Stefan Kaegi apre oggi il festival “Sempre più fuori”. E Dom-, con Asinitas, torna a “Fuori programma”
Spostato a settembre il venticinquesimo “Attraversamenti Multipli” (continuiamo ad augurarcelo, ad aspettarcelo, a desiderarlo), privato dei fondi del FNSV, restano “Sempre più fuori” e “Fuori programma” i contenitori teatrali più vivi, più pieni di pensiero dell’estate romana.
Sarà un caso se l’avverbio/preposizione “fuori” figura in entrambi i titoli: non lo è se per entrambe le rassegne l’idea di esplorazione teatrale performativa e della danza è disposta ad abbandonare direttrici chiuse, univoche, per sfociare nell’inatteso; né se lo spazio aperto nel quale molti dei lavori programmati dai due festival avranno sede è ormai necessità legata alla torrida estate del climate change, e insieme alla scia lunga delle varie “rinascite” della socialità post-Covid che, lo ricordiamo tutti, ci facevano ritrovare nei parchi, nelle piazze.
Ed è proprio all’aria aperta che, a distanza di due giorni, si è potuto assistere prima a “Remote Roma”, la versione pensata per la capitale del format di Stefan Kaegi/Rimini Protokoll, in replica da oggi al 18 luglio, poi a “Pic nic sul ciglio della strada” di Dom-/Asinitas, nuovamente aperto al pubblico il 9 luglio. Ma le affinità tra i due lavori finiscono qui, un’idea di extra-teatralità, un’attenzione al contesto dei nostri tempi.
Il lavoro di Kaegi mantiene la caratteristica dei Rimini Protokoll di operare un approdo all’umano non per mezzo della presenza fisica della persona, ma avvicinandovisi attraverso qualcosa che potremmo definire come la sua aura concettuale, filosofica, a volte tecnologica, in generale equilibrandosi attorno a un suo prolungamento, sia esso la stanza dove ha vissuto o è morto (“Nachlass”), la propria immagine proiettata in una sala conferenza vuota (“La conferenza degli assenti“), il proprio non-essere lì, la sostituzione del sé con un robot animato da intelligenza artificiale (“Uncanny valley”).
Il percorso a piedi, guidato in cuffia da una voce digitale, che a un certo punto cambia genere, parte dal cimitero monumentale del Verano, gremito di sepolcri artistici e di zanzare, per arrivare al nuovo quartiere costruito attorno alla stazione Tiburtina, scivola nella metro e si conclude all’interno del policlinico Umberto I, struttura originariamente tardo ottocentesca, in un dedalo di corridoi.
Qui il gruppo si frammenta in tre tronconi, prima di ritrovarsi su un’alta terrazza che domina l’intero quadrante della città.
La voce artificiale, guidata da assistenti alla regia “sul campo”, esordisce con una prima messa in crisi del concetto stesso di vita, paragonando la sua non-esistenza alla non-più-vita dei morti sepolti nel cimitero.
L’intero percorso è poi costellato da una parte da suggestioni aforistiche attorno ai paradossi della contemporaneità (nuovi quartieri resi invivibili all’esterno dallo sfogo di enormi condizionatori che consentono di essere abitabili all’interno, alberi nani, panchine sparute e roventi), che compongono, un po’ per volta, un piccolo breviario delle contraddizioni, una guida maieutica a un progressivo svelamento della realtà di oggi.
Dall’altra parte quelle contraddizioni provano a incarnarsi, come spesso accade nei dispositivi partecipativi, nella presa di posizione dei partecipanti presi come gruppo o, come si dice, “orda”. Ora siamo di fronte alla scelta tra Giustizia (uscire dalla metro a sinistra) o Libertà (uscire a destra), nessuna allusione a Rosselli, come se le due opzioni fossero in contraddizione, spinti i partecipanti a guardarsi con occhio sospettoso. Ora alla macchina che ci parla, ci sollecita, viene delegato il sezionamento della “platea” in tre sottogruppi, a cui sono dedicati percorsi diversi, sezioni che ci vengono suggerite in cuffia come una possibile scala di valore tra i rappresentanti, stimolo a interrogarsi su cosa accade quando l’applicazione di sconosciuti parametri meritocratici fossero completamente assegnati alla tecnologia – e allora ci si sente come in una puntata di “Black Mirror”, tanto più che la divisione avviene nella cappella del Policlinico, a suggerire la sostituzione/compenetrazione di un’entità ultraterrena con l’inoppugnabile perentorietà del giudizio dell’IA.
