Da un salone teatrale nato accanto alla parrocchia nel 1929, il nuovo teatro in dialogo con la Milano popolare e multiculturale del quartiere
Ha aperto da poco, a Milano, il Teatro Corvetto. A buttarsi in questa nuova impresa Corrado d’Elia, che attraversa le scene, non solo milanesi, da quarant’anni.
Lo abbiamo intervistato per saperne di più, per capire le caratteristiche di quest’avventura, quale sarà la programmazione, le speranze e i nuovi progetti come direttore artistico e autore.
Corrado, presentaci questa follia: un nuovo teatro a Milano. Come è accaduto?
Ogni forma d’amore, guardata da fuori, può sembrare una follia. E aprire un teatro oggi può apparire, in effetti, un gesto irragionevole. I teatri costano, sono fragili, richiedono una quantità enorme di cura, di lavoro, di attenzione. Invitare duecento persone a stare insieme, nello stesso luogo, alla stessa ora, per ascoltare una storia può sembrare davvero qualcosa di anacronistico. Eppure a me sembra esattamente il contrario. Mi sembra un gesto profondamente umano e contemporaneo. Perché il teatro è rimasto uno degli ultimi luoghi nei quali degli esseri umani si incontrano realmente. Oggi questa cosa, che appartiene all’origine stessa del teatro, mi sembra quasi rivoluzionaria.
Che rapporto ci sarà tra quel Teatro Libero, dove ci incontravamo quando eravamo giovani, e il Teatro Corvetto?
C’è sicuramente una genealogia. Ma non vorrei ci fosse una replica. Il Teatro Libero è stato una parte enorme della mia vita. Per diciotto anni è stato una casa, una bottega, un laboratorio, a volte persino una specie di ossessione. Eravamo giovani e avevamo un’enorme fame di teatro. Volevamo fare spettacoli, produrli, provarli, inventare stagioni, incontrare artisti, costruire pubblico. Passavamo dentro il teatro una quantità di tempo che oggi probabilmente giudicheremmo insensata.
Ma era il nostro modo di stare al mondo.
Teatro Libero apparteneva a una Milano, a una generazione, a un momento preciso della mia vita e della vita teatrale italiana che non esiste più. Il Teatro Corvetto nasce venticinque anni dopo, in un’altra parte della città, dentro un altro tessuto sociale, in un altro sistema teatrale e con un Corrado diverso. Resta l’idea che il teatro debba essere vivo, abitato e necessario. Ma poi sarà il Corvetto stesso a dirci che teatro dobbiamo diventare.

Cosa è cambiato, da allora, in Corrado?
Moltissimo. In me, naturalmente, è cambiata prima di tutto l’età. Quando sei giovane hai soprattutto bisogno di affermare un’identità. Devi capire chi sei, devi difendere la tua poetica, devi fare spazio al tuo lavoro, esprimerti a tutti i costi. C’è una componente inevitabilmente combattiva.
Oggi sento molto meno il bisogno di dimostrare e molto di più quello di trasmettere, costruire, lasciare spazio. Non significa che sia diminuita la mia passione artistica, anzi. Forse è vero il contrario. Continuo ad avere un rapporto quasi fisico con il palcoscenico, continuo ad aver bisogno di recitare, di dirigere e di scrivere teatro. Ma ho capito molto meglio quanto un teatro sia un’opera collettiva. Quando ero giovane pensavo soprattutto allo spettacolo. Oggi penso molto anche a ciò che permette allo spettacolo di esistere: il pubblico, gli artisti più giovani, la formazione, le compagnie, i luoghi…
E com’è cambiato il teatro italiano?
Abbiamo nuovi artisti straordinari, nuove compagnie, linguaggi e generazioni differenti. Da questo punto di vista il teatro italiano è vivo. Ma è diventato anche molto più fragile. Le tournée sono più brevi. Le permanenze nei teatri si sono ridotte. Le compagnie devono continuamente ricominciare. Il sistema lavora sempre più per progetti e sempre meno sulla continuità. Si produce moltissimo e qualche volta si dà troppo poco tempo agli spettacoli per crescere veramente. Questo cambia anche la scrittura scenica. Contemporaneamente sono nate esperienze bellissime: nuovi gruppi, nuove drammaturgie, un’attenzione molto più forte ai territori, alle questioni di genere, alle comunità, a forme ibride di spettacolo. Tutto questo è prezioso. Ma credo che noi, uomini e donne di teatro, dobbiamo difendere la funzione sociale del teatro che nasce innanzitutto dalla sua qualità artistica. Più una scena è necessaria, libera, complessa, poetica, più produce pensiero e relazione. Il nostro primo dovere rimane quello.
