Mea culpa. Quella sottile linea rossa fra Giurìa e Ingiùria

Mea culpa - Odemà

Mea culpa – Odemà (photo: Emanuele Girotti)

E’ raro che i giovani si interroghino sui grandi temi che hanno interessato per secoli i filosofi, e soprattutto oggi, in tempi che necessariamente li spingono verso temi contingenti che navigano principalmente intorno alle quotidianità.
Tuttavia il teatro ha proprio questa funzione: farci riflettere sull’essere uomini, interrogandoci anche sul nostro rapporto con la divinità, sul concetto di libertà che ne deriva, sul far parte di un creato a volte crudele, che ci lascia soli con noi stessi a porci domande, spesso senza risposta.    

Il gruppo Odemà, composto dai giovani Enrico Ballardini, Giulia D’Imperio e Davide Gorla, su questi temi ha addirittura improntato il suo sguardo teatrale.
Ispirandosi al “Vangelo secondo Gesù Cristo” di José Saramago, per il Premio Scenario aveva iniziato il suo percorso artistico con “A tua immagine”, delizioso apologo in cui Dio e il Diavolo si confrontavano con Gesù per prendersi gioco dell’intera umanità, un lavoro che partendo da Saramago veniva poi mescolato sapientemente e con divertente ironia con Milton, Goethe, Pessoa.  
Eccoci ora davanti a “Mea Culpa, ovvero della giuria dell’ingiuria”, andato in  scena dopo il Festival Kilowatt al Teatro CRT di Milano poco prima di Natale, e ispirato ancora a Saramago.
Lo spettacolo indaga questa volta il bisogno da parte dell’uomo del divino, ma lo fa capovolgendo in qualche modo l’assunto, ossia interrogandosi sul dominio da parte di Dio delle nostre azioni, un Dio che significativamente ha rubato il mestiere al Diavolo (non per niente interpretati nei due spettacoli sempre da Giulia D’Imperio), un Dio capace perfino, per i suoi interessi, di sacrificare il figlio, come del resto aveva già fatto coinvolgendo il povero Isacco. Un’entità dunque molto strana, che  avrebbe dovuto inondare di bene l’umanità invece di farla vivere tra guerre ed epidemie, costringendola, sola, a combattere contro un destino crudele.

Al posto di Gesù e del Diavolo, questa volta Dio si confronta beffardamente con Caino e Abele, il bene ed il male secondo il sentire comune. Invece, sin dall’inizio, ovviamente ci si immedesima subito con Caino, proprio perchè, a nostra immagine e somiglianza, combatte la sua lotta quotidiana contro il destino avverso, mentre Abele, pieno zeppo di certezze, sui suoi tacchi a spillo, ispira solo antipatia e supponenza.   


E poi c’è ovviamente lui, l’essere supremo, che ci accoglie sin dall’entrata con finta bonomia, che bofonchia la sua legge crudele, istituendo una giuria formata ovviamente solo da sé stesso.
E presto il verdetto sarà pronto: Caino deve essere condannato, ha peccato ed è inutile che si difenda parlando di battaglie combattute contro la stupidità di leggi assurde, di solitudine, di paura della morte. Tutto ciò non gli servirà a niente. Deve essere condannato, anche perchè, per difendersi, ha accusando la Divinità di aver creato in terra una religiosità solo apparente, seppur necessaria, che si nutre principalmente di un potere che, nei secoli, ha dato adito alle peggiori piaghe del mondo.

Uno spettacolo dunque, come il precedente, che si fa stile utilizzando il paradosso caustico, espresso con un testo interamente in versi che solo Caino cerca di scardinare, dai toni fintamente leggeri e capace di mescolare i linguaggi del cabaret e della comicità.
Quarantacinque minuti di teatro densissimi di significato, dove la scrittura drammaturgica, ogni volta capace di spiazzare lo spettatore non concedendogli certezza alcuna, è disseminata all’interno di una scena composta da pochissimi elementi, dove i tre attori si muovono coinvolgendosi a vicenda in un gioco solo apparentemente ironico, in realtà beffardamente tragico.

Tratto comune di molte delle creazioni di ricerca di questi anni, ci sono le canzoni che interrompono il fluire delle parole, riverberando ogni volta i significati dello spettacolo: Modugno con il suo “Vecchio frac” che rimanda alla solitudine dell’uomo davanti al creato; ancora Modugno, mutuato da Pasolini con il suo “folle amore per la vita voluto dal cielo” ed infine  Morricone tratto da “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” con Volontè, che parla di giustizia e colpa, dove le vittime ovviamente siamo ancora noi, i tanti Caini che popolano questa nostra povera terra.

Mea culpa ovvero della Giurìa e dell’Ingiùria
progetto drammaturgico: Enrico Ballardini
diretto e interpretato da: Enrico Ballardini, Giulia D’Imperio, Davide Gorla
luci: Monica Gorla
produzione: Odemà in co-produzione con Kilowatt Festival – con il sostegno di Associazione Culturale UddU, Teatro Garibaldi Aperto di Palermo, Com Teatro di Corsico
durata: 45′

Visto a Milano, Crt Salone, il 21 dicembre 2012


 

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