Il Viaggio ad Auschwitz A/R di Basilotta. Perché la memoria viva ogni giorno

Photo: melarancio.com
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“Quello di stasera è un pubblico intergenerazionale, per quella che io definirei un’esperienza: è la registrazione di un accadimento, di un lungo viaggio compiuto prima di tutto fisicamente. E la cosa interessante nel titolo, oltre al nome di Auschwitz, è quel “A/R”, andata e ritorno. Lo dico personalmente: penso che il teatro sia anche politica; in un mondo dove i neonazisti hanno appoggiato le elezioni di Trump in America, dove le formazioni neonaziste arrivano al 20-21% in alcuni paesi della Comunità Europea, dove i negazionisti si moltiplicano, credo che la testimonianza di questa sera assuma un valore particolare”.

È una sentita presentazione quella che Renzo Boldrini, storico fondatore – con Vania Pucci – della pluripremiata compagnia di teatro ragazzi Giallo Mare, dedica alla compagnia Il Melarancio di Cuneo in occasione della Giornata della Memoria. Ma la Memoria andrebbe coltivata ogni giorno, e non solo il 27 gennaio, ecco perché oggi vi proponiamo questo viaggio di Andata e Ritorno per continuare a farla vivere.

Gimmi Basilotta (direttore della compagnia, unico narratore in scena) arriva ad Empoli con il figlio Isacco. E’ quest’ultimo, clarinetto alla mano, ad introdurre lo spettacolo – con repliche fino al 9 febbraio – posizionato su uno sgabello a lato del palco, per poi continuare a delineare da lì vibranti trame con musiche klezmer dall’inconfondibile e malinconico sapore di festa.


Il progetto (Eolo Awards 2014 come miglior progetto creativo di teatro per ragazzi) nasce da lontano, quasi da un’ossessione etica e civile che ha colto Gimmi Basilotta.
Era il 2011, il 14 febbraio, quando, per 76 giorni, ha dato vita a qualcosa di unico: all’interno del Progetto Passodopopasso, percorrere 1985 km a piedi con un gruppo di compagni d’avventura pellegrini (tra cui un cane) per rifare la strada del dolore e della vergogna, la stessa che nel lontano 14 febbraio 1944 furono costretti a compiere i 26 ebrei della comunità di Borgo San Dalmazzo (Cuneo) per arrivare ai campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau. E qui trovare la morte.
Tra di loro anche una fascista, Delfina Ortona: quando il regime chiese agli ebrei locali di presentarsi, non si sottrasse, pensando con ferma convinzione che coloro di cui aveva sposato il credo non avrebbero mai potuto arrecarle alcun male.

Giunsero nei lager il 26 febbraio del ‘44 quei 26, per non far più ritorno. Sono arrivati invece il 1° maggio Gimmi Basilotta (insignito, al ritorno dal suo viaggio, di una medaglia da parte dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano) e il suo gruppo. Con loro l’appoggio di una comunità più grande, creata passo dopo passo: le persone che hanno incontrato e li hanno ospitati lungo il loro peregrinare. Primi fra tutti il Teatro Pirata di Jesi, che all’inizio di questo cammino li han raggiunti in furgone sui monti…

Oltre che dal sito creato per il progetto, scopriamo tutto questo attraverso la narrazione di Basilotta sul palco.
Prima di iniziare passa tra gli spettatori, chiedendo uno ad uno il nome e lasciando una carta, con sopra scritta una parola e una frase.
Sono in tutto 76, le carte, le stesse in viaggio con Basilotta e il suo gruppo. Le stesse che ora dal palco il nostro narratore, mentre delinea quel lungo cammino verso il loro destino, evoca. Gli spettatori ad alzare la mano. Lui a spiegarne il significato.

Si veste rimettendo i panni del viaggiatore, zaino in spalla in cui ripone oggetti che rappresentano gli altri compagni di strada, non dimenticando la scodella per cibo ed acqua, per cani…
Al centro della scena una betulla. Intorno, raggruppate, tavole e piccole basi di legno con cui Basilotta creerà le tappe del suo viaggio, in un percorso concentrico che si avvilupperà sempre più su se stesso fino ad arrivare al centro, a quell’albero. All’inizio e alla fine di ogni tavola una piccola pianta cosparsa di terra.

