Zio Vanja di Manifatture Teatrali Milanesi, o dell’arte di dirigere senza disturbare

Zio Vanja (ph: Alessandro Saletta)
Zio Vanja (ph: Alessandro Saletta)

Antonio Syxty e Claudio Orlandini firmano una regia a quattro mani che lascia campo libero agli attori della scuola Grock, in una messinscena che tuttavia non osa

Antonio Syxty e Claudio Orlandini firmano una regia a quattro mani per uno “Zio Vanja” affidato a un cast composto prevalentemente da docenti della storica scuola Grock. Questa era – e resta – l’unica vera idea alla base della messa in scena, come dichiarato nelle note di presentazione.

“Zio Vanja” è un’opera teatrale di fine Ottocento, dotata di una complessità narrativa e di una profondità psicologica dei personaggi che la rendono assimilabile a un grande romanzo. Peter Stein affermava: «Čechov con Konstantin Stanislavskij hanno inventato il sottotesto, e gli attori bravi sono capaci di esprimere diversi livelli di linguaggio con le stesse parole: enunciare un concetto, ma intenderne uno opposto». I personaggi di Čechov sono colmi di contrasti, dilemmi interiori, slanci verso l’azione e allo stesso tempo tendenze all’immobilismo. Non a caso è uno degli autori più utilizzati nella formazione realista.

In questa messinscena, però, della profondità dei personaggi cechoviani, dei loro incontri e conflitti, rimane ben poco. Se l’idea era quella di prendere un gruppo di attori e formatori, abituati a incontrarsi quotidianamente, e immergerli nella realtà cechoviana, questa intuizione sembra non venire ulteriormente sviluppata. La complicità tra gli attori è percepibile, in alcuni momenti emergono chiari segnali di intesa, ma il lavoro sui personaggi appare superficiale. Gli attori si muovono nello spazio senza urgenza né necessità, passeggiano sul palcoscenico in un horror vacui che sembra riflettere l’assenza di una reale direzione registica.

La scenografia di Guido Buganza è imponente: una parete trasparente trasversale, i notevoli dipinti di Aurelio Gravina alle pareti, un ingresso sul fondo e un pianoforte sul proscenio utilizzato come prosecuzione dello spazio scenico. Tuttavia, questi elementi scenici non aggiungono nulla alla narrazione: non raccontano l’ambiente, non arricchiscono il testo, e sembrano non assumersi alcuna responsabilità rispetto all’universo cechoviano, che rimane l’unico vero protagonista.

Nel quasi inesistente disegno luci di Fulvio Melli, gli attori – Fernanda Calati (balia), Gaetano Callegaro (professor Serebrjakov), Margherita Caviezel (Elena Andreevna), Pietro De Pascalis (zio Vanja), Maurizio Salvalalio (dottor Astrov), Debora Virello (Sof’ja “Sonja” Aleksandrovna) – si muovono freneticamente nello spazio, tentando di dare un senso all’azione. Si appoggiano alle parole, si sforzano di mantenere un atteggiamento naturalista, che però spesso scivola nel declamatorio. Il loro impegno è palpabile, ma non basta a colmare il vuoto lasciato da una regia che, pur firmata da due nomi, sembra assente.

All’interno di una stagione, come quella del MTM, che si distingue per la qualità dell’offerta, Antonio Syxty e Claudio Orlandini propongono una produzione autocelebrativa, priva di idee, che sembra destinata ad un pubblico composto da allievi, ex allievi e affezionati della scuola. Una trovata interessante “da botteghino”, forse, ma che non aggiunge nulla a una lettura domestica del dramma cechoviano.

ZIO VANJA
di Anton Čechov
Traduzione e adattamento: Fausto Malcovati
Da un’idea di: Antonio Syxty
Regia: Antonio Syxty e Claudio Orlandini
Con: Fernanda Calati (Balia), Gaetano Callegaro (Professor Serebrjakov), Margherita Caviezel (Elena Andreevna), Pietro De Pascalis (Zio Vanja), Maurizio Salvalalio (Dottor Astrov), Debora Virello (Sonja)
Scene: Guido Buganza
Costumi: Valentina Volpi
Quadri di scena: Aurelio Gravina
Disegno luci: Fulvio Melli
Delegata di produzione: Lisa Metelli
Produzione: Manifatture Teatrali Milanesi

Durata: 2h
Applausi del pubblico: 2’

Visto a Milano, MTM Teatro Litta, il 21 marzo 2025

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