C.Re.S.Co. riapre il sipario su nove anni di rinvii del Codice dello spettacolo. Gianmarco Mazzi cambia dicastero. Il testo no
Da ieri, 3 aprile 2026, Gianmarco Mazzi è Ministro del Turismo al posto di Daniela Santanché, dimissionaria dietro esplicita richiesta della premier Meloni.
Fino al giorno prima Mazzi era sottosegretario alla Cultura con delega allo spettacolo dal vivo: cioè l’uomo che, negli ultimi anni, ha tenuto in mano il dossier più atteso (e più sfuggente) del settore. Il cosiddetto Codice dello spettacolo dal vivo: una riforma promessa per mettere ordine fra norme sparse, finanziamenti opachi, tutele intermittenti. Un Testo Unico per teatro, danza, musica. Una cosa seria, almeno nelle intenzioni.
Problema: dopo nove anni, quel Codice non esiste. O meglio: esiste in forma di annuncio permanente.
Ed è qui che entra in scena il comunicato di C.Re.S.Co., pubblicato proprio nel giorno della promozione di Mazzi. Un testo elegante, istituzionale, ma con la lama affilata sotto il velluto. Perché la domanda è semplice: ora che il principale regista politico dell’operazione cambia ministero, che fine fa lo spettacolo? E soprattutto: che fine fa il Codice?
C’è un punto, in quel comunicato, in cui la cortesia smette di essere un velo e diventa diagnosi: “Il dato oggettivo ancora oggi è la mancanza di un testo ufficiale di riferimento”. Tradotto: non c’è niente.
Torniamo all’origine del mito. Il Codice dello spettacolo nasce con ambizioni persino rispettabili. Prima la Legge 175/2017, poi la Legge 106/2022. L’idea: riordinare tutto. Dare una cornice unica a un settore frammentato. Stabilire criteri chiari per finanziamenti, riconoscimenti, diritti. Mettere fine alla giungla.
Gli obiettivi, sulla carta, sono impeccabili: semplificazione normativa, trasparenza, nuove tutele per chi lavora nello spettacolo, criteri aggiornati per distribuire risorse pubbliche, coordinamento con Regioni e Comuni.
In una parola: sistema. In due parole: buona fortuna.
Perché poi arriva la realtà. E la realtà decide di diventare teatro dell’assurdo.
Nove anni. Cinque governi: Gentiloni, Conte I, Conte II, Draghi, Meloni. Una staffetta che neanche le maratone olimpiche, ma senza traguardo. Nel frattempo, proroghe su proroghe. L’ultima sposta tutto a dicembre 2026. Sempre più avanti, sempre più in là. Il Codice come miraggio regolatorio.
E qui entra in scena Mazzi, con zelo quasi registico.
Estate 2023: consultazione pubblica. Invito aperto a chiunque, purché in due pagine, perché anche l’attesa ha bisogno di editing. Ottobre: arrivano più di 80 documenti.
Marzo 2024: tavoli tematici. Danza, musica, teatro, circhi. Più di 700 operatori. Oltre 100 artisti.
Un cast imponente. Manca solo il copione.
Nel frattempo si discute di tutto: tax credit, fiscalità, commissioni ministeriali, criteri di valutazione, parità di genere, meccanismi sanzionatori. A un certo punto il Codice viene dato “all’80%”. Una percentuale poetica, perché presuppone un oggetto.
Peccato che nessuno l’abbia mai visto.
C.Re.S.Co. lo sottolinea con precisione chirurgica: “Sono circolate molte bozze, è vero, ma tutte in maniera ufficiosa”. Il Codice come samizdat ministeriale. PDF senza timbro. Versioni “quasi definitive” che evaporano. Una drammaturgia fatta solo di prove.
Nel frattempo, il sistema fa quello che i sistemi fanno quando lo Stato tace: si auto-organizza. O, più precisamente, si arrangia.
Ed è qui che il comunicato diventa davvero interessante. Perché suggerisce una tesi che sfiora la filosofia politica: e se il Codice funzionasse già così, proprio in quanto assente?
“Il modo in cui lo si è atteso ha già prodotto effetti politici molto concreti”. Traduzione: il vuoto governa.
Niente regole chiare? Le gerarchie si costruiscono da sole. Tutele rinviate? Si chiama flessibilità. Trasparenza opaca? Atmosfera.
Il teatro lo sa da sempre: l’assenza è una presenza potentissima. Come insegna Samuel Beckett in “Aspettando Godot”. Ma qui siamo oltre la scena. Qui siamo alla politica pubblica.
E mentre il settore aspetta – discute, propone, si consulta, si autoconvoca – il processo legislativo scorre sotto traccia. Pareri, conferenze unificate, passaggi tecnici. Le Regioni chiedono più coinvolgimento. Il Parlamento, a tratti, protesta per l’assenza di trasparenza. Si parla di un “testo zero” circolato fuori dalle sedi ufficiali.
Una ghost track normativa.
Eppure, formalmente, tutto procede.
È questo il vero colpo di genio. Il Codice dello spettacolo è contemporaneamente avanzato e inesistente. All’80% e invisibile. Condiviso e mai davvero discusso. Un oggetto quantistico, versione legislativa.
Nel frattempo, Mazzi coordina, ascolta, rilancia. Poi cambia scena. Nuovo ruolo: Ministro del Turismo. Tempismo perfetto. Perché il turismo, in fondo, è anche questo: vendere esperienze, raccontare narrazioni, lavorare sull’immaginario. Anche quando la sostanza è, diciamo, evanescente.
Ma il punto politico è un altro, molto meno poetico: cosa succede adesso? Chi prende in mano il dossier? Quanto è davvero avanzato il testo? E soprattutto: esiste una versione ufficiale?
Perché il rischio, ora, è duplice. Da un lato, che il cambio di dicastero azzeri (o rallenti ulteriormente) un processo già carsico. Dall’altro, che l’assenza si cristallizzi definitivamente come metodo. Che il non-Codice diventi la norma.
A quel punto, più che una riforma, avremo una teoria. O, se preferite, un’installazione.
Il Codice dello spettacolo dal vivo come opera concettuale: immateriale, partecipativa, site-specific. Dura da quasi dieci anni. Coinvolge un intero settore. Produce effetti reali senza mai materializzarsi. Altro che riforma. È performance.
E come tutte le performance radicali, divide il pubblico. C’è chi aspetta ancora il finale. E chi ha capito – molto beckettianamente – che il finale è non arrivare mai.
