“Strangers in the night” è un’indagine meta-teatrale tra follia, violenza e speranza
La qualità dell’esercizio dell’inventiva e della pratica scenica, intesa nella sua freschezza e nella sua continuità; la capacità di non rinchiudersi in un linguaggio accessibile al solo connoisseur, pur mantenendo una riconoscibilità autoriale; un saldo legame con la scena internazionale, senza cedere alla faciloneria del mainstream o abdicare al pensiero, in una forma personale di ricerca: già solo per questo, Carlo Massari è oggettivamente un patrimonio del nostro teatro da salvaguardare.
E ben lo hanno capito Kilowatt, Teatri di Vetro, Akropolis, Attraversamenti Multipli, OrienteOccidente, Aterballetto,Transart Festival che, ciascuno secondo le proprie forze e i propri tempi, hanno sostenuto o sostengono il percorso del coreografo.
Inoltre, tornando a leggere questi nomi, quelli degli organismi che ne hanno affiancato il percorso, è evidente come non manca di un certo coraggio, Massari, poiché evita scelte puramente venali, entro cui potrebbe con agio, mettendo a rendita le proprie indiscutibili professionalità tecniche e la personalità di interprete, macinare repliche. Egli si ostina a frequentare anzi quei circuiti in cui danzare ed essere coreografo continuano a significare alimentare un pensiero.
Coreografo, sì, ma sarebbe più corretto dire semplicemente uomo di teatro. Massari è infatti attore (degno di nota il suo sconfinamento nel monologo teatrale, come ha dimostrato in forma specifica la prova d’attore/attrice di “Anna Cappelli”), costruttore di architetture di palco credibili ma disponibili all’autonegazione, rifinito drammaturgo della parola (ad esempio nell’ultimo “Strangers in the night”), performer stupefacente (ancora nei fulminanti brevi atti performativi che compongono il trittico “Metamorphosis“), didatta (le aperture delle sue masterclass sfoggiano spesso dignità di spettacolo autonomo, per quanto estemporaneo, lo si è visto all’interno di Teatri di Vetro, sia al Teatro India che nella sezione “Trasmissioni”). In questa poliedricità risiede l’originalità, nel panorama italiano, di una figura come Massari.
Ma non solo.
Paragonandolo ad altri artisti e artiste della danza internazionale, egli mantiene una irrequietezza che, sorretta dalla sua poliedricità, gli consente di sconfinare idealmente dai palcoscenici da lui calcati, perlopiù di cartelloni di danza, ai festival multidisciplinari. Un’irrequietezza illuministica che insiste sull’obiettivo della presa di parola nella formula del pamphlet. I lavori di Massari non sono mai gratuiti, non si risolvono mai nell’ineffabile – e certamente prezioso – afflato dell’atmosfera, della poesia intimista o sublime, della bellezza dei corpi e del loro incontrarsi. Non parla all’intuizione muta, il suo teatro. Sembra che egli senta la necessità di reclamare un ruolo ai corpi, alle scene che scrive, un ruolo che si potrebbe chiamare civile per intenderne la sua condivisibilità con la comunità degli uomini e delle donne, non solo in forma di percezione individualistica, privata, palpitante nel cuore. Ma come discorso (anche) politico.
Prendiamo per l’appunto “Strangers in the night”, visto a Kilowatt Festival, per il quale è stato scelto dai “Visionari”, il gruppo di cittadini che porta nel festival una scelta da “non addetti ai lavori”, semplici spettatori attivi. Si tratta di un lavoro del 2024, impegnativo per C&C, la compagnia fondata ormai quasi quindici anni fa: due lingue e tre performer in scena, con Massari anche Jos Baker e Linus Jansner, co-creatori e interpreti del lavoro, una scenografia non trascurabile, un disegno luci ragionato, musiche in gran parte originali.
Il tema della performance, che viene definita kafkiano nell’origine ma che può invece sembrare negli esiti piuttosto pirandelliano, è l’impresa impossibile di contenere tutta la molteplicità e le mutazioni di un individuo, la invivibilità di ogni tipo di spazio racchiuso entro confini fisici o razionali.
Confini di spazio, per cominciare: il lavoro inizia nonostante il performer in scena non abbia nessuna intenzione di assoggettarsi a questo destino – ma vi sarà costretto.
Confini di identità: il protagonista è sdoppiato nei tre danzatori, vestiti uguali, un es animalesco, gotico e stralunato, spettralmente pallido e scapigliato come Edward Mani di Forbice (Jansner), un ego mediatore e razionale, in costante lotta contro l’incontrollabile (Baker) e un super-io inflessibile, Massari stesso, ordinatore non sempre in grado di assolvere pienamente al proprio compito.
