Se ne va in silenzio la luce: addio a Bob Wilson

Robert Wilson in Krapp's Last Tape (Happy Days Beckett Festival, Enniskillen, 2012 - Photo: robertwilson.com)
Robert Wilson in Krapp's Last Tape (Happy Days Beckett Festival, Enniskillen, 2012 - Photo: robertwilson.com)

Waco, 4 ottobre 1941 – Water Mill, 31 luglio 2025

E si sono presi per mano, Adriana e Bob. Lei, Winnie, nei suoi “Giorni felici”, con quella voce tra l’aria e la terra. Lui, che non ha mai smesso di guardare il mondo come un sogno geometrico. Escono di scena, insieme, di spalle. In questo 31 luglio che sembra scritto da un regista crudele, a poche ore dalla morte di Adriana Asti, arriva la notizia della scomparsa di Robert “Bob” Wilson, spirato serenamente a 83 anni nella sua casa di Water Mill, vicino a New York. La scena mondiale perde uno dei suoi architetti di luce.

“Ogni uomo di genio viene considerevolmente aiutato dal fatto di essere morto,” amava ripetere. Ma lui era già un mito da vivo, da quando negli anni Settanta cambiò il teatro per sempre con uno spettacolo intitolato “Einstein on the Beach”, che sembrava durare un’eternità eppure passava come un battito d’ali. Ora che se ne è andato, con discrezione e lucidità, quel mito si fa eredità. Viva, concreta. E – come ogni vero sogno – inafferrabile.

Wilson era molto più di un regista. Era un architetto dello spazio mentale. Diceva che per creare un capolavoro bastano tre cose: fissità, luce e silenzio. Ma bastano a chi? A lui, probabilmente, che sapeva vedere nella luce un motore drammaturgico, nella lentezza una vertigine, nel vuoto una promessa. Non “illuminava” la scena: la costruiva. Non dirigeva gli attori: li scolpiva.

Nel suo teatro i personaggi non parlano: accadono. Come la neve. O il vento. Perché “non c’è tempo, c’è solo spazio”, diceva. E infatti nei suoi spettacoli – da Hamletmachine a La Galigo, da Orlando a The Old Woman con Baryshnikov – il tempo si dilata, si sfalda, si dimentica di esistere. I gesti sono lenti, ipnotici. Ogni dettaglio è importante. Nulla è lì per caso. Nulla, nemmeno il silenzio.

Texano di nascita, formatosi in architettura, Wilson è stato tutto insieme: regista, scenografo, artista visivo, performer, scultore, videoartista. Un artista totale. Ma con l’umiltà di chi non ha mai cercato lo sfarzo, piuttosto il necessario. Il minimo che diventa massimo. Alla Scala firmò una “Salome” da leggenda nel 1987 con Montserrat Caballé, i costumi di Gianni Versace e la direzione di Kent Nagano. Ritornò più volte, anche con Monteverdi. E anche quando lavorava per l’opera, per il balletto, per il design, lo faceva come se stesse disegnando il respiro.

Chi lo ha visto a teatro, non lo ha più dimenticato. Perché il teatro di Bob Wilson non racconta: ipnotizza. I suoi spettacoli sembrano sogni in cui ci si muove lentamente per non far rumore. Una bellezza fatta di geometrie impossibili, che abbaglia e spaventa, che sembra venire da un altro mondo. E forse è così: il suo teatro era “la vita da svegli e la vita con gli occhi chiusi”, come scrisse Louis Aragon. Una specie di miracolo lucido.

Wilson ha saputo attraversare i decenni restando sempre sé stesso, senza mai smettere di cercare. Ha lavorato con Philip Glass, Tom Waits, John Cage, David Byrne. Con scrittori come William Burroughs. Con Marina Abramović. E sì, anche con Lady Gaga, costretta a restare immobile per ore in una video-performance ispirata ai capolavori del Louvre. Ma la sua arte non era provocazione: era visione. Totale. Rigorosa. Sublime.

Con Lucinda Childs e Mikhail Baryshnikov ha condiviso intuizioni e palchi. Con Dimitris Papaioannou un certo modo di interrogare i corpi. Con il Watermill Center, da lui fondato, ha nutrito generazioni di giovani artisti. Ha firmato mostre, installazioni, architetture temporanee. E lo ha fatto sempre nello stesso modo: con amore per la forma e disprezzo per il superfluo.

Il suo ultimo lavoro italiano è stato quest’anno, con “The Night Before”, serata inaugurale del Salone del Mobile al Piermarini. Ma forse è giusto così: che la sua ultima apparizione sia stata dedicata alle “cose”, agli oggetti, alle sedie, ai dettagli. Perché erano questi, per lui, il vero teatro. Non la trama, ma l’ombra che fa un bicchiere sul tavolo.

Il corpo deve essere di ghiaccio e la voce di fuoco”, diceva. E così si muovevano i suoi attori, come statue calde. Come sogni svegli. “Nessuna cosa importante può essere insegnata, può solo essere appresa con il sangue e il sudore.” Forse è per questo che il suo teatro, pur così stilizzato, ci toccava così nel profondo.

Con la sua morte non perdiamo solo un regista. Perdiamo una lente attraverso cui guardare il mondo. Un uomo che sapeva che la bellezza sta nei dettagli, che ogni silenzio può dire più di mille parole, che ogni spazio è sacro se ci passa una luce. Ma i sogni, si sa, non muoiono. Cambiano scena.

E forse adesso, da qualche parte, c’è una luce che si accende lenta su una sedia vuota. E un uomo, di spalle, che la guarda. In silenzio.

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