Adriana Asti (Milano, 30 aprile 1931 – Roma, 31 luglio 2025)
Strehler, Visconti, Bertolucci, Pasolini, Wilson: collaborazioni indimenticabili e legami privati intrecciati alla scena per la diva scomparsa oggi a 94 anni
“Anche se amo e amerò soltanto Milano, io ho sempre voglia di andar via. Il giorno della mia morte, se sarò cosciente – come spero – mi verrà il buonumore, perché partirò per un altro viaggio.”
Adriana Asti ci ha lasciati oggi, a Roma, all’età di 94 anni. E davvero, se c’è un modo per raccontare l’ultima partenza di quest’attrice, forse è proprio nelle sue parole: un addio leggero, ironico, pieno di vita. Come se morire fosse solo un altro dei tanti viaggi che ha intrapreso nella sua lunga esistenza, fatta di fughe, scene teatrali, ribellioni e metamorfosi.
Milanese nel midollo, nata negli anni Trenta in una famiglia borghese che sentiva come una prigione, Asti lasciò casa a soli 17 anni per recitare nel “Miles gloriosus” di Plauto con la compagnia Stabile di Bolzano. Non è difficile immaginarla mentre chiude la porta dietro di sé senza voltarsi, come avrebbe fatto ancora altre volte: una ragazza minuta ma determinata, affamata di libertà e arte.
“Vivere una sola vita è prigione”, diceva il poeta camerunese Ndjock Ngana. Il teatro, per Adriana Asti, era una moltiplicazione di esistenze: un modo per calarsi in infinite possibilità, per comprendere le proprie sfumature attraverso quelle degli altri. Strehler fu tra i primi a riconoscere in lei non solo talento, ma quella qualità misteriosa che solo i grandi vedono: il potenziale che nasce dal limite, la bellezza che affiora attraverso le crepe. Visconti la volle ne “Il crogiuolo”, Bertolucci se ne innamorò al punto da scritturarla e sposarla.
Poi vennero Pasolini, Giordana, Ronconi, Patroni Griffi. Fu musa e complice, ma anche coscienza inquieta, presenza sottilmente perturbante. La sua figura, eterea e infantile, era contraddetta da un’intelligenza tagliente, da un’ironia feroce, da una timidezza che non temeva di spogliarsi (letteralmente e simbolicamente) per dirsi al mondo. “Mostrarmi nuda e vedere che c’era un fiume di uomini che mi ammiravano… per me era un risarcimento”, raccontava. Non per vanità, ma per giustizia poetica.
Il teatro fu la sua casa e la sua terapia. “Oggi, dopo decenni di psicanalisi, dico che la cosa più importante è sentirsi bene in un posto. Se ti senti a casa, quello è il tuo destino.” Ma anche il cinema fu per lei un rifugio e una sfida: lavorò con maestri come Luis Buñuel, Pier Paolo Pasolini (che fu testimone alle sue nozze), e non smise mai di esplorare linguaggi, epoche, maschere.
Di amori e fughe, la sua biografia ne racconta diverse. Sposò il pittore Fabio Mauri, ma lo lasciò con un gesto teatrale: “Sono uscita per comprare le sigarette e non sono più tornata”. Amò intensamente Bernardo Bertolucci, prima di sposare nel 1982 il regista Giorgio Ferrara, con vent’anni meno di lei. “La noia, potrei morirne. Ma non la noia in sé, bensì le persone noiose”, confessava. Ed è impossibile immaginare Asti in una vita che si ripete.
Negli ultimi anni, Adriana Asti aveva saputo mettere in scena se stessa, in “Memorie di Adriana”, spettacolo diretto da Andrée Ruth Shammah. Lì, in maglietta nera e pantaloni, con un drappo rosso a mo’ di scialle, raccontava la sua vita con ironia, poesia, distacco. Una colonna dorica alle spalle, frammenti video proiettati su un velo trasparente, musiche leggere, e i suoi aneddoti surreali: Moravia che non sapeva fare retromarcia, Pasolini in vacanza, Visconti a Saint-Tropez.
Non era uno spettacolo nostalgico: “Qui non c’è il passato, almeno non nel senso tradizionale”, diceva. C’erano i ricordi, che sono trame di vita intrecciate al presente. Adriana Asti non è mai stata una donna d’altri tempi. Semmai, è sempre stata fuori tempo: avanti, sfasata, lungimirante. Il futuro, quello che incarnava cinquant’anni fa, non è ancora arrivato.
Dietro il sipario, restava visibile. Il teatro come vizio solitario e rito collettivo. La nudità come travestimento. La finzione come ricerca della verità. La voce come strumento terapeutico. E l’infanzia come ferita mai chiusa, rievocata con carillon e poesie natalizie.
“Ho sempre avuto innumerevoli corteggiatori pur non essendo una bellezza classica. E sul lavoro mi ha aiutata: io per anni ho calcato il palcoscenico senza saper recitare.” Era dura con sé stessa, ma mai vittimista. E la leggerezza con cui sapeva raccontare le sue fragilità le conferiva una grandezza rara.
Nella sua arte non c’era nulla di stantio. Né vanità, né autocelebrazione. Solo l’ironia profonda di chi ha vissuto mille vite e ancora non si era stancata di cambiare pelle. Il teatro era il suo rifugio, ma anche il suo campo di battaglia. Un luogo che, come diceva lei, “non esiste”. Ma esistono coloro che lo abitano.
Milano, la sua città adorata, la saluta oggi con gratitudine e un velo di malinconia. Roma, che l’ha vista morire, l’accompagna verso quel viaggio finale che lei attendeva con un sorriso.
E chissà dove sarà ora. Lei stessa diceva, con un’espressione a metà tra il riso e la vertigine: “Non mi faccia pensare al paradiso: lo immagino un posto pieno di gente, un caos tremendo. Tipo un affollamento da stazione termale d’inverno.”
