“Arrivano i Dunque”: Bergonzoni esilarante tra bisticci semantici e riflessioni umane

Alessandro Bergonzoni (ph: Chiara Lucarelli)
Alessandro Bergonzoni (ph: Chiara Lucarelli)

Al teatro Elfo Puccini di Milano, il comico bolognese mette a soqquadro la grammatica con un monologo che mescola umorismo e critica sociale

L’alchimia delle parole, da restare senza fiato. Un bombardamento di equivoci e associazioni linguistiche fulminanti. L’apoteosi della paronomasia.
Il sodalizio tra intelligenza e divertimento a teatro è assicurato quando sul palco c’è Alessandro Bergonzoni. Che sconquassa la compassata Milano novembrina con il monologo “Arrivano i Dunque (avannotti, sole blu e la storia della giovane saracinesca)”, in scena in prima nazionale all’Elfo Puccini nella gremita Sala Shakespeare.
Un lavoro sagace. Che non si limita a far ridere, ma offre anche riflessioni profonde, coniugando arguzia e umanità. È l’apoteosi del vocabolario della lingua italiana, di cui si sviscerano radici semantiche e polisemia con la stessa acribia dell’aruspice davanti alle interiora degli animali. Pensieri (bislacchi) e parole (come pietre). I pensieri vengono “messi all’asta”. Il pubblico diventa parte di un’esperienza esilarante di risveglio intellettuale e sensoriale.

Sul palco, un tavolo: una sorta di scrivania; una specie di scatola con tanto di coperchio, da sembrare un’arca. Scatola “cranica”. Un “tavolo delle trattative” per maltrattare i potenti e inchiodarli alla loro negligenza. Un letto di Procuste per stiracchiare la nostra coscienza sgualcita.
Attorno a questo monolitico oggetto scenografico si muove Bergonzoni, vestito con pantaloni e camicia scuri, con sopra un camice bianco. Il camice, simbolo di pulizia ma anche di vulnerabilità, rimanda a una figura che non è quella del medico, ma piuttosto di un “guaritore” della mente. Quel tavolo custodisce libri, che l’attore apre, sciorinando un’antologia di citazioni: da Steinbeck a Dante, da Foscolo a Hemingway, ad Einstein. Una più spassosa dell’altra. Tutte demenziali. Ciascuna rigorosamente inventata, eppure plausibile: vuoi che l’Alighieri non abbia mai detto «passami il sale»?

Quello che Bergonzoni offre è un esercizio che punge la mente e riaccende l’anima spenta della nostra quotidianità. Il bianco del camice è anche un invito alla resa: la resa dei conti, la resa di ciò che noi ricchi abbiamo depredato ai paesi poveri. Ma il bianco è anche il colore che fa risaltare lacrime e sangue, quello dei bambini in guerra. Lacrime così difficili da ignorare, proprio come i problemi sociali e umani che Bergonzoni affronta nel suo spettacolo. Il bianco è un invito alla pace. Rappresenta una sorta di “tabula rasa”: una base dalla quale è più facile ricominciare e immaginare un nuovo mondo. Una “crealtà”, cioè una realtà che va reinventata da zero.

Bergonzoni usa la lingua con una maestria che confina con l’arte. Ogni parola è un colpo di pennello su una tela mentale, un battito di scalpello sul marmo della nostra presunta, granitica, integrità. Ogni invenzione linguistica diventa esercizio per la mente: quella degli spettatori diventa elastica ed estensibile, quasi come quella dell’attore.
Con giochi di parole e associazioni inaspettate, con nonsense e una sfilza di bisticci semantici, lo spettacolo si trasforma in una salutare ginnastica neuronale. Un esempio è quando l’attore parla di “geniocidio”, un concetto che va oltre il genocidio: non si tratta di sterminare fisicamente una popolazione, ma di non distruggere il genio che ogni individuo porta dentro di sé, quella forza creativa e liberatoria che dovrebbe essere il motore della società. Se una società, infatti, opprime il genio e la creatività, non si potrà mai costruire una realtà nuova e migliore.
La verve inesauribile di Bergonzoni sottolinea la necessità di figure non tanto di “artisti”, ma di “altristi”. Questi “altristi” sono persone che sanno guardare oltre il proprio orticello, capaci di abbracciare la dimensione dell’alterità e dell’altruismo.

La riflessione sulla società e le sue fratture, sulle ingiustizie, diventa filo conduttore dell’intero spettacolo. Con lucidità, Bergonzoni ci invita a non rimanere chiusi nel nostro individualismo, ma a guardare al bene comune, alla possibilità di unire le forze per creare qualcosa di bello e utile da condividere. Un’idea che si esprime anche attraverso il concetto di “congiungivite”: l’ennesimo neologismo per prefigurare una condizione gioiosa e autentica di connessione solidale.
Alla fine della performance, il pubblico non vuole separarsi da Bergonzoni. O forse è proprio l’attore a non voler mollare la presa sul pubblico. Instancabile, quest’acrobata della sintassi e del lessico continua a uscire sul palco per regalare nuovi sketch, aneddoti e momenti di puro divertimento. L’interazione non si ferma al copione, ma si estende a una serie di esibizioni spontanee che dimostrano la generosità artistica di questo mattatore: “matt-attore”, che più matto non si può.

“Arrivano i Dunque” è un’opera che arricchisce la mente e lo spirito. È anche un viaggio intellettuale ed emotivo che stimola la riflessione, solleva l’anima e lascia una sensazione di speranza: un appello alla nostra capacità di reinventare il mondo. Per stimolare l’Occidente a non essere “Uccidente”. Per disinnescare slogan come «vengono prima gli italiani», che ci trasformano in un «popolo di eiaculatori precoci». Riflettiamo, tra lazzi e frizzi, su temi come l’emigrazione e l’accoglienza, la morte, la guerra, la condizione disumana dei carcerati. Senza rinunciare alla rivolta, che comincia dal rivoltarsi il camice. Puntando a un futuro “imbelle”, che inizia proprio quando impariamo a “sbellicarci” dalle risate.

Arrivano i Dunque (avannotti, sole blu e la storia della giovane saracinesca)
di e con Alessandro Bergonzoni
regia Alessandro Bergonzoni e Riccardo Rodolfi
scene Alessandro Bergonzoni
produzione Allibito

durata: 1h 45’
applausi del pubblico: 4

Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 29 novembre 2024
Prima nazionale

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