La Vestale di Spontini, diretta da Alessandro Benigni e Gianluca Falaschi, chiude la tournée a Ravenna

La Vestale (ph: Stefano Binci)
La Vestale (ph: Stefano Binci)

Bruno Taddia è Licinio, il generale romano innamorato della vestale Giulia, interpretata da Carmela Remigio

“La Vestale”, l’opera più nota del compositore marchigiano Gaspare Spontini, la conoscevamo solo per la sublime interpretazione che ne aveva fatto Maria Callas alla Scala nel 1954, contribuendo alla sua riscoperta. Siamo dunque andati al Teatro Alighieri di Ravenna per assistervi, per la prima volta, dal vivo.

“La Vestale” è una tragédie-lyrique in tre atti, composta su libretto in lingua francese di Victor-Joseph-Étienne de Jouy.
L’opera che Spontini si affrettò a dedicare all’imperatrice Giuseppina venne accolta favorevolmente al suo debutto all’Académie impériale de Musique di Parigi il 15 dicembre 1807. Infatti il compositore, al suo arrivo a Parigi, riuscì a superare le numerose invidie dell’ambiente musicale francese, anche grazie al suo rapporto di amicizia con il Conte di Rémusat, amico della futura imperatrice, e di sua figlia Ortensia, e pare che per il debutto dell’opera si sia mosso Napoleone stesso.

Al centro della trama, che si svolge nell’antica Roma, vi è l’amore di Licinio, che è appena tornato da una fortunata campagna militare contro i Galli, e Giulia, destinata però a diventare Vestale e a rimanere dunque vergine.
La donna, rimbrottata anche dalla gran sacerdotessa per questo suo legame, è quindi molto dibattuta, ma nel medesimo tempo scambia profferte d’amore con Licinio, molto rattristato dalla penosa situazione.
I due amanti si incontrano segretamente nel tempio di Vesta, quando improvvisamente il sacro fuoco che Giulia doveva governare si spegne, mentre Cinna, l’amico più caro di Licinio, riesce a farlo fuggire di nascosto. Arrivano i sacerdoti e le vestali, che incolpano la donna dello spegnimento. Il gran sacerdote le intima di dire chi fosse l’uomo con lei: al suo rifiuto, Giulia viene condannata a essere murata viva. Allora Licinio, con l’amico Cinna, decide di correre in aiuto della Vestale. Mentre Giulia, dopo aver salutato le sorelle e rivolto l’ultimo pensiero al suo amato, si appresta al supplizio destinatole, arrivano in suo aiuto Licinio, Cinna e i loro sodali per porre fine a quell’inutile e orrendo sacrificio.
Ecco che allora, improvvisamente, un fulmine cade dal cielo, squarciando il velo da vestale di Giulia e riaccendendo il fuoco sacro: il gran sacerdote, stupito dal prodigio, interpreta l’avvenimento come un segnale favorevole della dea, propensa a uno scioglimento dai voti di Giulia.
Tutto culmina nel tripudio generale, con la vestale, innamorata, libera di unirsi al suo Licinio.

Abbiamo già detto che “La Vestale” è considerata il capolavoro di Spontini ed è una delle opere più rappresentative del classicismo insieme a quelle di Cherubini, una delle gemme più preziose che aprirono il campo al melodramma ottocentesco.
Ascoltandola e vedendola per la prima volta, anche noi ne abbiamo ammirato la perfetta concatenazione degli avvenimenti, risolta attraverso una giusta caratterizzazione dei personaggi, che si accompagna in modo ispirato alla concertazione musicale. Un’opera indubbiamente di grande risalto, sia scenico che musicale, concepita senza numeri chiusi, con i recitativi accompagnati dalla musica che, in modo diversificato, si esprime in un continuum ininterrotto di cori, arie, duetti e che ha il suo apice nel secondo atto, con le grandi arie di Giulia, il suo duetto con Licinio e con l’incandescente finale.

A Ravenna l’abbiamo ascoltata nella versione originale francese, prodotta meritoriamente dalla fondazione Pergolesi – Spontini in una coproduzione con il Teatro Alighieri di Ravenna, la Fondazione Teatri di Piacenza e quella del Teatro Verdi di Pisa.

