Dal 17 al 24 maggio la settima edizione del festival ideato da Qui e Ora Residenza Teatrale e guidato da una direzione artistica under 30
A Bergamo, tra il 17 e il 24 maggio, torna Up To You, settima edizione di un festival che negli anni ha trasformato la città in un laboratorio permanente di teatro, danza e pensiero critico. Il titolo non è un invito generico, né una formula neutra: Up To You resta l’orizzonte originale. “Sta a noi” è la sua traduzione politica. Quasi una presa di posizione collettiva. Perché qui, più che altrove, la domanda non è chi decide, ma chi si assume la responsabilità di decidere.
Il festival nasce dentro la pratica della compagnia Qui e Ora Residenza Teatrale, guidata dalle performer Laura Valli, Francesca Albanese e Silvia Baldini, ma si regge su un dispositivo raro nel panorama italiano: una direzione artistica composta interamente da 25 giovani under 30, che non si limitano a “collaborare”, ma curano realmente programmazione, comunicazione, ospitalità e visione complessiva.
A Bergamo, il festival si è imposto come un esperimento di democrazia culturale applicata, dove la formazione non è cornice, ma sostanza del progetto. Qui il teatro non è solo spettacolo, ma esercizio di cittadinanza.
Ad aprire questa edizione è la mostra “Prospekt Palestine Project” (passata prima al LIFE festival di Milano), visitabile dal 17 al 23 maggio, a cura di Prospekt in collaborazione con Activestills.
Un dispositivo di memoria politica, un omaggio agli oltre 260 giornalisti palestinesi uccisi e, insieme, una denuncia che interroga lo sguardo occidentale sulla rappresentazione di una guerra e di un genocidio.
In un festival che lavora sul contemporaneo, la scelta non è neutra, e porta dentro il teatro la dimensione del lutto, della responsabilità e della testimonianza. Apre domande più che fornire risposte, segnando con forza l’identità dell’edizione 2026.
Accanto alla mostra, il festival costruisce una costellazione di spettacoli che attraversano linguaggi e generazioni. Da Sotterraneo a Babilonia Teatri, da Cromo Collettivo Artistico fino a Divanoproject e al lavoro performativo di Mehdi Dahkan, il cartellone alterna dispositivi scenici, performance urbane e sperimentazioni ibride.
C’è chi lavora sul rapporto tra informazione e verità, chi sulla migrazione come condizione strutturale del presente, chi ancora sulla danza come forma di protesta collettiva. In questo mosaico, il teatro non è mai autoreferenziale: è sempre attraversato dal mondo.
Particolarmente significativo è il progetto “Teatro, welfare, comunità”, che mette in dialogo esperienze culturali attive in Lombardia con contesti fragili: carceri, periferie, comunità migranti, scuole, anziani. Un confronto che restituisce al teatro una funzione concreta, quasi infrastrutturale, dentro la società.
E Up To You non si limita agli spazi teatrali. Piazza della Libertà, Città Alta e i luoghi informali della città diventano scenari di azione. La danza urbana di “dancehALL”, i laboratori aperti, i dj set performativi e le azioni collettive trasformano Bergamo in un organismo scenico diffuso, dove il pubblico non è mai solo spettatore.
È proprio questa diffusione nello spazio urbano a restituire il senso più profondo del festival: non un contenitore di eventi, ma un attraversamento della città.

Nel corso delle edizioni, Up To You ha progressivamente spostato il proprio baricentro. Da progetto formativo a dispositivo culturale stabile, da esperienza educativa a piattaforma curatoriale autonoma. La crescita della direzione artistica under 30 ha modificato non solo il funzionamento interno, ma anche il linguaggio del festival, sempre più consapevole delle proprie scelte e responsabilità.
Oggi il punto non è più “dare spazio ai giovani”, ma riconoscere che quel gruppo è già soggetto culturale pieno, capace di orientare sguardi e priorità.
Valli, Baldini e Albanese spiegano la scelta di aprire il festival con “Prospekt Palestine Project”, una mostra esplicitamente legata al conflitto palestinese.
