Una serata a Short Theatre, dall’utopia al disincanto

Leo Bassi

Leo Bassi (photo: shorttheatre.org)

Nella sezione di Short Theatre alla Pelanda, negli spazi ampi e lustri dell’ex mattatoio di Testaccio, il programma è fittissimo come al solito, così lo spettatore interessato a seguire tutti gli spettacoli deve cimentarsi in una maratona teatrale che metterà a dura prova i meno nerboruti, viste le cinque ore consecutive senza pause.
Oltre ad “An afternoon love” di Pathosformel e al “Misterman” della Compagnia Capotrave, della cui prima fase di studio si era già parlato (ci limitiamo quindi a dire che questo secondo studio continua ad oscillare fra le luci di un emotivo Alessandro Roja – ben calato nel ruolo del cattolico fragile/violento – e le ombre di una composizione polifonica che chiede fin troppo all’unico attore in scena), la giornata di Short Theatre ci mette di fronte a un maestro della clownerie come Leo Bassi, col suo “Utopia”, e al risultato di una collaborazione fra Paolo Musìo e Thorsten Kirchhoff, con “Voce”.

“Utopia”, dunque. Mi sono portato a casa un pezzo di spettacolo: ho tra le mani un giochino di plastica, una paperella gialla, una delle tante che Leo Bassi tira al pubblico durante gli applausi finali. Non si tratta di provocazione, ma di una metafora dolcissima: una divinità paperificata.
Questo clown grande e grosso (spero non sia male citare lo Zorba di Sepulveda, visto il contesto), grande per i quarant’anni di carriera internazionale all’insegna di un circo ripensato socialmente e politicamente, grosso per la stazza imponente che si scontra con una sincerità del viso davvero difficile da trovare a teatro, questo clown che non crede in Dio perché troppo spesso lo ha visto tirato per la manica a giustificare le efferatezze di amici e nemici, trova ora il suo divino proprio in una papera gialla, nella poetica delle piccole cose, in un amore per la vita senza bisogno di corollari e postulati.

Entra in scena con gli occhiali da cieco, tasta il palco col bastone: poi se li toglie con studiata nonchalance, perché voleva soltanto mostrare «la condizione degli intellettuali di sinistra». È soltanto la prima di una serie di trovate che riescono ad essere grottesche e delicate al tempo stesso, dichiarando con semplicità il falso di quanto avviene in scena, come quando Bassi prova a suonare Erik Satie in playback con dei bicchieri riempiti d’acqua, o spaventa il pubblico accingendosi a fare il mangiafuoco a trenta centimetri dalla prima fila.

Verso la fine dello spettacolo, comincia a truccarsi in scena: per un clown sarebbe vietato, rovina la magia, dice, «ma tanto non c’è più nessuna magia da difendere, nel mondo». Nell’ostentazione del falso (di cui in Italia abbiamo un altro esperto istrione, Andrea Cosentino) Bassi vuole riscattare la sua delusione per un momento storico nel quale non si riconosce, segnato dall’ingiustizia e dal consumismo, di cui non esita a individuare i colpevoli: i banchieri. I banchieri famelici di macchinoni, avidi, eppure assolti dagli Stati complici; nessuna possibilità di vederli pagare le loro responsabilità nell’innesco della crisi mondiale.

E siccome Bassi non riesce a trovare un modo per ribellarsi efficacemente, sceglie di miniaturizzare i suoi nemici: così, Monti è un minuscolo pupazzo di plastica da torturare con tecniche voodoo o con un più tradizionale uovo in testa. Il clown gioca sul palco, gioca con rabbia, si sfoga inseguendo la catarsi per sé e per il pubblico, prendendo a martellate le automobiline dei minibanchieri, dando fuoco al mini-Monti: le torture sono riprese dallo zoom di una telecamera e proiettate sullo schermo in fondo alla scena. Eppure, vedere Bassi sfogarsi coi suoi pupazzi ha qualcosa di paradossalmente commovente: è l’ostentazione semplice di una sconfitta; è il mostrarsi senza pudori di chi non ha paura, perché oltre alla speranza storica ne ha una più profonda, che qui trova voce nell’apertura cosmica del finale, fra le pitture rupestri di cinquantamila anni fa e il tempo lunghissimo delle galassie.

Sullo spettacolo, come si sarà intuito da quanto detto finora, pesa piuttosto chiaramente un difetto di profondità nell’analisi politica: non sarebbe certo un problema in sé, visto che ci troviamo di fronte a un lavoro di clownerie e non di teatro civile. Ma non si può fare a meno di notare come, a un mago dei giochi come Bassi, non riesca proprio il gioco più vero e difficile: quello che mette in crisi la propria stessa identità, la apre al diverso e servendosi del dubbio la contamina oltre ogni schema mentale.
Questa clownerie impegnata dovrebbe lasciare negli occhi degli spettatori – come per Franco Ruffini dovrebbe fare tutto il miglior teatro – dei granelli di sabbia, dei corpi estranei tali da non riuscire più a chiudere le palpebre, costringendo a strofinarsele coi pugni fino a, guarda un po’, rimettere in discussione le proprie idee.