Spiegaci dove si trova il Teatro Corvetto e qual è il tessuto sociale che ci vive intorno.
Siamo in viale Lucania 18, a pochi passi dalla metropolitana Corvetto. Ed è importante raccontarlo perché la geografia, in questo progetto, non è un dettaglio. Il Corvetto è un quartiere popolare, densamente abitato, profondamente multiculturale. È fatto di generazioni, provenienze, lingue, condizioni economiche e storie molto differenti. Ci sono famiglie che abitano qui da decenni e persone arrivate da pochissimo. Ci sono scuole, associazioni, parrocchie, comunità arabe, sudamericane, cinesi, reti informali di vicinato. Ci sono energie straordinarie e naturalmente ci sono anche fragilità. È un luogo molto vivo. Ma attenzione: noi non arriviamo qui per “portare cultura” a qualcuno. È un’espressione che non mi piace. La cultura esiste già. Esistono storie, musiche, lingue, memorie, persone, competenze. Noi arriviamo semmai con uno strumento particolare, che conosciamo bene: il teatro. Sarà interessante vedere che cosa può nascere dall’incontro tra questo strumento e il quartiere.
Il tessuto sociale come influenzerà la programmazione? Ci sarà anche una scuola di teatro?
Vorrei che il teatro diventasse progressivamente permeabile. Che potesse ospitare anche spettacoli in altre lingue, incontrare le comunità arabe, cinesi e sudamericane, lavorare con le scuole, aprirsi alla musica, all’improvvisazione, alla stand-up, alle famiglie. E contemporaneamente vorrei che al Corvetto arrivassero artisti importanti da tutta Italia. C’è un principio sul quale non ho dubbi: un teatro in periferia non deve essere un teatro periferico. Non dobbiamo chiedere agli abitanti del Corvetto di accontentarsi. Esattamente il contrario. Se facciamo teatro qui, dobbiamo farlo con la stessa ambizione artistica con cui lo faremmo nel centro della città. E naturalmente ci sarà la formazione.
Partendo da fine ottobre, quali saranno gli spettacoli a cui hai pensato?
La prima stagione è volutamente plurale. Un teatro vivo, contemporaneo e popolare nel significato più nobile della parola “popolare”: non semplificato, ma capace di parlare alle persone. Ci sono già stati “Novecento” di Baricco e il maestro Marco Baliani. A cavallo fra ottobre e novembre avremo “Hamlet – Cronache dall’Interzona”, un lavoro che attraversa Shakespeare contaminandolo con Burroughs, la Beat Generation, la psicoanalisi, il nostro presente tecnologico.
Il 9 e 10 novembre arriva poi Lucia Vasini con “Mistero Buffo” di Dario Fo e Franca Rame.
A dicembre, il 12 e 13, arriverà “Nina” degli Eccentrici Dadarò, con Rossella Rapisarda e Fabrizio Visconti. È uno spettacolo che amo perché parla profondamente del nostro mestiere: del desiderio di essere attori, della vocazione, del confine sottilissimo tra scena e vita.
A gennaio avremo “Un Ratto, Tragedia di Luce e di Buio” di Alberto Fumagalli e Les Moustaches, una scrittura giovane, molto forte, che usa una creatura marginale per parlare della parte più nascosta e meno rassicurante dell’essere umano.
A febbraio “L’Idiota”, da Dostoevskij, con Valerio Pietrovita. Anche qui mi interessa molto il rapporto tra il classico e il presente: non mettere Dostoevskij sotto vetro, ma vedere cosa rimane di Myskin quando lo porti davanti a uno spettatore di oggi.
A marzo arriveranno gli “Sketches and Short Plays” di Harold Pinter, diretti dal regista e pedagogo Maurizio Schmidt.
Ad aprile ci sarà “Ghiaccio”, con Massimiliano Cividati, dedicato alla straordinaria avventura di Shackleton e dell’Endurance. Un racconto di sopravvivenza e di uomini costretti a misurarsi con qualcosa di infinitamente più grande di loro.
