Fra gli ospiti delle ultime giornate anche Roberto Abbiati, Opera Bianco e Tardito/Rendina
Prima giornata
Gombola si raggiunge salendo. Una salita fisica – da Modena serve un’ora buona d’auto –, ma anche una salita di sguardo. Perché su, nel borgo alto via Castello, è in atto una trasformazione: uno di quei rari casi in cui “rigenerare” non è solo parola da bando. È materia, è rete, è volontà condivisa. Il Teatro dei Venti a Gombola sta depositando un’eredità e lo sta facendo insieme all’associazione Mondo Barrio, nuova realtà del territorio che prenderà in gestione l’ostello Podesteria e co-organizzerà le attività culturali e sociali. Un passaggio di testimone tra artisti e comunità, in un luogo decisamente fuori mano, dove giovani provenienti da territori diversi tengono acceso un fuoco che non vuole spegnersi.
Questi primi giorni agostani sono una specie di appendice al Trasparenze Festival e li chiamano Fuoripista. Rientrano nel progetto di ATER Fondazione che porta il circo contemporaneo in sette località dell’Appennino Emiliano-Romagnolo. Un “fuori programma” che non chiude ma rilancia le giornate precedenti.
Al mio arrivo trovo Salvatore Sofia, storico organizzatore e comunicatore dei Venti, con Marcello, volontario e fervente sostenitore di questa rigenerazione. Il viaggio è anche racconto. Parliamo di teatro partecipativo, di poetiche che incidono. Mi dicono che il loro “Don Chisciotte” andrà in tournée europea, passando dal festival Waves in Danimarca, diretto da Paolo Nani. Un incontro ideale: tra chi ha alimentato l’umorismo essenziale sulla scena europea e chi ha saputo far vibrare il rito collettivo nelle strade, nelle carceri, nelle piazze.
Raggiunta la collina, il primo spettacolo: un ballerino inadeguato nel salotto di casa sua. Vestito con tuta, calzini e mutanda. Goffo, impacciato, fuori luogo. Un corpo sbagliato in dialogo con il più “inviolabile” della danza: il “Lago dei Cigni”. Vuole davvero danzare con lui. Lo esplora, lo attraversa, lo accoglie. E alla fine, lo riscrive. Gli dà un finale suo.
Ne parlo con Aldo Rendina, dopo lo spettacolo, seduti con un bicchiere di rosso alla Podesteria. “È nato in pandemia – racconta – Ero chiuso in casa, come tutti. Faccio un video danzando su una canzone degli U2. Lo proponiamo per i social, ma l’algoritmo lo blocca. Allora scegliamo una musica libera da diritti: il Lago dei Cigni”. E il ripiego si fa rivelazione.
“Chi è il cigno che uccidi in scena?”. “È quell’idea che per fare qualcosa devi essere perfetto, conforme a un certo stile – risponde – È l’idea che prima di essere, devi meritarlo”. Così “Swan” di Tardito/Rendina uccide i modelli inarrivabili. E lo fa senza rinunciare a ironia, presenza, vulnerabilità e alle proprie gambe ad X. Che sono belle così. Perfette.
Usciamo dalla chiesa-teatro e in piazza aspetta la scena di Stefano Marzuoli. “Juliet” di Teatro C’Art nasce da una ricerca sul personaggio di Giulietta. Una sequenza di sketch classici e sempreverdi: c’è la valigia che non si muove, l’impossibilità di scendere da un’altezza, il lazzo dell’oggetto perso, l’ombrello della pioggia. Poi la valigia diventa nave che affronta la burrasca e diventa il balcone più famoso di Verona. La trasformazione visiva raggiunge l’apice con la metamorfosi del clown in Juliet.
Non tutto regge, specie nella struttura, ma la relazione con il pubblico è viva e autentica. Anche se la drammaturgia si muove a balzi, per accumulo, i lazzi funzionano, il pubblico partecipa, la relazione è forte: le risate lo testimoniano.
A chiudere la serata, Wunder Tandem, un duo musicale che è anche un piccolo attentato clownesco. La comicità è dissacrante ma mai volgare, la tensione non si rilascia mai, e l’effetto finale è quello di un delirio controllato. C’è chi ride, chi canta, chi si lascia travolgere. Ma nessuno resta immobile. E questo, in fondo, è il segno che il rito ha avuto luogo. Così si chiude la prima giornata di Fuoripista a Gombola.
Seconda giornata
Se la prima giornata aveva tracciato il perimetro poetico del festival, la seconda ne attraversa il centro: la carne, il processo, la banda.
“Abattoir Blues” di Luigi Ciotta è uno spettacolo surreale e comico, che affronta in modo dissacrante (ma mai moralistico) il tema della carne: carne viva, carne macellata, carne peluche. La vita quotidiana di un lavoratore da mattatoio prende forma tra coreografie compulsive, intestini da giocolare, carcasse che pendono da un palo verticale, pupazzi, coltelli, rumori e rumori e rumori. Il ritmo è sincopato: si alternano numeri di circo, azioni splatter, gag clownesche, trucchi di magia con budella e animali esplosi.
Il linguaggio è sporco e scellerato, e riesce a restare leggero nonostante l’inferno che mette in scena. C’è un’oca-pupazzo che viene ingozzata per diventare fois gras, un coniglio che salta in aria, una pecora scuoiata in scena e una suonata come cornamusa (del resto, le cornamuse da lì vengono). Un’estetica grottesca, trash e teatrale, che sa arrivare al pubblico con la forza di un’immagine più che con la precisione di una tecnica. Il teatro di figura è presente, ma non nel senso raffinato del termine. Quel che conta è l’impatto. La drammaturgia – coerente e senza sconti – guida lo spettacolo verso il suo unico epilogo possibile: se fai del mondo un macello, prima o poi sarai tu stesso a finire macellato. Un sacrificio finale che non chiede redenzione, che parla una lingua bastarda e felicemente impura. Odora di sangue e popcorn.