Invece Bassi finisce per consegnare al milieu teatrale, già fin troppo compatto ideologicamente, l’ennesima conferma di stare dalla parte giusta: contro i banchieri, il neoliberismo; a favore dell’arte, della libertà. Bassi è orgoglioso e sicuro della sua visione del mondo: un misto di anticlericalismo, sfiducia malinconica per la sinistra istituzionale e nostalgie per l’utopia del socialismo umanistico, in cui l’aspirazione alla libertà assoluta convive (con qualche stridore) con il richiamo a certi valori tradizionali.

Ecco, uno come Leo Bassi può anche permettersi di adagiarsi, a sessant’anni e passa, su delle grucce confortanti. Ma sarebbe più che ingenuo credere all’utilità di queste rivendicazioni nel contesto del pubblico teatrale odierno, come se non ci si fosse ancora accorti che l’identità di cui parliamo è diventata un’attrezzatura mentale preassemblata: ancora un po’ e la troveremo esposta sugli scaffali, facilmente acquistabile, in uno di quei LIDL che Bassi cita ironicamente. D’altronde è lui stesso ad accusare, a un certo punto, chi frequenta i suoi spettacoli e poi va a giocare a golf. Ma è troppo poco, perché la linea dominante di “Utopia” è proprio la cosa meno utopica che ci sia, ovvero il riconoscimento di un’élite sociale in qualcosa di già noto, quando invece servirebbe un’analisi spietata delle contraddizioni.

Paolo Musìo / Thorsten Kirchhoff - Voce

Paolo Musìo / Thorsten Kirchhoff – Voce (photo: shorttheatre.org)

Tanta è la profondità umana del lavoro di Leo Bassi, che nessuno dei miei dubbi fortiniani può mettere in discussione, tanto è raggelante la distanza da cui Paolo Musìo recita “Voce”, testo di cui è lui stesso autore.
Nonostante Musìo occupi la scena a pochi passi dal pubblico, mentre si arrampica e divincola su una scaletta di metallo, esplorandone col corpo gli spazi e i vuoti, quasi mai le sue parole visionarie sembrano stabilire un vero legame con chi le ascolta, creare una tensione, un sobbalzo di condivisione.

Gli occhi spiritati, vestito in smoking, Musìo somiglia a certi personaggi dei romanzi di Arthur Schnitzler, sempre sospesi nell’appuntamento con un fato che si rivela vuoto; sale con estrema lentezza i gradini della scala, misura i movimenti delle articolazioni come se soltanto da esse potesse scaturire la giusta prosodia, la via ritmica migliore per aprire il testo al pubblico. Ma il testo, come si diceva, non si apre, né a livello di forza d’immagini né narrativamente: neppure quando Musìo sfrutta all’estremo le possibilità dell’unico oggetto scenico, rimanendo sospeso a testa in giù, aggrappato alle gambe della scaletta in un’estrema tensione fisica e vocale, e neppure quando finalmente si allontana e occupa un’altra sezione del palco, perché allo scarto scenico non corrisponde una parallela svolta drammaturgica.

Nulla da dire sulla sua prova d’attore, che poggia su una fisicità e una mimica straordinarie e che potrebbe essere mostrata nelle accademie per insegnare il rapporto mnemonico fra testo e gesto: non si finisce per caso a lavorare con gente come Ronconi, Nekrosius, Testori, Castri. Ma la sua bravura è castrata da un testo fitto di stilemi abusati da anni, a metà fra un surrealismo a tinte dark e uno psicologismo drammatico alla Sarah Kane.
«Nuoto sotto una lastra di ghiaccio che mi separa dal mondo», per intenderci.

L’aspetto più fastidioso però è un altro: si ha a volte la sensazione che il testo sia motivato più dalla volontà di esaltare il virtuosismo d’attore che da urgenze proprie. Sembra di essere stati a un concerto dei Dream Theater, insomma.
Sul contributo di Kirchhoff, artista tedesco anche quotato, possiamo purtroppo dire poco: il suo ruolo sarebbe la “visualizzazione” ma, scusate l’ignoranza, non si riesce proprio a capire cosa sia. Da fotografo e videoartista, immaginiamo si sia occupato di luci e scena: ma vuoi mettere quant’è fico dirlo così?

Utopia
di e con: Leo Bassi
durata: 1h 50′
applausi del pubblico: 3′

Voce
testo, recitazione e regia: Paolo Musìo
visualizzazione: Thorsten Kirchhoff
suoni: Bruno Franceschini
produzione: Idiòt
durata: 1h
applausi del pubblico: 1′



Visti a Roma, La Pelanda, l’11 settembre 2012
Short Theatre
 

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