In giro per il mondo, Mk presenta quattro danze coloniali

Mk - Quattro danze coloniali viste da vicino (photo: mkonline.it)

Mk – Quattro danze coloniali viste da vicino (photo: mkonline.it)

“Quattro danze coloniali viste da vicino” è la presentazione scarna ed essenziale dei materiali emersi durante la preparazione del più ampio progetto “Il giro del mondo in 80 giorni”, presentato a Torino e a Roma, e che la compagnia MK ha deciso di dare alla scena in una forma assolutamente priva di ogni orpello o concessione all’estetismo.

Palcoscenico vuoto, per le luci un piazzato che mai cambia l’umore della visione, entrate e uscite dei danzatori a sottolineare l’inizio e la fine delle danze. Un titolo quindi quanto mai giusto e puntuale, perché veramente la danza è l’unica padrona dell’ambiente che crea, e si offre così, nuda e unicamente presente a se stessa.
Sono vortici di tragitti che creano sempre un altrove, che rifuggono le vicinanze anche nelle prossimità, in una dinamica che sposta il corpo dal suo centro per portarlo in un altrove che è la sua nuova destinazione, ma una destinazione precaria, in un continuo bilico di rapporti tra i tre interpreti.

La prima immagine è un cordone di tenda con tanto di nappe che si dilegua dietro il fondale, una sottile ironia che resterà per tutti gli oggetti, o complementi di abbigliamento che, in forme molto discrete, puntualizzeranno di volta in volta l’abbigliamento dei danzatori o la scena.

La prima danza, affidata a Biagio Caravano, è un solo, un unico viaggiatore nello spazio, un movimento articolare che reinventa il corpo fuori da ogni design coreografico.

La seconda, è la danza delle prossimità: in un percorso che dal fondo della scena procede verso il pubblico, tre soli si intersercano, cercano il loro spazio nella vicinanza senza mai veramente incontrarsi, creando porzioni di volumi conquistati e improvvisamente modificati da intersezioni che non arrivano mai al contatto.

Il contatto arriva nella terza danza: Philippe Barbut “impugna” Laura Scarpini, e la conduce nel movimento; i corpi si ibridano nella dinamica costretta dal legame delle braccia, e il dominatore è a sua volta costretto dentro straniamenti del corpo, composti e ricomposti per negoziare la propria identità.
Nuovamente la scena viene abbandonata: un esploratore, la retorica della cui immagine è affidata solo a una mazza da golf, guadagna il centro del palcoscenico e se ne impossessa con la protervia di tanti conquistatori che hanno popolato la storia del mondo. Alla sua immobilità si contrappone la danza di Biagio Caravano, fatta di segni coreografici netti e precisi, che intorno a questa figura così  statica e arrogante disegna momenti di assoluta densità corporea alternati a stilettate gestuali.
Il conflitto tra “conquistatore” e “selvaggio” si attua come confronto fra statuti corporei e spaziali diversi, si esprime e si risolve in dinamiche corporee opposte; e se c’è il soccombere da una parte e il decretare la propria vittoria e il proprio dominio dall’altra, c’è anche lo sberleffo del dominato che spruzza di farina bianca le pose e la boria del grande conquistatore, consegnando all’arte lo statuto di forza creatrice e sovversiva.

Si arriva così all’ultima danza, quella in cui sempre si va, dove è più importante il percorso che non l’arrivo o la partenza, dove allontanandosi da qualcuno si è sempre vicino a qualcun altro, dove i corpi sempre precari disegnano tragitti vacui, in un crescendo di tensione che trova un respiro liberatorio solo quando le luci si spengono sul corpo solitario al centro della scena, lasciato lì, tra i resti di questi viaggi “in bilico tra paesaggio puro, questioni legate al trasporto e ricostruzione dell’esotico”.

QUATTRO DANZE COLONIALI VISTE DA VICINO
coregrafia: Michele di Stefano
con: Philippe Barbut, Biagio Caravano, Laura Scarpini
produzione: MK, Armunia festival Costa degli Etruschi
musica: Lorenzo Bianchi
organizzazione e distribuzione: Anna Damiani/PAV
durata: 30’
applausi del pubblico: 2’

Visto a Firenze, Cango – Cantieri Goldonetta, il 13 novembre 2011
Oltrarno Atelier

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