Sotto il giaccone custodisce un pupazzo, un piccolo cinghiale: ci confida così da dove arrivano le basi del progetto. Fin da piccolo aveva assistito a documentari sui campi di concentramento. Da grande, la volontà di andare in quei luoghi per tentare di capire.
Per questo è rimasto per tre giorni, da mattina a sera, in ciascuno dei tre campi di concentramento: per meditare, per entrare in una sintonia dolorosa con quei luoghi. Ma non era ancora sufficiente, perché qualcosa di oscuro, una bestia, quel cinghiale, era sorto dentro: l’orribile sensazione, se ci fosse stato lui nella condizione di deportato, di scegliere tra la propria vita e quella di una persona cara.

Il pubblico ascolta attento il racconto, che da ricostruzione narrata prende quota scaldandosi del calore dell’umanità e del teatro, quando Basilotta chiama una carta in particolare: Numero. Spiega cosa capitava ai deportati dopo ore e ore stipati sui treni merci: il terrore di non avere più un nome, solo un numero tatuato sul braccio, in cui venivano trasformate le lettere del nome, considerando la loro posizione nell’alfabeto…
Rivolgendosi direttamente a chi ha la carta, d’improvviso gli urla in tedesco come si chiamerà d’ora in avanti. Siamo così proiettati in un’altra dimensione; chi non era capace di riprodurre quei suoni in una lingua la maggior parte delle volte sconosciuta rischiava di morire immediatamente. Quell’uomo che fin lì ci appariva un bonario scout/curato di campagna nell’adempimento della sua buona azione quotidiana, si trasforma in mostro.

Delle carte che sono state consegnate ci tocca “oblio”. Le parole di Hannah Arendt lì impresse: “I vuoti di oblio non esistono. Nessuna cosa umana può essere cancellata completamente e al mondo c’è troppa gente perché certi fatti non si risappiano: qualcuno resterà sempre in vita per raccontare”.

Durante il cammino, il gruppo lasciò in dono a chi incontrava e li ospitava una piantina di betulla, per poterla piantare. In cambio un po’ della loro terra. Arrivati finalmente ad Auschwitz, proseguirono fino alla Jugen Rampe, il binario vicino a Birkenau dove terminavano il viaggio i convogli dei deportati, e dove sbarcarono anche i 26 di Borgo San Dalmazzo. Lì piantarono quell’albero di betulla che simbolicamente si trova ora al centro della scena. Perché Birkenau significa proprio il posto delle betulle…

Per Basilotta è fondamentale “testimoniare quello che ho vissuto, e che mi ha anche turbato, arrivando fino a quei luoghi, che rimangono ancora isolati per le comunità che ci vivono, senza un collegamento che non sia un pullman che parta da Varsavia e ritorni lì, un unico albergo e un McDonald vicino al Campo di Auschwitz…”.

Tra il pubblico c’è anche Vittorio Nencioni, presidente dell’Associazione Nazionale Ex Deportati di Empoli. È il figlio di Giuseppe e fratello di Nedo, entrambi passati per Mauthausen e poi a Ebense; il primo morto in un incidente in miniera, il secondo miracolosamente sopravvissuto e poi liberato alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Nedo è morto nel 2012, a 85 anni, e ha scritto un libro. Per tutta la vita ha avuto una missione, che è poi quella di tutti i sopravvissuti: non far dimenticare.
Si salvò anche grazie a un giovane tedesco, ci racconta Vittorio, che quando lui, ferito a sangue e costretto comunque a lavorare, se ne prese cura, aiutandolo. Scoperto da un kapò, quel giovane scomparve. Solo anni dopo, all’uscita del libro, quando gli ex deportati si ritrovarono ai campi per il Giorno della Memoria, incontrò un uomo con un cartello che lo cercava: era quel ragazzo, diventato uomo, poi scampato anche al gelo del fronte russo.
“Nedo è morto, e ora io ne ho preso l’eredità – ci racconta Vittorio, guardandoci negli occhi, i suoi che si incrinano quasi impercettibilmente – Stanno morendo tutti, non possiamo permettere che tutto questo sia dimenticato”.

Perché il Giorno della Memoria non può essere solo il 27 gennaio. “Non basta andare in un campo di concentramento, farsi un bel pianto, magari un selfie, e tutto si risolve. Quella memoria deve essere quotidiana, dentro di noi”, ci ricorda Gimmi Basilotta, ponendosi di fronte a noi, mentre visibilmente si commuove.

VIAGGIO AD AUSCHWITZ A/R
regia Luciano Nattino
testo Gimmi Basilotta e Lino Lantermino
con Gimmi Basilotta
musiche suonate dal vivo da Isacco Basilotta
costumi Osvaldo Montalbano
scenografie Gimmi Basilotta

durata: 1h 05′
applausi del pubblico: 2′

Visto ad Empoli, Giallo Mare Minimal Teatro, il 24 gennaio 2017

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