Conosciamo da tempo il responsabile dell’allestimento, Gianluca Falaschi, soprattutto come eccellente costumista per le creazioni di Davide Livermore e Arturo Cirillo, anche come regista per “Angelica” di Porpora, vista con piacere a Martina Franca.
Per “La Vestale”, Falaschi trova ispirazione nella figura di Maria Callas, fautrice – con il celebre allestimento scaligero del 1954 – della riscoperta dell’opera. Ecco dunque che Giulia, attraverso abili artifici, diventa una specie di doppio di Maria, non più consacrata alla dea Vesta ma all’arte, come lei stessa prima dell’ouverture confessa agli spettatori in una celebre intervista. Un’artista in balia all’angoscia di dover scegliere tra l’arte e i sentimenti personali, sempre traditi e mai portati a termine.
Vediamo così nelle immagini sullo sfondo Carmela Remigio, l’interprete della protagonista di questo allestimento, nei panni della Callas, aggirarsi in affanno per il teatro, con il medesimo costume creato allora da Piero Zuffi, che diventa l’immagine iconica della regia di Falaschi.
Alla fine la vedremo viva Maria, con il suo abito di scena e non più fantasma, che si riunirà in una persona sola con Giulia.

L’ambientazione classica viene riprodotta attraverso un salone neoclassico creato con delle semplici stoffe, che prendono significato per mezzo delle luci di Emanuele Agliati. Qui i personaggi si muovono in un continuo gioco tra antico e moderno, anche con l’ausilio dei costumi, contrassegnati da tuniche bianche sugli smoking neri degli uomini, e abiti da sera di grande magnificenza per le donne.

Diverse le invenzioni che costellano l’allestimento di Falaschi: dalla presenza di un gruppo di Erinni che intervengono nei momenti di dolore e vendetta, al rossetto che Giulia si predispone per significare il suo affrancamento da Vesta e il sangue del martirio fino a, dulcis in fundo, lo spegnimento del sacro fuoco, con il telo che copre il fondale ad abbattersi per terra rivelando il nero del retropalco.
Efficace anche, verso il finale, la presenza di Giulia in proscenio, che assiste al suo prossimo martirio.

La versione dell’opera che abbiamo visto a Ravenna, come era nello spirito della tragédie lyrique, ha visto anche la realizzazione dei balletti, con le coreografie di Luca Silvestrini e in scena otto valenti giovani performer, francamente poco apprezzabili soprattutto nel loro lunghissimo primo intervento, più consona la loro danza nel finale, dedicata alla dea dell’amore, Venere Ericina.

Dal punto di vista musicale, già altre volte abbiamo apprezzato la vocalità del soprano Carmela Remigio, che anche qua, alle prese con una parte difficile come quella di Giulia, riesce ad infonderle, sia con la voce sia con gli accenti, una grande vitalità, basti anche solo pensare alla grande scena del secondo atto con le arie (“toi que j’implore avec effroi… impitoyables dieux”).
Più in difficoltà Bruno Taddia, soprattutto quando deve esprimere toni guerreschi di vendetta, mentre appare di grande efficacia nei duetti, soprattutto in “Dans l’ivresse du bien supreme”, dove regge in modo egregio il confronto con la Remigio.
Il ruolo della Grande Vestale ha avuto in Daniela Pini una giusta risonanza; come abbiamo trovato davvero molto bravo il tenore Joseph Dahdah nella parte di Cinna.
Di grande e confacente potenza la voce di Adriano Gramigni, autorevole Gran Pontefice e, in due parti secondarie di raccordo, Massimo Pagano.

Come abbiamo spesso sottolineato, si tratta di un’opera molto ardua da porre in scena, soprattutto musicalmente; ringraziamo quindi il Coro del Teatro municipale di Piacenza, diretto da Corrado Casati, e il direttore Alessandro Benigni, con l’orchestra La Corelli, per l’oneroso impegno dimostrato nel donarci il profumo di questo capolavoro, così raro da trovare nel repertorio anche delle grandi istituzioni musicali.

LA VESTALE
Tragédie-lyrique in tre atti
Libretto in lingua francese di Victor-Joseph-Étienne de Jouy
musica di Gaspare Spontini
Prima rappresentazione Parigi – Théatre de l’Académie Impériale de Musique 15 dicembre 1807

Personaggi e interpreti principali
Giulia Carmela Remigio
Licinio Bruno Taddia
Cinna Joseph Dahdah
Gran Vestale Daniela Pini (28/2), Lucrezia Venturiello (2/3)

Gran Pontefice Adriano Gramigni
Console/Capo Aruspici Massimo Pagano

direttore Alessandro Benigni
regia, scene e costumi Gianluca Falaschi
coreografie Luca Silvestrini
luci Emanuele Agliati
assistente alla regia Mattia Palma
aiuto scene e costumi Giuditta Verderio

danzatori Luca Braccia, Leonardo Carletti, Francesco Condello, Luana Filardi, Rebecca Mazzola, Noemi Piva, Elisa Ricagni, Liam Raffaele Zingarelli

Orchestra La Corelli
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
maestro del coro Corrado Casati

Visto a Ravenna, Teatro Dante Alighieri, il 2 marzo 2025

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