Il Ministero e l’arte: il nuovo decreto divide lo Spettacolo dal Vivo e lascia indietro la scena più fragile

Francesca d'Ippolito e Napoleone Zavatto, presidente e vicepresidente di C.Re.S.Co.
Francesca d'Ippolito e Napoleone Zavatto, presidente e vicepresidente di C.Re.S.Co.

Presentato alla Camera il dossier di C.Re.S.Co. sul FNSV 25-27: numeri, criticità e una domanda di fondo sul futuro della cultura pubblica in Italia

In un momento storico in cui le politiche culturali sembrano oscillare tra vecchie logiche e nuovi orizzonti, il mondo dello spettacolo dal vivo si interroga sul proprio futuro. Venerdì 18 luglio 2025, nella Sala Stampa della Camera dei Deputati, si è tenuta la conferenza di presentazione del dossier curato da C.Re.S.Co. – Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea, riguardante gli esiti delle ammissioni al Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo (FNSV) per il triennio 2025–2027.
L’analisi prende in considerazione esclusivamente i settori teatro, danza, circo e multidisciplinare, escludendo il comparto musicale, che non è rappresentato dalla rete e che meriterebbe un’analisi a sé, soprattutto a fronte dei 163 nuovi ingressi nel sistema.

L’incontro ha rappresentato non solo un’occasione di lettura tecnica dei numeri, ma anche un’opportunità politica per riflettere su cosa significhi, oggi, finanziare la cultura in Italia.
Il tono del dossier non è polemico, né rivendicativo: C.Re.S.Co. propone una riflessione costruttiva, mettendo al centro la necessità di ripensare insieme il sistema, evitando derive autoreferenziali o decisioni verticali che rischiano di compromettere il futuro della scena contemporanea.

«Che un cambiamento di sistema fosse necessario lo abbiamo sostenuto da sempre, senza appartenenze ideologiche o politiche», ha affermato Francesca D’Ippolito, presidente di C.Re.S.Co. «Così oggi vorremmo – a partire da quest’analisi – costruire il futuro dello spettacolo dal vivo in dialogo con le istituzioni, anche al fine di agire per tempo sull’impianto normativo del prossimo triennio. Il prossimo triennio e soprattutto il Codice dello Spettacolo devono per noi necessariamente fare riferimento all’articolo 9 della nostra Costituzione, che ci ricorda che la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela, ovvero protegge; per questo la domanda che ci ha inevitabilmente accompagnato nell’analisi è: un finanziamento pubblico che non pone tra le sue priorità il sostegno al rischio culturale, ha ragione di dirsi tale?».

La risposta, oggi, sembra tutt’altro che scontata.
Il primo elemento rilevato dal dossier è un crescente squilibrio territoriale. Dei 781 organismi ammessi nel triennio 2025–2027 nei quattro settori analizzati, il 43% è localizzato al Nord, il 29% al Centro, il 20% al Sud e solo l’8% nelle isole. Questa fotografia conferma un trend già noto, ma lo consolida ulteriormente: l’accesso alle risorse pubbliche continua a favorire aree già dotate di infrastrutture, reti consolidate e maggiore capacità progettuale. Il risultato? I territori più fragili restano marginali nell’ecosistema nazionale dello spettacolo dal vivo.

A questo si aggiunge un secondo elemento: l’incremento del numero complessivo degli ammessi rispetto al triennio precedente, passato da 745 a 781 organismi (Teatro, Danza, Circo, Multidisciplinare), a fronte di una dotazione del Fondo di poco inferiore a quella del 2024. L’incremento della platea, quindi, non è stato accompagnato da un aumento proporzionale delle risorse disponibili. Secondo C.Re.S.Co., ciò genera un concreto rischio per la sostenibilità dei soggetti, sia storici che di nuova istanza.

Un altro dato rilevante riguarda l’equilibrio tra Produzione e Programmazione. Gli organismi produttivi rappresentano il 56% del sistema, con punte particolarmente marcate nel settore teatrale, dove il rapporto tra produttori e programmatori arriva quasi a 3 a 1. Una dinamica che, in mancanza di politiche di rafforzamento della distribuzione, rischia di rendere invisibili molte delle opere prodotte, aggravando la fragilità delle compagnie e compromettendo la possibilità di incontro con il pubblico.
In termini settoriali, la danza appare il comparto più penalizzato. Le domande presentate nel 2025 sono state 156, ma solo 102 organismi sono stati ammessi al triennio, con un indice di successo (KPI) del 65%, tra i più bassi in assoluto. Il numero totale degli ammessi è diminuito di 16 unità rispetto al 2024. Un dato che, unito alla natura stessa del settore – fortemente orientato alla ricerca e alla sperimentazione – solleva preoccupazioni su una possibile esclusione sistemica delle forme artistiche più fragili e meno commerciali.