Insomma, la struttura del lavoro di Kaegi, i suoi strumenti partecipativi e rappresentativi (perché mostrando la realtà ne rappresenta comunque una versione) cedono a riutilizzare alcune suggestioni, per la verità irrinunciabili, di altre esperienze (quelle dei Dom-, tanto per restare in zona), come la costruzione di un teatro della realtà, in cui ciò che accade diviene, appunto, rappresentazione, o come tale si suggerisce, mentre i partecipanti osservati dai passanti giocano a fare il pubblico in un gustoso rispecchiamento vecchio come il teatro, o almeno come Pirandello.
Il pensiero asciutto, artificialmente porto da “Remote Roma”, pare addomesticato, e le domande poste al pubblico sono quasi retoriche, ma questo pensiero nasconde un evidente affiatamento intellettuale con le questioni legate alla delega tecnologica delle prerogative democratiche e di cittadinanza, con l’artificializzazione dei rapporti sociali e politici. Rifiuta però, per principio, di raccogliersi in un discorso sistematico o anche solo organico, preferisce lo stimolo puntiforme della messa in crisi momentanea, che se stimola i partecipanti alla costruzione di un’unità, rischia l’occasionalità del postmoderno.
In un altro universo è il lavoro di Dom-. Laddove Kaegi lavora per spigoli e fratture, per tagli netti come uno specchio che debba essere ricomposto, Delogu e Sirna raccolgono una comunità con un gesto circolare, simile a quello che si dà attorno alle pareti di una pentola per raccoglierne il contenuto.
Se il primo rivolge un microscopio esatto sul mondo, i secondi bussano alle sue porte e si siedono nei tinelli pur senza farsi pantofolai, tenendo su le scarpe; la camminata rettilinea di “Remote Roma” diventa con “Picnic sul ciglio della strada” (il titolo è preso dal romanzo dei fratelli Strugatskij): uno stare in piccoli gruppi, un muoversi, casomai, in circolo, nello spazio delimitato da un enorme tovaglia-lenzuolo da picnic. E ciò è perlomeno curioso, se si pensa che parliamo di un gruppo che ha fatto dell’andare la sua cifra, almeno fino a “Darkness picnic“, con cui quest’ultimo condivide, a dispetto del titolo, solo alcune mozioni di fondo.
Il lavoro presentato per “Fuori programma” è l’esito di un laboratorio condotto con le persone che ruotano attorno al centro interculturale Asinitas del quartiere di Torpignattara, per il quale Luca Lòtano, anche studioso e docente della scuola, da anni pensa e organizza incontri con importanti protagonisti del nostro teatro (Fabiana Iacozzilli, Bartolini/Baronio, tra gli altri).
Quest’anno, con Federica Mezza, il lavoro è consistito nella creazione di uno spazio che, a dispetto della propria “morbidità”, quella propria di un lenzuolo ricamato, di una ricca e gustosa merenda, di una serie di pratiche di cucito, di disegno, narrazione e gioco a partire da “tarocchi” appositamente pensati, è uno spazio di lotta e presa di parola.
Al lato del lenzuolo, decorato durante il laboratorio dai partecipanti e proseguito dagli invitati all’anteprima, siede Lorenzo Minozzi, che accompagna canti dei partecipanti, ninnenanne, canti di lotta e di memoria, musiche per ballo, sovrapposti alle altre attività. Il tutto si conclude al tramonto, con la composizione di un cerchio da parte dei partecipanti al laboratorio e il loro scioglimento.
Cosa tenga ancora aggrappato il lavoro di Dom- alla partecipatività performativa, cosa gli consenta di non scivolare nell’intervento sociale puro e semplice, è difficile a dirsi in modo chiaro, ma è impossibile, quando ci si è dentro, non sentire questa tensione. Una tensione duplice: all’accoglienza e alla bellezza, non sempre equilibrate (più versati alla prima qui, più alla seconda in “Darkness picnic”).
E non sono solo gli interventi artisticamente rilevanti, come quello, appunto, delle musiche, come il monologo bilingue straziante della meravigliosa Zara Kian, come il delicato video documentario proiettato in apertura, opera di Angelo Loy.

