L’opera ha inaugurato la 46^ edizione del festival. Protagonisti il tenore americano Lawrence Brownlee e Anastasia Bartoli
Il Rossini Opera Festival quest’anno ci ha attratto per un’opera del genio pesarese a cui non avevamo mai assistito, “Zelmira,” di cui conoscevamo una sola aria, “Terra amica”, che avevamo ascoltato interpretata magistralmente da Juan Diego Florez.
“Zelmira”, su libretto di Andrea Leone Tottola (derivato da “Zelmire, tragédie en cinq actes”), messa in scena ad Avignone nel 1762 dallo scrittore francese Dormont de Belloy, venne rappresentata per la prima volta con successo al San Carlo di Napoli il 16 febbraio 1822. Rossini vi pose mano diverse volte, addirittura cambiando il finale per il famoso soprano Giuditta Pasta (a Napoli c’era l’altrettanto mitica Colbran, prima moglie del compositore).
L’opera però uscì presto dal repertorio, causa la non certo appetibilità del suo libretto, per poi essere ripresa in epoca moderna, solo nel 1965 a Napoli e poi definitivamente a Roma nel 1989.
Due le precedenti edizioni al ROF: nel 1995 diretta da Roger Norrington, il maestro inglese che ci ha lasciato da poco, e nel 2009 da Roberto Abbado, con il duo Florez-Kunde.
“Zelmira”, priva della usuale sinfonia, inizia con un breve tema orchestrale offerto al coro, che ci immette nella trama. Ma per entrare meglio nelle vicende narrate, dobbiamo iniziare dall’antefatto: siamo nell’era classica, a Lesbo, dove il re Polidoro ha concesso la mano della figlia Zelmira all’amato principe troiano Ilo, preferendolo ad un altro vendicativo pretendente, il perfido Azor. Costui, essendo Ilo lontano a guerreggiare, attua un colpo di Stato, prendendo il potere: la ragazza, temendo per la vita del padre, lo nasconde vicino alle tombe dei re, mentendo al tiranno, a cui dice di averlo celato nel tempio di Cerere.
Azor allora ordina di distruggere il tempio, facendo credere che Zelmira abbia ucciso il padre.
Intanto un nuovo usurpatore, Leucippo, decide di uccidere Azor per mettere al suo posto l’amico Antenore.
L’opera si apre con il ritrovamento del cadavere di Azor, pianto dal popolo e da Leucippo, che grida a gran voce che Antenore debba esserne il successore.
Poiché Emma, fedele ancella di Zelmira, pensa che la ragazza sia davvero colpevole di parricidio, la donna, per smentirla, le mostra il vero nascondiglio del padre Polidoro, ancora vivo fra le tombe dei re di Lesbo.
Intanto dalla guerra ritorna Ilo, con la famosa aria di cui parlavamo in apertura (“Terra amica”). Zelmira non sa come comportarsi con lui, soprattutto perché Antenore e Leucippo riempiono la testa di bugie al nuovo arrivato, dicendogli che Zelmira è parricida e che ha tradito il suo amore. Antenore viene nel frattempo incoronato re, mentre Zelmira, temendo per la vita del figlio, l’affida ad Emma.
Intanto il perfido Leucippo cerca di uccidere Ilo, disarmato da Zelmira, ma la donna, trovata con il pugnale in mano, viene accusata di aver cercato di uccidere il marito.
Il primo atto finisce con un grande concertato in cui Zelmira viene vilipesa da tutti e condotta in prigione (“Fiume che gli argini rompe e sorpassa”).
Dal carcere la ragazza scrive al suo sposo raccontandogli la verità sul padre. Purtroppo la lettera cade nelle mani di Leucippo. Zelmira viene liberata ma solo per fare in modo di seguirne i passi, mentre Emma si prende cura del figlio della sventurata.
Ilo intercetta per caso, accanto al suo nascondiglio, il vecchio re Polidoro, che gli racconta la verità sull’amore genuino della figlia. Finalmente il guerriero troiano capisce tutti gli inganni dei due malvagi tiranni e, armate le navi, muove contro Leucippo e Antenore, mentre Polidoro rientra nel suo nascondiglio.
Ma i due, con un nuovo inganno, riescono a farsi dire da Zelmira dove è nascosto il padre: tutto sembra tramare contro la povera donna, se non fosse che la provvidenziale Emma riesce ad avvertire Ilo, che subito corre ad aiutare la moglie.
Così, mentre padre e figlia stanno per essere condannati a morte, arrivano i “nostri”: Ilo alla testa del suo esercito e del popolo in rivolta.
Saranno Leucippo e Antenore a morire, mentre Polidoro potrà tornare a regnare.
L’opera si conclude con il tripudio generale (“Riedi al soglio!”) e con una significativa aria di Zelmira (“Deh circondatemi, miei cari oggetti”).
Con “Zelmira” siamo davanti, anche musicalmente, ad una composizione di non facile ascolto, data la sua estrema complessità, non certo supportata da una drammaturgia vivace, seppur condotta sempre con maestria e varietà di accenti da Rossini, ma non sempre fruibile con massima empatia, almeno da noi, pur contenendo molti momenti che ci resteranno impressi.
Fra questi, la grande scena del primo atto con il duetto Ilo-Zelmira, che si risolve con l’arrivo del coro delle donzellette e di Emma (“A quei tronchi accenti”), e il già citato quintetto cantato da tutti i personaggi (“Ne’ lacci miei cadesti”). Assai significativo il finale dell’atto primo, costruito rossinianamente con momenti di calma e sbigottimento, seguiti da un furioso concertato e con l’aria finale di Zelmira.
