La poesia della resistenza di Jan Fabre debutta a Milano contro oppressione e censura

Ph: Alessandro Villa
Ph: Alessandro Villa

Il Festival Fabre, in corso fino al 30 ottobre, celebra i 40 anni di collaborazione tra l’artista belga e il Teatro Out Off diretto da Mino Bertoldo

Per il secondo anno consecutivo il Teatro Out Off di Milano celebra il maestro belga Jan Fabre con un festival a lui dedicato, che prevede sei spettacoli, di cui due prime mondiali: “La poésie de la résistance” e “Una tribu, ecco quello che sono”.
La collaborazione tra Fabre e Mino Bertoldo, fondatore, direttore artistico e anima pulsante dell’Out Off, nasce nel 1985 con le prime apparizioni in Italia di Fabre: un connubio non solo artistico ma concettuale, che attraversa il teatro, l’arte contemporanea e le posizioni estetiche. Invitato da Bertoldo, l’artista allora 27enne portò in scena quell’anno “Il potere della follia teatrale” al Teatro Nazionale di Milano, visto che l’Out Off non aveva ancora una sede stabile. 
Dagli scantinati degli anni Ottanta all’attuale sede di via Mac Mahon, che di quel tempo conserva orgogliosamente vesti e ricordi, Fabre e Bertoldo portano avanti un atto di resistenza, ponendo al primo posto la coerenza poetica, anche a discapito del successo o dell’universalità dei messaggi.

“La poésie de la résistance” è un testo potente e poetico, un atto d’amore verso l’arte e la poesia. “Incarniamo la poesia della resistenza, siamo i poeti della protesta”, esordiscono i due performer in scena, Annabelle Chambon e Cédric Charron.
Attorno a loro una camera nera riempita di palloncini trasparenti sospesi nel vuoto: lui nudo, imbrattato di vernice rossa che pare sangue; lei stretta in un tailleur fuori posto. Sullo sfondo scorrono i versi tradotti in italiano dal francese.
Declamano con leggerezza e sottile ironia. Loro, i poeti, gli artisti, rivendicano il diritto di resistere contro l’oppressione e la censura; vengono più volte uccisi da armi di cui elogiano le caratteristiche, e ogni volta tornano a incidere sui loro corpi, a tatuare la parola, il nome che li ricompone e li spinge a lottare ancora per la libertà.

Il testo si struttura in tre moduli, reiterandosi e rafforzando così il concetto centrale. I performer sono precisi, diretti, intensi, credono nella rivoluzione che declamano. Annabelle Chambon, costretta in un costume “imposto”, trasforma il movimento in espressione poetica, fino a liberarsene e mostrare la parola libertà scritta sul corpo. Cédric Charron attraversa la scena con fierezza, energia e precisione, senza sbavature né eccessi.
A ogni uccisione, a ogni arma che li abbatte, rispondono con un’ode al corpo e alla libertà. Il corpo è del resto centrale: come elemento distintivo dell’umano e della relazione. I due protagonisti raccontano un corpo di resistenza comune ma quasi senza mai interagire fra loro; il dialogo è senza ascolto, rivolto più al pubblico che all’altro, rappresentandosi come un organismo comune ma senza mai sembrarlo davvero.

La performance, nella sua struttura drammaturgica, mantiene una linearità che trascina lo spettatore nella ricerca della poesia e nella difesa spasmodica dell’arte come (unico?) atto di resistenza: la vera libertà vive nell’arte e in chi, nonostante tutto, continua a sognare, danzare, amare.
Tuttavia, il senso stesso dello spettacolo lascia qualche dubbio e trasmette un senso di incompiutezza. La ricerca della libertà, l’esaltazione della poesia, dell’amore e dell’artista come rivoluzionario in un mondo violento e spietato appaiono paradossalmente legati al passato, distanti dal reale che ci circonda. I due rivoluzionari, poeti e ribelli, sembrano fermi su istanze superate, fuori dal tempo. Essenza stessa della poesia o anacronismo?
Può un poeta definirsi rivoluzionario mentre, fuori dal teatro, milioni di persone occupano le piazze per le stragi in corso a Gaza mettendo realmente i propri corpi in gioco? Il debutto nazionale della performance coincide infatti con una delle più grandi mobilitazioni di massa degli ultimi decenni in Italia, e il confronto tra scena e realtà esterna appare inevitabile.

Scritto nel 2024, “La poésie de la résistance” va tuttavia letto come una tappa coerente nel percorso di un artista che non rinuncia alla propria onestà intellettuale, accettando anche il rischio dell’anacronismo. Ed è forse proprio qui che trova la sua forza: nella celebrazione dell’individuo, dell’amore per sé come essere umano, poeta e corpo libero, al di fuori delle convenzioni e della violenza che, dal passato al presente, ci circonda.

La poésie de la résistance
Text, concept, direction Jan Fabre
Performers Annabelle Chambon & Cédric Charron
Dramaturgy Miet Martens
Improvisations on the horn Gustav Koenigs
Lighting design & technical Wout Janssens
Troubleyn/Jan Fabre is supported by the Flemish Community
Troubleyn/Jan Fabre is sponsored by Katoen Natie

durata: 60’
applausi del pubblico: 2’

Visto a Milano, Teatro Out Off, il 3 ottobre 2025
Prima nazionale

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