Anche le residenze artistiche, da anni considerate un modello virtuoso di radicamento territoriale, accompagnamento e sperimentazione, vivono una contraddizione: più territori coinvolti, più centri attivi, ma meno risorse disponibili rispetto al 2022, primo anno dello scorso triennio. Un paradosso che, secondo chi scrive, rischia di tradursi in una contrazione dell’attività, proprio in un momento in cui le residenze stavano consolidando un ruolo centrale nelle politiche culturali regionali e nazionali.

Il comparto teatro, invece, mostra un aumento degli organismi ammessi: da 414 a 441. Tuttavia, anche in questo caso, i dati non bastano a rassicurare. Le modifiche introdotte ai criteri per i Centri di Produzione, ad esempio, sembrano privilegiare parametri quantitativi (come la capienza delle sale) rispetto a quelli qualitativi o innovativi. Il rischio è quello di favorire realtà consolidate a scapito delle esperienze più sperimentali e radicate nei territori.

Dal punto di vista metodologico, il dossier di C.Re.S.Co. pone anche l’accento sulle dinamiche valutative. Si segnalano casi “bandiera” emblematici, dove gli esiti delle commissioni consultive appaiono in forte discontinuità rispetto a valutazioni precedenti: punteggi artistici fortemente abbassati rispetto al 2024 senza apparente motivazione; organismi storici esclusi o invitati a rimodulare il progetto in altri settori; soggetti nuovi ammessi con punteggi che potrebbero essere definiti fiduciosi. Si tratta, come afferma il documento, di indizi di una visione culturale mutata. Ma una visione diversa, per essere legittima, dovrebbe essere almeno esplicitata, motivata, condivisa.

Ed è qui che l’analisi tecnica si intreccia con il nodo politico. Perché uno degli aspetti più delicati sottolineati da C.Re.S.Co. è l’esclusione del Coordinamento dalle ultime fasi del confronto istituzionale sul nuovo Decreto. Dopo una fase iniziale di partecipazione, il dialogo è stato interrotto. Una frattura che, secondo l’associazione, mette in discussione il principio di rappresentanza. Come si legge nel comunicato stampa: «Il Coordinamento è stato escluso, da un momento all’altro, dalle ultime fasi del confronto – e le scelte e valutazioni delle Commissioni consultive non riguardano solo gli Organismi finanziati dal Fondo. Riguardano l’intero Sistema dello Spettacolo dal vivo, composto da soggetti finanziati e non dallo Stato. Riguardano intere comunità, molte delle quali periferiche in termini geografici, economici e sociali, che oggi vedono messa a rischio l’offerta culturale loro dedicata».

L’impressione che se ne ricava è che non sia in gioco una semplice “distribuzione di fondi”, ma una ridefinizione della visione pubblica della cultura. E se tale ridefinizione avviene in assenza di confronto e ascolto, il rischio è che venga meno il senso stesso della politica culturale come strumento di coesione, partecipazione e pluralismo.

C.Re.S.Co. non propone soluzioni semplici, ma avanza una richiesta forte e articolata: aprire un tavolo di lavoro stabile con le istituzioni, che consenta un monitoraggio condiviso degli effetti del DM e una riprogettazione sostenibile del sistema per il prossimo triennio. In gioco non c’è solo il destino di alcuni organismi, ma la salute complessiva del comparto: la possibilità di accesso alla cultura, la tenuta delle reti locali, il riconoscimento del valore della ricerca e del rischio culturale.
Come sottolineato in chiusura dalla stessa Francesca D’Ippolito, «l’impatto del DM 2025–2027 riguarda l’intero sistema. È chiaro a tutti che qualcosa non ha funzionato. Una parte importante e necessaria è stata lasciata fuori. E si è perso, almeno in parte, il senso fondante del finanziamento pubblico: far sì che accadano, grazie al supporto dello Stato, cose che altrimenti non potrebbero accadere».

C’è una responsabilità collettiva da esercitare. I cittadini, nella partecipazione e nel sostegno alla cultura. Gli operatori e le operatrici, nella ricerca della qualità e nell’etica del lavoro. Le istituzioni, nella piena consapevolezza del proprio ruolo: offrire a ogni persona, in ogni angolo del Paese, le stesse opportunità culturali.

Finanziare lo spettacolo dal vivo, in un Paese che si definisce civile, non può significare premiare il successo immediato o l’efficienza economica. Deve significare immaginare il futuro. E sostenerlo, anche quando è fragile, anche quando è scomodo, anche quando è rischioso.

DOSSIER CRESCO

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