferrante)

Si apre oggi, 13 dicembre, la sezione propriamente romana di Teatri di Vetro, quella che si intitola “Oscillazioni” e ha sede al Teatro India.
Roberta Nicolai, direttrice artistica e creatrice del festival, crede al valore dei processi artistici non solo come laboratorio intimo, ma anche come momento degno dell’interesse pubblico.
Pur non nascondendosi che la fase più attesa del festival è proprio quella conclusiva, che ha la sua punta negli spettacoli completi, Teatri di Vetro ha messo sempre più a fuoco il suo obiettivo: sollecitare, accompagnare, stimolare la ricerca, portare all’attenzione degli addetti e di chi è “fuori” discussioni teoriche e sulle pratiche, fino a spingersi verso la rischiosa sperimentazione dell’effetto di quelle pratiche stesse esposte al pubblico, mettendo alla prova del palco oggetti non sempre definibili, talvolta allo stato di frammenti, brogliacci, semplici suggestioni, i cui sviluppi potrebbero persino perdersi senza lasciare evidenti tracce nell’opera conclusa.

Un esempio di questa vocazione alla ricerca aperta si è avuto nell’ormai tradizionale sezione “Trasmissioni”, che si svolge a Tuscania. Lì, dal 20 al 25 settembre, Carlo Massari, Alessandra Cristiani e Barbara Berti hanno tenuto tre laboratori con danzatori e danzatrici, performer o semplici curiosi, aprendo nel finale l’esperienza a un piccolo pubblico di persone interessate e del settore.
Nel modo in cui le attività laboratoriali assumono, per forza di cose, una forma, nel modo insomma in cui si mostrano, è già inscritto il dato identitario e poetico del maestro di turno, ed è uno scorcio privilegiato e non scontato dal quale osservare quell’artista.

Se il lavoro delle danzatrici con Cristiani, infatti, veniva mostrato con l’accompagnamento e addirittura la guida della maestra, che intervallava ampi spazi di racconto e spiegazione legati alla sua lunga carriera e ai diversi incontri che l’hanno segnata, Massari dimostrava ancora una volta l’inscindibilità di ogni sua manifestazione come artista dalla formalizzazione, dalla pulizia formale, dalla quasi automatica strutturazione in spettacolo persino di un gruppo di esercizi eseguiti dagli allievi – il tema era la metamorfosi, il risultato un continuo attraversare il palco a pettine di due gruppi di allievi, che in quei solchi, continuamente ripercorsi, mutavano o si scambiavano forma.


Accanto ai tre coreografi erano presenti a Tuscania anche Giuseppe Vincent Giampino, Fabritia D’Intino e Riccardo Guratti, impegnati nella seconda fase del loro “Booster”, un progetto di scambio reciproco di materiali, pratiche, sguardi, finalizzato al mutuo perfezionamento.
Di questo progetto era stata prodromo una call che, nel disgraziato autunno del 2020, Nicolai aveva lanciato proprio per un’attività quella volta “chiusa” al pubblico, da tenersi al teatro del Lido di Ostia, nella seconda sezione di Teatri di Vetro, “Composizioni”, solitamente dedicata a una serie di laboratori con la cittadinanza (Paola Bianchi e Silvia Gribaudi furono ospiti nel 2019).
Ora, nel nuovamente possibile incontro con esterni, “Booster” torna a mostrarsi allo stesso teatro del Lido, provando a spiegare e a dispiegare la dinamica pratica del suo funzionamento, nella triplice proposta di un materiale performativo di Giampino, del quale si appropriano, traducendolo, stravolgendolo, incorporandolo, gli altri due partecipanti. Quel materiale tornerà poi al “proprietario”, il quale dovrà trovare una sintesi tra le sue premesse e i “tradimenti” dei compagni.

Ma accanto a Giampino, Guratti e D’Intino, che incontreremo nuovamente all’India anche per altri lavori in itinere o già completi, “Composizioni”, come si diceva, è tornato a mostrare il lavoro con partecipanti esterni, che quest’anno hanno studiato e ricercato, per cinque giorni, con la coreografa e danzatrice Lucia Guarino.

