L’estate dello scontento. Rapsodia di appunti sul visto e non visto in giro per festival

La grande foresta di Niccolini / D'Elia (photo: Lucia Baldini)
La grande foresta di Niccolini / D'Elia (photo: Lucia Baldini)

La grande foresta di Niccolini / D’Elia (photo: Lucia Baldini)

Dopo il turbinio di festival che hanno riempito le nostre giornate di luglio e inizio agosto, ci ritroviamo oggi per una riflessione a freddo, post vacanze, sulle suggestioni e le immagini (indelebili?) che hanno segnato il nostro sguardo in molti di questi appuntamenti, con un risultato assai contraddittorio.

L’estate del nostro scontento non è stata caratterizzata, come avrebbe dovuto, dal godimento degli spettacoli – se non di rado -, bensì soprattutto dall’eco delle polemiche: in primis quelle suscitate a Santarcangelo dalla performance di Tino Sehgal, per intenderci quella della pipì su cui Silvia Bottiroli ha ampiamento ribattuto, e quelle poi sollevate dalle discutibili assegnazioni dei contributi ministeriali (per l’elenco completo, diviso per ambiti, vi rimandiamo QUI).

Tutto e il contrario di tutto è stato detto sull’uomo nudo e la sua pipì, che forse un poco avventatamente (o forse volutamente) Silvia Bottiroli ha posto in piazza allo sguardo sbilenco di ognuno. Abbiamo però l’età per ricordare come la stessa cosa fosse avvenuta molti molti anni fa per uno spettacolo de Els Comediantes, con le medesime reazioni dei benpensanti e le conseguenti osservazioni di chi conosce tutte le reali implicazioni che le arti, compresa quella scenica, possiedono. Sembra insomma che nulla sia cambiato nella “Provincia Italia” dove, a partire dalle scuole, Raffaello trova sempre posto ma a Duchamp è sbarrata la porta.
Il problema evidenziato nelle prime giornate di Santarcangelo per noi è semmai stato un altro, in un’edizione del festival quest’anno dedicata al rapporto tra scena e politica. A parte il nuovo lavoro dei Motus – rappresentato con repliche straordinarie a causa del grande successo riscontrato per uno spazio troppo piccolo –, è stato quello di recuperare un barlume di teatro non ancora conosciuto, composto di storie significative e significanti. Spesso e volentieri invece ci è parso di assistere ad un teatro sommerso da performance e sollecitazioni oscure, percorsi virtuali banali o perfino obsoleti, camuffati sotto nomi roboanti.

Ciò non accade solo al Festival di Santarcangelo, che seppur porta per tradizione la denominazione di festival del “Teatro in Piazza” ha sempre rappresentato, in Italia, una piazza di particolare innovazione; è patrimonio comune di molte altre manifestazioni, che amano crogiolarsi in azioni che spesso paiono fini a sé stesse, il più delle volte denominate in perfetto inglese, perché così, e solo così, possono ammantare una vuota contemporaneità.

D’altro tenore è stato poi il sollevamento, da parte di molti, di fronte alla redistribuzione di risorse del Fus. Per due settimane sono arrivate in redazione mail di chi gioiva e di chi piangeva per il verdetto delle assegnazioni dei contributi ministeriali, rimbalzando poi la gioia o la costernazione in alcuni casi sui social network.
Davanti a queste diverse reazioni, scegliamo di porre oggi l’accento sullo scandalo dell’azzeramento di contributi al Premio Scenario e il taglio del contributo alla significativa esperienza della Compagnia della Fortezza nel carcere di Volterra.

Seguiamo il Premio Scenario dalla sua prima edizione, e per noi è sempre stata una palestra dello sguardo fondamentale, una visione capitale per capire come le nuove generazioni osservino il mondo e come vivano (e vivranno) il teatro. Perché teatro e mondo in qualche modo vanno spesso di pari passo. E Scenario rimane, in Italia, una delle poche realtà che monitora e va alla ricerca, prima di altri, del nuovo.

Facevamo queste riflessioni già a metà luglio assistendo ai 12 progetti finalisti, visti nello spazio del Lavatoio a Santarcangelo, festival che da qualche anno ospita l’atto conclusivo del premio.
E’ stata la vetrina del “pensiero debole”, come è stato scritto da Andrea Alfieri nel pezzo che Klp ha dedicato al premio. Se infatti i due progetti vincitori, “Mad in Europe” di Angela Dematté e “Gianni” di Caroline Baglioni (ancora una volta due monologhi), contengono barlumi di speranza per un mondo e un teatro migliore, in generale ci siamo chiesti perché mai in questa edizione la maggior parte dei progetti presentati si siano raramente e davvero interrogati sulle ragioni del naufragio del presente, e perché lo abbiano fatto con armi così spuntate.
Questa tendenza non ci pare emerga solo nei progetti finalisti di Scenario: la voglia inesausta di un teatro che porti in scena in modo qualificante la vita si scontra molto spesso o con la consuetudine di presentarsi con un solo attore, o con il rischio – ancor peggiore – che la noia ti possieda (quasi) dall’inizio alla fine.

Ma Scenario è innanzitutto specchio del presente, avendo in 28 anni di attività visto passare circa 3.500 progetti per 18.000 giovani tra artisti, tecnici e organizzatori, svolgendo “un importante lavoro statistico che – come l’associazione ha sottolineato dopo l’esclusione dai contributi ministeriali – ha permesso di raggiungere una popolazione teatrale diversamente non riconosciuta né testata”.
Il contributo negato si deve a un vizio formale: l’Associazione Scenario è infatti formata da soci già percettori di contributi Fus (per altre attività, extra Scenario), e il Mibact vieta la cumulabilità del contributo.

