“Anche in casa si possono provare emozioni forti”: Caterina Filograno tra ferite e ironia

Ph: Valeria Masu
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In arrivo alla Triennale di Milano uno spettacolo visionario dedicato alla genealogia femminile

Uno spazio sospeso. Un giardino che non è giardino. Una casa che si apre e si sfibra. Lo spettacolo di Caterina Filograno “Anche in casa si possono provare emozioni forti” attraversa memoria, mito e psicanalisi. Al Teatro Radar di Monopoli (e alla Triennale di Milano il 12 e 13 dicembre), un rito gentile e inquieto. Una camminata dentro un’eredità femminile resistente, fatta di consapevolezza silenziosa. Come se un luogo originario fosse distillato e poi trasfigurato in una grammatica scenica nuova: ciò che era concreto diventa simbolo, eco, apparizione.

La scena di Giuseppe Morabito è essenziale e raffinata. Veli e lenzuoli delineano mare, vento, altalene che oscillano come pensieri. Un labirinto rosso come un utero. Alberi che diventano radici mentali, pareti che si muovono come onde. Una composizione mobile. Una sorta di “Giardino dei ciliegi”. Lampi da “Giulietta degli spiriti”. Una nota dalle “Vergini suicide” di Sofia Coppola. Atmosfere disfunzionali da “Zoo di vetro”. Tutto metabolizzato da una sensibilità contemporanea.
L’immaginario non nasce dal naturalismo domestico, ma dalla sua metamorfosi: villa reale, camicia da notte, cicale e voci diventano materia archetipica. Un giardino mentale in cui il quotidiano evapora.

Ph: Valeria Masu
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Al centro, cinque figure femminili. Architetture di carattere. Tracce di biografia e invenzione.
La nonna chioccia, nel suo guscio piumato, offre protezione e severità.
La zia in gabbia, con l’ombrello in testa, lascia scivolare uomini e rimpianti.
La madre falena, fragile e magnetica, libera e assertiva, cerca ogni bagliore.
Una figlia teatrante, trascinata dal demone dell’arte che insegue con compiacimento, stigmatizzandone la precarietà senza vittimismi.
Una seconda figlia smaniosa di normalità, in lotta con la propria genealogia.
Insieme formano un polittico matriarcale. Un nucleo di autosufficienza. Gli uomini restano fuori campo. Presenze brevi. Figure che si dissolvono, lasciando sulla scena un universo abitato da sole donne. Una scelta narrativa chiara, mai vendicativa. Analitica. Uno spazio femminile che riflette su sé stesso senza chiedere permesso. Dal privato al mito. Dal ricordo alla psiche collettiva. Un femminismo calmo, sotterraneo, non dichiarato.

I costumi, bianchi e leggeri, sfiorano contorni simbolici. La couture come drammaturgia. Gli abiti amplificano i confini, diventano paesaggi emotivi. L’immagine non illustra: riscrive. Dà corpo a memorie taciute. Il design non accompagna il gesto: lo spinge, incornicia, scolpisce.

La tessitura sonora di Gerets accompagna senza invadere. Ruggiti, soffi, vibrazioni basse. Rumori come echi di case antiche. Sussurri, voci fuori campo, monologhi spezzati, dialoghi che si rincorrono. Un’acustica del non detto, dei linguaggi emotivi. Il suono lavora sul dentro, sul margine psichico. Tracce animalesche irrompono come presenze dell’inconscio ambientale. Un coro interno tra fastidio, memoria e vertigine.

La scrittura scenica di Caterina Filograno usa frasi brevi, paratassi, ripetizioni ritmiche. Non ridonda. Apre varchi. La storia si insinua, lascia margini allo spettatore.
E poi le interpreti. Punto di forza. Gloria Busti, Simona Senzacqua, Francesca Porrini, Maria Grazia Sughi e la stessa Filograno. Ricamano sfumature, alchimie. Custodiscono gesti minuti, sguardi laterali, posture precise. Fragilità e forza. Portano in scena ferite, biografie, chiaroscuri. Un’alleanza artistica che plasma la drammaturgia. Sono loro a convertire il ricordo in mito, a restituire la resilienza che attraversa tutto il racconto.
La danza è una corrente lieve. Non coreografia tradizionale: scrittura del corpo. Qui la mano di Ester Guntin. I corpi non rappresentano: rivelano. Si muovono come principi, non personaggi. Corpi-archetipi attraversati da memorie e tensioni.

Ph: Valeria Masu
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La regia sceglie un tono visionario senza perdere il tema. Rapporti madre-figlia, nonna-figlia, sorelle: un campo di forze. Segreti, silenzi, piccoli traumi. Una madre totemica. Figlie che cercano un ruolo possibile. Il villino sul mare e il giardino barese come memoria condivisa: luogo emotivo, non più naturalistico. Paesaggio mentale. Un altrove. Un mito.
Ritmo equilibrato. Qualche lentezza, mai gratuita. Tutto converge verso un finale lieve. Una passeggiata surreale che scioglie la tensione. Un gesto di cura.

In definitiva, uno spettacolo maturo. Visionario quanto serve. Intimo. Ironico senza perdere gravità. Un lavoro che compie una metamorfosi rara: dalla casa reale alla scena simbolica, dal rito domestico alla geografia dell’inconscio femminile contemporaneo. Un affresco di autonomia e assertività. Un paesaggio interamente abitato da donne che si interpretano e si sostengono. E si distingue. Per regia, immagini, ensemble.

ANCHE IN CASA SI POSSONO PROVARE EMOZIONI FORTI
di Caterina Filograno
Con Gloria Busti, Caterina Filograno, Francesca Porrini, Simona Senzacqua e Maria Grazia Sughi
Prima spettatrice Carlotta Viscovo
Scene e costumi Giuseppe Di Morabito
Luci Stefano Bardelli
Suono Gerets
Aiuto regia e collaborazione artistica Ksenija Martinovic
Movimento Ester Guntin
Assistente musicale Diego Finazzi
Produzione Sardegna Teatro | Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale | Teatri di Bari

durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 2’

Visto a Monopoli, Teatro Radar, il 5 dicembre 2025

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