C’è, nella tensione verso la realtà di Dom-, sempre una radice nello sguardo, quello sguardo “erbivoro” su cui insistevano fin dalle prime esperienze di camminata, e che in questo laboratorio rimettono in campo non solo come attività limitata nel tempo, come curiosità sperimentale, ma come condivisa fruizione della realtà, onnicomprensiva, che la restituisce rappresentandola sotto una specifica lente democratica, politicamente rilevante, ne suggerisce l’alternativa.
Anche limitandosi ad adottare la classica definizione di mimesis, imitazione della realtà, per descrivere il lavoro di Dom- anche da questa apparentemente incongrua prospettiva riconosciamo la qualità che consente alle loro creazioni di restare arte mentre fanno lavoro di comunità: mentre denunciano una realtà inaccettabile raccontandola, ne suggeriscono nel proprio sguardo un’altra possibile, e ne danno esempio nella pratica. Della distanza che intercorre tra i due universi consentono perciò una misurazione intuitiva ma esatta, incarnata nella pratica dei presenti, sollecitando lo sguardo, invitando all’azione.
REMOTE ROME
Ideazione, testo e regia Stefan Kaegi
Sound design Nikolas Neecke, Tobias Koch
Drammaturgia Aljoscha Begrich, Caroline Barneaud
Produzione Cranpi / Antonino Pirillo e Giorgio Andriani, Rimini Apparat e Goethe-Institut Rom
Direzione di produzione Rimini Protokoll
Touring Monica Ferrari
Assistente alla regia Tommaso Burbuglini
Guide Eleonora Pace, Marco Pulieri, Federica Stomati
Fonico Alesssandro Scorta
Con il contributo di Goethe-Institut e Ministero Federale degli Affari Esteri (Germania), “Sempre piú fuori 2025” Festival organizzato da Giant, Pro Helvetia – Fondazione Svizzera per la cultura, Accademia Tedesca di Roma Villa Massimo e Istituto Svizzero di Roma.
In collaborazione con AMA Cimiteri Capitolini e Policlinico Umberto I
Remote Roma è basato su Remote X, una produzione sviluppata in collaborazione con HAU Hebbel am Ufer Berlin, Maria Matos Teatro Municipal e il Goethe-Institut Portugal, Festival Theaterformen Hannover/Braunschweig, Festival d’Avignon, Zürcher Theater Spektakel, Kaserne Basel. Sostenuto da Capital Cultural Fund Berlin, Pro Helvetia – Fondazione Svizzera per la cultura e Fachausschuss Tanz und Theater Kanton Basel-Stadt. Una coproduzione House on Fire con il sostegno del Programma Europa Creativa dell’Unione Europea.
Traduzione Marta Salaroli
durata: 1h 40′
Visto a Roma il 26 giugno 2025
Pic-nic sul ciglio della strada
esito del laboratorio teatrale del centro interculturale Asinitas
a cura di DOM-
Ideazione: Valerio Sirna e Leonardo Delogu
Suono: Lorenzo Minozzi
tutor: Marco Bussoni, Jamira Colapietro, Federica Mezza, Luca Lòtano
tutor volontarie: Greta Tommesani, Zara Kian, Silvia Mirabelli
food experience: DESIGNFOOD.HOUSE
organizzazione laboratorio Asinitas: Luca Lòtano, Federica Mezza
di e con Arianna Assanelli, Souleymane Bah, Samba Bah, Mattia Brescia, Sister Chivinda,
Shakira Chuckwuma, Jamira Colapietro, Francesca Cordioli, Dayse Suellen Costa Da Silva,
Woody Cruz, Adarou Dabre, Adama Diarra, Victoria Andrea Hernandez Hinojosa, Zainab
Joof, Ali Jubran, Zara Kian, Giulia Lannutti, Orlando Loy, Walter Mendoza Caballero,
Federica Mezza, Nino Selezneva, Sonda Shakila, Eduardo Antonio Tellez Viada, Greta
Tommesani
Documentazione video: Angelo Loy
Produzione Fuorimargine – Centro di produzione di danza e arti performative della Sardegna
laboratorio del progetto Erasmus+ EX.TRE.M co-finanziato dall’Unione Europea (CREA-
CULT-2021-COOP)
il laboratorio è ambito di ricerca per il dottorato MI.DI.GI. Migrazioni Differenze e Giustizia
Sociale dell’Università di Palermo
Durata: 3h
Visto a Roma il 27 giugno 2025