Tornando ai vincitori di Scenario, se si diceva che il monologo va per la maggiore, capita poi anche di imbattersi in spettacoli (come, per far dei nomi, “Boxe attorno al quadrato” della compagnia Lo Sicco / Civilleri, visto a Collinarea) con sette attori; finalmente pensi: “Ci siamo”, ma capita poi, dopo poco, di accorgersi che almeno di quattro se ne poteva fare a meno, in una drammaturgia che rimane quasi sempre in superficie.
Più o meno gli stessi ragionamenti arrivano assistendo alla pur bella rivisitazione che Gabriele Paolocà fa dei “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello per Vico Quarto Mazzini, o per il “Ramayana” di Roberto Rustioni, dove i pur volonterosi giovani attori sono in palese difficoltà con il lavoro che hanno davanti.

E’ il nostro sguardo troppo antico? O la mancanza di risorse che impedisce un allenamento alla scena più proficuo? O, ancora, si chiede troppo a questi giovani che hanno scelto con passione il teatro?

Passiamo allora a chi la scena la calca da tanti anni, ed eccoci entrare nel carcere di Volterra per assistere alla nuova avventura di Armando Punzo con i suoi attori carcerati, quest’anno ancora in forma di studio. Dopo “Mercuzio non vuole morire”, in “Shakespeare. Know well” è sempre il Bardo al centro del progetto della Compagnia della Fortezza.
Come sempre l’esperienza dentro al carcere è di grande emozione, ma la performance ha tutte le ricchezze e le fragilità di uno studio nel suo primo abbozzo, anche con momenti in cui la noia fa capolino nella nostra attenzione. Eppure ogni commento scritto da autorevoli colleghi sullo spettacolo inneggia al capolavoro, anche in questa edizione. Riusciremo mai, leggendo le critiche, a sapere se la Compagnia della Fortezza sbaglierà uno spettacolo o farà realmente un capolavoro?
Ce ne andiamo da Volterra con questa domanda.

Collinarea 2015 (photo: Simona Fossi)

Collinarea 2015 (photo: Simona Fossi)

Passiamo ora agli aspetti più positivi di questa estate di festival.
E’ stato forse il tentativo di molte rassegne di recuperare la centralità e la qualità dello spettatore (ieri su Klp se ne è parlato anche a proposito del Fèstival Tròia Teàtro) a solleticare maggiormente il nostro vagare estivo per l’Italia. Un tentativo percepito non solo a Sansepolcro durante Kilowatt, dove come ogni anno sempre proficuo è stato il confronto con lo spettatore attraverso l’esperienza dei Visionari (spettatori comuni che durante l’anno scelgono gli spettacoli che andranno al festival e poi li commentano con autori e critici).

Anche a Lari per Collinarea e ad Albenga per Terreni creativi lo spettatore ci è sembrato diventare l’elemento centrale dell’evento. A Lari è successo grazie all’esperienza di “Tutti critici”, durante la quale abbiamo approfondito con otto spettatori “comuni” gli spettacoli del giorno precedente; ad Albenga le Serre location del festival sono state riempite da frotte di spettatori consapevoli che hanno seguito con interesse e partecipazione performance assai diverse tra loro, alcune anche di difficile fruizione.

In questa estate davvero contraddittoria è infine il nostro grande amore, il teatro per ragazzi, a tenere desto cuore e cervello attraverso una serie di spettacoli che vogliamo ricordare: “La grande foresta” del duo Niccolini – D’Elia, “Out” delle giovanissime animatrici di Unterwasser, il percorso degli animali fantastici di Emanuela Dall’Aglio a Volterra, e infine sempre a Volterra “Il Paese dei Lombrichi”, in cui Chiara Guidi ci ha condotti ancora una volta a compiere con i bambini un’esperienza di grande profondità.

Tra i ricordi più vivi delle nuove (rare) cose viste, resteranno – paradossalmente – il “bel teatro di una volta” di “Ultimo atto” di Scenica Frammenti a Lari e il tramonto passato a Volterra ascoltando “Cavalleria rusticana”.

Concludiamo questa nostra estate dello scontento accogliendo la richiesta di contributo fatta a Santarcangelo dal Fondo speculativo di Provvidenza (organizzato all’interno del festival con la richiesta, rivolta a tutti gli spettatori, di un euro da destinare a un nuovo progetto): il nostro euro lo dedichiamo ad Antonio Latella, cui avevamo tempo fa implorato qualcosa tipo: “Caro maestro, facci un bell’Alfieri, ridacci per favore il vero gioco della scena, quello delle emozioni condivise, dell’approfondimento delle relazioni tra i personaggi, con dieci giovani attori, ben addestrati e convincenti… insomma, ridacci il teatro!”.
Attendiamo la nuova stagione.

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  • anna ha detto:

    Essere attori non è una malattia della crescita. Sottoscrivo con convinzione l’euro a Latella e segnalo che ci sono comunque anche altri registi e registe di valore in Italia che ci danno “il vero gioco della scena”. Ma vorrei capire perchè alla professione attore è spesso legato l’attributo di “gioventù”: per un motivo pratico ( i compensi non bastano a mantenere sè stessi, figurati quando uno mette su casa e addirittura, scandalosamente, figli), per un motivo estetico (certo la visione di un corpo giovane e fresco è più piacevole di un corpo maturo o, peggio ancora, vecchio), per un motivo filosofico ( il teatro è una età dell’anima, spensierata e entusiasta, dedita all’autodafè e votata al superamento di sè verso approdi più equilibrati e sostanziosi)? A parte questo scherzoso appunto, complimenti per il pezzo: mi riconosco nell’analisi fatta in merito ad alcuni Festival che anche io ho frequentato quest’estate. Anna

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