Dal circo di strada entriamo dentro la chiesa-teatro, dove arriva “Circo Kafka” di Roberto Abbiati, accompagnato da Johannes Schlosser: rumorista, musicista, illuminotecnico, comparsa e destino.
Lo spettacolo non mette in scena “Il processo” di Kafka. Lo evoca, lo suggerisce, lo mima. Solo una citazione: «Qualcuno doveva aver calunniato Josef K.».
La scena è una macchina assurda che vive, respira, cade, risuona. Un sottotetto obliquo dove convivono un manichino, strumenti bizzarri e una partitura di movimenti che ha la precisione di una cerimonia logora. Abbiati balbetta, ride a scatti, si agita. La sua presenza tiene assieme tutto con la maestria dell’attore che può passare dal clown al tragico senza variare il tono, solo la gravità specifica. Un attore dalla pelle spessa, si direbbe.
Non si ride davvero, anche se il grottesco è fertile. Si sorride amaro. La comicità è affilata ma trattenuta, tenuta in un cortocircuito poetico che sembra funzionare proprio perché non esplode.
Il momento forse più potente è una sospensione: quando Abbiati si interrompe e chiede a Schlosser se la canzone non dovrebbe essere un’altra. È una deviazione minima, ma apre un pensiero che va lontano. È così che funziona, sembra dirci: si mette in moto qualcosa, e poi da lì in avanti tutto procede. Inarrestabile. Come la bicicletta della vita, lanciata giù per una discesa senza aver deciso di salirci. Come una colpa senza reato. Come Josef K. che vorrebbe scappare ma viene richiamato da una voce, proprio quando sta per svignarsela: «Josef!». Niente da fare.
Anche “Circo Kafka” è rito. Anche questo senza redenzione. Solo la danza inquieta delle conseguenze.
Fuori dalla chiesa, ci aspetta la Filarmonica di Novi Soliera che è catarsi: lava via sangue e processi kafkiani con energia e festa. La musica unisce, ricuce, fa da ponte tra generazioni. Dopo due spettacoli così viscerali, la banda è una forma di respiro.
Terza giornata
Gombola continua a raccontarsi nei dettagli. Un borgo a 810 metri d’altitudine, incastonato nel crinale del Frignano, con vista sul Cimone e bosco di querce, castagni, faggete.
Via Castello è oggi abitata da una sola persona: Mirko, cuoco del festival, alchimista delle erbe spontanee, anima cordiale della cambusa. Ogni giorno sfama operatori, artisti, volontari e organizzatori con piatti che profumano di bosco, storia, appartenenza.
È l’ultima giornata del festival. Il programma è fitto, ma a Gombola le cose importanti accadono anche prima che inizi il programma ufficiale.
Alle 10 Valentina Turrini ci insegna un canto bulgaro di mietitura, “Polegnala e pshenitsa”. Le parole evocano il grano già raccolto, la ragazza distesa alla fine del campo, la voce del grano che parla. Non sappiamo bene cosa stiamo facendo finché non iniziamo a farlo: un gruppo sale sulla collina che fronteggia Gombola, l’altro resta nella piazza della chiesa vecchia. Siamo più di 40 e cantiamo per dire addio. Le due masse vocali iniziano a dialogare a distanza. Un botta e risposta che attraversa lo spazio come un rito antico. È una di quelle esperienze che non servono a nulla, e per questo servono a tutto. Un incantesimo collettivo.
La sera arriva e ci porta davanti al piccolo cimitero di Gombola, dove inizia “Rio”, performance funambolica di Giulia Cammarota. L’artista si presenta legata da una grossa fune, che è la sua voce interiore: ingarbugliata, soffocante, invischiante. Un preambolo che avrebbe bisogno della mano di un buon drammaturgo o un regista per trovare le parole giuste e sgrassarlo dell’eccessiva retorica. Poco importa, l’atto psicomagico avviene di lì a poco. La fune tesa tra due querce monumentali. Giulia, sospesa nel vuoto, cammina nel cielo, a diversi metri da terra, con una padronanza divina della gravità. Sotto di lei, la vallata. Intorno, il silenzio. Sullo sfondo, Gombola. Alle sue spalle, le voci del coro del mattino, che sembrano risuonare ancora. E poi il grido di un falco, come un saluto. Per diversi minuti, tutto si ferma.
È ormai il tramonto, in silenzio, toccati e commossi entriamo in chiesa vecchia per “Trickster” di Opera Bianco. Uno spettacolo stratificato, ellittico, ritmato da citazioni gestuali, ispirato a “The Playhouse” di Buster Keaton e animato da una riflessione profonda sull’identità, la presenza e la scena.
Il Trickster è il legame invisibile fra tutte le parti viste finora: la funambola che sfida la gravità, il coro che canta al paesaggio, il grido del falco. Lo spettacolo si chiude con un fondale che dipinge un’ambiente naturale. Ci vedo Gombola.
Fuori, la notte è già festa. Slick Steve and the Gangsters salgono sul palco e ci sparano addosso una scarica di swing, energia e nonsense. Si balla, si ride, si beve. E quando parte “I wanna be like you”, la celebre canzone de Il libro della giungla, non possiamo che sorridere: Trickster ci ha appena fatto compagnia sotto forma di primate, e ora lo ritroviamo in chiave jungle-jazz. Il cerchio si chiude.
La terza giornata non è solo la fine del festival. È la sua sintesi: la voce, il corpo, la caduta, il volo, la festa. E noi, che torniamo a casa con qualcosa di più. Forse un vento. Il teatro non è certo vela. È il vento che la sospinge.