Chiuderemo la stagione a maggio con “Oblomov Show” di Oyes e La Corte Ospitale, con la regia di Stefano Cordella. Anche questo mi sembra molto contemporaneo: Oblomov è diventato quasi una condizione dell’uomo di oggi, con quella difficoltà a cominciare, a scegliere, a uscire dall’immobilità.
Se guardi insieme questi spettacoli sembrano apparentemente molto diversi. Ma in fondo attraversano tutti una domanda che mi interessa molto: come sta l’uomo dentro il proprio tempo? Che è anche una delle grandi domande del teatro.

Cosa significa per te, oggi, dirigere un teatro?
Da giovane pensavo che dirigere un teatro significasse soprattutto scegliere degli spettacoli. Oggi penso che quella sia soltanto una parte. Dirigere significa creare le condizioni perché accadano degli incontri. Tra artisti e pubblico. Tra generazioni. Tra persone che normalmente non si incontrerebbero. Naturalmente devi avere una visione artistica. Una stagione non può essere un catalogo. Deve esserci uno sguardo, persino quando le estetiche sono molto differenti.
Un direttore non deve dimostrare il proprio gusto. Deve ascoltare il luogo. È un lavoro molto simile alla regia. Un regista non deve schiacciare gli attori dentro un’idea. Deve creare le condizioni perché qualcosa che da solo non aveva previsto possa accadere. Credo che con un teatro sia la stessa cosa.
Quale pubblico vorresti per il Teatro Corvetto?
Vorrei molti pubblici. Vorrei chi viene dal centro di Milano perché vuole vedere uno spettacolo che gli interessa, e chi abita cinquanta metri più in là e non è mai entrato in un teatro. Vorrei gli spettatori che conoscono Pinter e quelli che Pinter non sanno chi sia. Vorrei gli allievi delle scuole di teatro, i ragazzi delle superiori, gli anziani del quartiere, le famiglie, le comunità che abitano questa parte della città. Il teatro nasce proprio quando persone diverse siedono al buio una accanto all’altra e, almeno per un’ora, guardano nella stessa direzione. È una cosa semplicissima. Ed è diventata rarissima.
C’è qualcosa che non vorresti diventasse il Corvetto?
Non vorrei diventasse un eventificio. Un luogo nel quale una sera accade una cosa, la sera dopo un’altra, senza che rimanga niente. Una stagione non è una successione di date. È una drammaturgia. Un teatro deve costruire memoria.
Quando potrai dire: ha funzionato?
Naturalmente sarò felice quando la sala sarà piena. Facciamo teatro, non possiamo fingere che il pubblico non conti. Ma un teatro non funziona veramente quando uno spettacolo fa sold out.
Funziona quando le persone tornano. Quando qualcuno entra una prima volta perché conosce un attore e una seconda volta perché si fida del teatro. Quando un ragazzo che è venuto per un corso resta a vedere uno spettacolo. Quando una persona del quartiere passa davanti al teatro e comincia a dire semplicemente: “Stasera cosa fanno da noi?”.
Forse il giorno in cui qualcuno dirà spontaneamente “da noi” o “il nostro teatro”, allora penserò che abbiamo cominciato davvero.
Infine, quali sono i progetti dell’artista Corrado d’Elia?
Quest’autunno torna “Don Chisciotte”, uno degli spettacoli ai quali sono più legato. È con me da molti anni e forse oggi lo sento ancora più necessario di quando l’ho creato. Don Chisciotte viene continuamente chiamato folle. Ma chi è veramente folle? L’uomo che vede dei giganti dove gli altri vedono dei mulini, oppure una società che ha smesso completamente di immaginare che le cose possano essere diverse da come sono? Don Chisciotte è un uomo sconfitto dalla realtà ma non persuaso dalla realtà. E questa per me rimane una delle forme più alte di libertà.
Poi c’è “La Rivolta”, mio nuovo testo, che debutta a novembre al Teatro Leonardo. E curiosamente dialoga moltissimo con tutto quello che stiamo dicendo. Racconta di un gruppo di giovani artisti che occupa un teatro abbandonato destinato a essere trasformato in altro. Si trovano a difendere non soltanto un edificio, ma l’idea stessa che un luogo possa essere sottratto alla pura logica economica e destinato all’immaginazione. Mentre apro un teatro, insomma, metto in scena dei ragazzi che cercano di salvarne un altro. Forse non è casuale.