La restituzione delle esperienze di lavoro fatte in quei giorni, all’aperto della città e al chiuso del teatro, danno ragione all’intuizione di Nicolai: benché non nato per la scena, benché il lavoro stesso condotto da Guarino non fosse finalizzato alla messinscena, ma aveva anzi la nobile gratuità della ricerca pura, quello schizzo laboratoriale che ci presentano col titolo di “in.col.to” ha una sua chiarezza espositiva, una sua serena dignità drammaturgica, riconoscibile in un lento percorso verso l’esperienza della vita comunitaria, verso la reciproca conoscenza, ed è una piccolissima, aforistica lezione sullo stare al mondo.

Le sette performer, di diversa estrazione, età, esperienza, si muovono a partire dai lati, trovano un luogo sul palco a loro congeniale e vi stanno, come se fossero ciascuna un oggetto, un edificio, un elemento del paesaggio. Ogni unità in scena, nel suo luogo, insiste in una forma statica che tenta di dar ragione di sé, sempre sganciata da altri, in mezzo a uno spazio che potremmo immaginare come un territorio da poco sottratto alla campagna, oggetto di lottizzazione o di edilizia disordinata e abusiva.
Parte la musica: la monade dell’andare e dell’essersi fermate, dello stare, si evolve, quello stare diviene un allignare, un conquistare con maggior consapevolezza lo spazio occupato dal corpo e quello che lo delimita e definisce, il suo non-essere, lo spazio libero che lo circonda.
Ogni corpo raggiunge questo livello di coscienza giovandosi delle qualità proprie, culturali, anagrafiche: le performer più giovani con un eccesso di presenza, connotata dai primi rudimenti di un discorso da scuola di danza, finalmente pronti a brillare e a mostrarsi; le più esperte sanno invece la dote dell’economia e dell’attenzione alla qualità dello stare e del trovare sé stesse; le più anziane si ricercano con saggia parsimonia, fanno i conti con un corpo che viene da un altro viaggio.

La composizione di tale ricerca mobile ma statica (perché compiuta sostanzialmente sul posto) si arresta insieme alla musica, e tutte riprendono i posti dell’inizio a bordo palco; una di loro legge da un quaderno rosso lì in terra: sono brevi motti, talvolta scheletrici o consunti, quasi formule evocatorie, propizianti.

Al nuovo ingresso della musica le monadi della prima parte, tornando in mezzo al palco, evolvono: ora perdono la loro incomunicabilità, anzi fanno prima dello sguardo, poi del movimento a due, a tre, attento alle esigenze e alla natura dello stare dell’altra, un canale apertamente comunicativo, aperto alla coesistenza con le altre entità, esseri umani e corpi anch’essi – se rimaniamo al di qua della metafora con gli elementi dello spazio urbano.
Sullo sfondo, intanto, quasi a correlativo di quanto accade, è proiettato un elemento simbolico, una finestra, che dice appunto il vedere fuori, il rapporto, il dialogo.

Pur nella mancanza di velleità spettacolari, nella voluta ingenuità dei segni di danza e movimento presenti nella restituzione di “in.col.to – pratiche di biodiversità”, si dimostra la veridicità della tesi di Roberta Nicolai sul valore anche pubblico di una ricerca, il cui carattere auto-riferito non esclude l’ipotetica partecipazione di un occhio esterno.

Anche Lucia Guarino tornerà a Teatri di Vetro con “Superstite”, il 19 dicembre prossimo: con lei la ricca settimana non manca di ospitare, come si diceva, il trio di “Booster” (oggi alle 19.30), ma anche frequentatori storici del festival, come Bartolini/Baronio, Paola Bianchi e Alessandra Cristiani, lavori filmati di Clemente Tafuri e David Baronio di Teatro Akropolis, il tutto sempre corredato da incontri di dialogo con gli autori o presentazione di studi o lavori collaterali, oltre all’ormai tradizionale quotidiana chiacchierata con Giulio Sonno e Roberta Nicolai, “Porta un pensiero”, tutti i giorni alle 17.
Non mancano le novità, come la regia del critico Attilio Scarpellini, che con il duo Garbuggino/Ventriglia sperimenta un lavoro attorno agli atti unici puskiniani (“Puskin Suite” il 15 dicembre), oltre a cimentarsi con una riscrittura della scena del Grande inquisitore di Dostoievskij (“Se salissimo un gradino” il 16), e l’atteso “Jump” di Opera Bianco, stasera alle 20.30, mai a Roma finora.
Il resto del nutrito programma qui.

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