Per Qui e Ora l’arte è un modo di prendere posizione nel mondo con i corpi, le parole, le visioni. Per noi la curatela artistica del festival ha senso proprio perché è un modo di fare politica, di incidere sul reale, in dialogo con giovani under 30, con la cittadinanza e con l’istituzione. Un dialogo che vuole sollevare interrogativi. Siamo un collettivo artistico che discute tanto. In questo caso non ce n’è stato bisogno. Abbiamo visto il lavoro di Prospekt lo scorso anno a Milano e l’abbiamo voluto fortemente. La nostra attenzione verso la Palestina nasce da lontano. Una di noi tre aveva partecipato nel 2002 ad un’azione di interposizione in Palestina, e le altre due l’avevano intervistata per costruire uno spettacolo su questa carovana. L’intervista riportava: “[In Palestina] Ti giravi intorno e vedevi le case mezze distrutte e allora ho chiesto a questo ragazzo palestinese che ci faceva da guida, perché non te ne vai? E lì lui mi ha risposto: dove, a fare cosa, in una città europea a lavare i vetri? E allora essere blindati e imprigionati diventa tutta la loro situazione ma anche la situazione di tutto il mondo…”. Prendere posizione è dovere dell’arte!
Tra i numerosi spettacoli in programma, quali sono i più significativi?
Ciascuno è un pezzo di cuore che abbiamo scelto per motivi diversi. “Dj Show” dei Sotterraneo intende fare cultura e arte rompendo le barriere di luogo e pensiero. Saremo nella discoteca Zero Club. Balleremo per attivare il pensiero critico. Ricordiamo che per prime abbiamo portato i Sotterraneo a Bergamo nel 2019 con “Be Normal!”. “Abracadabra” di Babilonia Teatri unisce la magia all’elaborazione del lutto. “dancehAll” di Lost Movement e “Siamo ciò che ci muove” di ABC Allegra Brigata Cinematica ci riportano ad abitare lo spazio urbano con la danza. “Subject to” porta lo sguardo alle proteste silenziose del Maghreb. È un solo di danza del marocchino Mehdi Dahkan. Poi ci sono gli spettacoli scelti dalla direzione under 30. Divanoproject e Centro R.A.T. si interrogano sul linguaggio del podcast, sulla manipolazione dei fatti e pongono l’attenzione sulla violenza di genere, all’interno del progetto “Praticare Alleanze”, in rete con Immaginare Orlando, altro festival centrale nella vita bergamasca. “Ahmen” di Cromo Collettivo Artistico racconta in maniera surreale l’odissea di una persona immigrata per ricongiungersi alla moglie. Insomma, visionarietà, schieramento politico e umanità attraversano tutto il festival.

In sette edizioni com’è cambiato Up To You?
Siamo partite da un festival fatto di tre appuntamenti nel 2019, per arrivare a un organismo vivente fatto di spettacoli, incontri, laboratori, convegni, mostre. Abitiamo la città utilizzando spazi diversi. Ci interfacciamo con altre realtà territoriali. Negli scorsi anni abbiamo coinvolto i comuni di Scanzorosciate e Brusaporto. Quest’anno si è aggiunto Stezzano. È un’attività culturale che abita tutto il territorio, periferia compresa. Quest’anno abbiamo anche deciso che il festival avesse uno spin off in novembre dedicato solo alla provincia. Il carattere di formazione e scambio di pensiero con i giovani rimane il centro del nostro fare artistico e curatoriale. Il confronto con chi è più giovane ci sembra un atto di resistenza da difendere.
La direzione artistica under 30 è spesso raccontata come elemento innovativo: ma quali tensioni, errori o conflitti hanno segnato realmente questo modello nel tempo?
Up To You vive di elementi conflittuali. Tutti gli anni ci mettiamo in discussione. È una perenne contrattazione, tra noi e la direzione artistica partecipata (DAP), ma anche tra i ragazzi e le ragazze all’interno della DAP. La stessa scelta degli spettacoli non avviene per alzata di mano, è frutto di discussioni e considerazioni accese. La contrattazione è poi rivolta anche all’esterno, con la società civile tutta, con la dimensione economica che incide sulle scelte che puoi o non puoi fare. Quello che abbiamo imparato negli anni è che il conflitto e la crisi, se attraversati criticamente, sono faticosi ma altrettanto generativi.