Confini di spazio, anche scenico: dopo una prima parte tutta di palco, sia pure con un intenso scambio con il pubblico, una seconda pienamente frontale, dietro un tavolo “preparato”, nella parte centrale del lavoro Jansner, completamente al buio, si arrampica sulla platea terrorizzando come un’apparizione horror gli spettatori, imperversa schizzando fuori dall’oscurità, appena seguito e intercettato da una torcia portatile manovrata sul palco. Confini tra rappresentazione e autobiografia, poi: è evidente che, nel lavoro, ci si confronti con il ruolo di attore di una rappresentazione (o della vita), come quando le battute proiettate sul fondale precedono la loro emissione vocale, anche nel momento in cui chi le dice sta dichiarando di non voler seguire alcun copione, di non voler recitare.
Confini di senso, infine: gli oggetti più comuni obbediscono in modo imprevedibile al soggetto, finché nel finale, che va goduto di persona e che non si anticipa, un semplice gesto, dalla lunga tradizione squisitamente teatrale ma qui riabilitato a una condizione di inedita freschezza, mette a tacere, ma solo per un attimo, ogni tempesta scoppiata fino a quel momento sul palco, ipotizzando l’esistenza di una soluzione, sia pure impraticabile, al problema messo in campo.
In tutto ciò possiamo vedere chiaramente cosa incarna e rende possibile l’espansione del discorso pubblico di Massari verso una platea intesa come comunità. È la sua qualità artistica principale (che per alcuni potrebbe essere una maledizione): l’incapacità di pensare fuori da una cornice di rifinitura formale, il calcolo quasi perfetto della percezione, lo sfoltimento della possibile ambiguità, o almeno la sua riduzione a un piano di semplice opinabilità dei dettagli all’interno di un obiettivo comunicativo sempre chiaro.
Attiva un lavoro di seduzione che, pur non mancando di ammiccamenti, è ligio prima di tutto a una logica, a una retorica, si direbbe a una morale interiore: quella che persegue la giusta rispondenza delle parti, la loro connessione esteticamente ricercata, una scrittura drammaturgica impeccabile, che può contare sulla sponda della rifinitura di ogni elemento tecnico, a partire dal puro virtuosismo degli interpreti e che si conclude con le luci, la scenografia, i costumi, la scelta degli attrezzi di scena. Il tutto perché un tema di riflessione, o una serie di temi, emergano quasi naturalmente da quel caos ordinato che sono la sua scrittura e la sua messinscena, diretti a quella comunità di spettatori citata prima.
Ecco perché la perfezione formale di Carlo Massari non è mai formalismo o “Art for art’s sake”. Essa nasce nella natura dell’artista, ma ha un compito. In essa si riversa (o meglio: solo grazie a essa può vivere) quella tensione oratoria, civile o più genericamente di intervento nel dibattito, nell’agone della polis, a cui l’ostinato autore proprio non vuol rinunciare.
Strangers in the night
co-creazione e interpretazione Jos Baker, Linus Jansner, Carlo Massari
ideazione Carlo Massari
script Jos Baker
musiche originali e composizione sonora Andreas Moulin
in collaborazione con Martina La Ragione, Chiara Osella
direzione tecnica Francesco Massari
costumi Chiara Defant
produzione Associazione Culturale Sanpapié
coproduzione con Oriente Occidente, Fondazione Nazionale dellaDanza / Aterballetto, Transart Festival
con il sostegno di ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione / Teatro Nazionale – focus CARNE
con il contributo di Assessorato alla Cultura – Regione Emilia Romagna, MIC – Ministero della Cultura
Ispirato a La Metamorfosi di Kafka, il lavoro, tra comicità e tragedia, esplora il confine sottile che separa realtà e finzione, autenticità e ruolo, azione e pantomima, rompendo la quarta parete e trascinando il pubblico in un’escalation di follia e ironia.
C&C, realtà coreografica emiliana fondata nel 2011, è una compagnia che si distingue per la sua audace esplorazione di azioni trans-disciplinari e il coinvolgimento attivo delle comunità. Tra le sue produzioni più recenti si annoverano titoli come Beast without Beauty e Les Miserables
in italiano e inglese, con sovra-titoli in inglese e italiano
durata: 55′
Visto a Sansepolcro, Chiostro di Santa Chiara, il 17 luglio 2025