Calixto Bieito, che cura anche le scene con Barbara Horáková, avendo a che fare con un libretto che concede poco ad una drammaturgia ben articolata, si affida spesso alla simbologia per cercare di approfondirne gli elementi.
Il regista spagnolo, al suo debutto al ROF, ambienta l’opera in uno spazio aperto a 360°, circondato sui quattro lati dagli spettatori; l’allestimento investe tutta la grande scena dell’Auditorium Scavolini, in cui i cantanti e il coro si muovono a loro piacimento e con accortezza, mentre al centro è posizionata l’orchestra.
I personaggi spesso sono confinati in buche che si aprono sulla scena, a dimostrare la loro situazione di solitudine. La scena è formata da quadri illuminati che, ad un certo punto, nel composito quintetto dell’atto secondo, si trasforma con bella invenzione in una scacchiera, con tutti i personaggi che si cercano.
La loro caratterizzazione spesso ci pare convincente: Leucippo (Gianluca Margheri) e Antenore sono amanti e spesso amoreggiano tra loro (anche se alla fine Antenore lo lascia solo al suo destino), Ilo arriva distrutto dalla guerra su una strada punteggiata da elmi, Zelmira che allatta il padre Polidoro, Emma attaccatissima al figlio di Zelmira, Polidoro (Marko Mimica) è un vecchietto incanutito dal vestito imbiancato come una statua, e Eacide (Paolo Nevi), sodale pietoso di Ilo, è agghindato come un angelo con due grandi ali bianche.
Per tutte le tre ore e mezzo di spettacolo, l’instancabile Roberto Adriani si trasforma in Azor, il precedente re usurpatore ucciso da Leucippo e Antenore, mettendosi anche in relazione col figlio di Zelmira, che arriva in scena con palloncini colorati e che, nel bel finale, si trova vicino a un albero di ulivo, a indicare un futuro finalmente pieno di serenità.
Di contrasto ci sono alcuni aspetti troppo didascalici: come Polidoro che vuole impiccarsi con tanto di corda, insieme ad altri elementi che non riusciamo così bene a comprendere. Tuttavia, complessivamente, ci sembra una regia meditata e con senso.
Pochissimi gli oggetti di scena. La reggia è una semplice poltrona con piscina annessa, in cui Ilo si bagna dopo la guerra. Teste e statue appaiono soprattutto nel secondo atto, a ricordarci la vera ambientazione.
Belle le luci di Michael Bauer; i costumi di Ingo Krügler appaiono con sfumature molto dark per le donne, per gli altri personaggi spaziano tra ogni epoca possibile.
Se dal punto di vista interpretativo avevamo precedentemente già ammirato al ROF l’anno scorso (per la bellissima versione di “Ermione”, ma non solo lì) Anastasia Bartoli ed Enea Scala, questa volta il nostro interesse era rivolto ad ascoltare, finalmente dal vivo, il tenore americano Lawrence Brownlee, uno dei massimi interpreti oggi del repertorio rossiniano che ci ha veramente entusiasmato e commosso nella parte impervia di Ilo.
Anastasia Bartoli, nel title role, è stata ancora una volta ammirevole nel disegnare i contorni della sventurata eroina, sino all’aria che la vede finalmente vincitrice: “Deh circondatemi, miei cari oggetti”. Come ci è piaciuto molto l’Antenore di Enea Scala, tenore baritoneggiante che scolpisce in modo superbo il suo odioso personaggio, qua venato anche di ironia nell’aria “Mentre qual fiera ingorda”.
Al fianco di Bartoli, Marina Viotti è una Emma di grande risalto, che si esprime compiutamente in una grande scena che Rossini le regala “Ciel pietoso Ciel Clemente”.
Molto precisa e attenta nel dare colore espressivo ad ogni scena per un’opera così complessa, la direzione di Giacomo Sagripanti, a capo dell’orchestra del Teatro Comunale di Bologna, mentre Pasquale Veleno dirige con giusta misura il Coro del Teatro Ventidio Basso che, simile a un coro greco, appare spesso sulle scalinate, vicino al pubblico, accompagnando in modo sempre accorto diverse scene di questa “Zelmira” che, in definitiva, pur con qualche legittimo dubbio qua e là, ci lascia un buon ricordo.
Zelmira
Dramma per musica in due atti di Andrea Leone Tottola
Musica di Gioachino Rossini
Edizione critica della Fondazione Rossini di Pesaro, in collaborazione con Casa Ricordi di Milano, a cura di Helen M. Greenwald e Kathleen Kuzmick Hansell
Direttore GIACOMO SAGRIPANTI
Regia CALIXTO BIEITO
Scene CALIXTO BIEITO, BARBORA HORÁKOVÁ
Costumi INGO KRÜGLER
Luci MICHAEL BAUER
Interpreti
Polidoro MARKO MIMICA
Zelmira ANASTASIA BARTOLI
Ilo LAWRENCE BROWNLEE
Antenore ENEA SCALA
Emma MARINA VIOTTI
Leucippo GIANLUCA MARGHERI
Eacide PAOLO NEVI
Gran Sacerdote SHI ZONG
CORO DEL TEATRO VENTIDIO BASSO
Maestro del Coro PASQUALE VELENO
ORCHESTRA DEL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA
Nuova produzione
Visto a Pesaro (PU), ROF, il 13 agosto 2025
