Analphabet di Alberto Cortés. O la poesia della vulnerabilità

Analphabet (ph: Alejandra Amere)
Analphabet (ph: Alejandra Amere)

Ispirato al libro “La decadencia del analfabetismo” di José Bergamín, “Analphabet” esplora il tema della violenza intra-genere nelle relazioni queer

Con “Analphabet”, il performer, regista e drammaturgo andaluso Alberto Cortés, arrivato a Milano ospite della Triennale, elabora un suo personalissimo mito, una storia fuori dal tempo, che si basa su una personalissima ed unica visione poetica.

La scena si apre sull’apparizione di un fantasma romantico e disarmato – impersonato dallo stesso Cortés – che porta proprio il nome di Analphabet. Il buio, la penombra, la delicatezza della voce, in contrasto con l’impeto musicale che apre la performance, crea immediatamente una sinergia, una vicinanza emotiva profonda tra pubblico e performer monologante.

Il corpo di Cortés è esposto in tutta la sua debolezza, in un gioco emozionante di buio e penombra. Il disegno luci di Benito Jiménez segue l’andamento drammaturgico, disvelando con parsimonia il corpo e la presenza dell’artista, così come lo spazio e la scena, curata da Victor Colmenero, che si disvela lentamente per poi essere totalmente smontata nella seconda parte. Una scena che in realtà è una sorta di piccolo palco temporaneo per la prima parte dello spettacolo.

Analphabet interviene dopo il litigio di due amanti per curare le ferite di una relazione tossica. L’assenza di “alfabetizzazione” del fantasma diventa una metafora potentissima: essere analfabeti significa sottrarsi all’ordine strutturale e asettico imposto dalla società, per abbracciare un linguaggio fatto di poesia, gioco e radical tenderness (tenerezza radicale).
Cortés esplora come la violenza e l’abuso emotivo, derivati da un’eredità patriarcale, possano esistere anche all’interno di relazioni queer, e usa l’ironia e la poesia come armi per combatterle. Ma il fantasma ed il performer non si dissociano, sono un’unica entità che così dialoga costantemente con il pubblico. Mettendo in mostra il desiderio di piacere, e piacersi, in maniera frontale, dichiarata. La richiesta esplicita al pubblico di partecipare, di coesistere in quell’ora di esibizione, è una forma di accettazione della propria fragilità. Così come il corpo esposto, seminudo per quasi l’intera opera: un corpo fragile, tatuato, imperfetto, reso poetico dall’attitude, dal contesto.

Cortés non si nasconde, si dona, premiando la vulnerabilità. Lo spettacolo rompe spesso la quarta parete con tentativi di coinvolgimento del pubblico, garbati ma diretti (come la domanda: «La mia pelle si vede?»), strappa sorrisi, sussulti, talvolta risate; ma sempre con quella sottile amarezza, con quel dolore esile che il violino sottolinea invece con profondità. L’assenza stessa di realismo, di scenografia, di confine tra performer e personaggio, tra la parola e il gesto, è frutto di questa analfabetizzazione, di questo processo per intuito, poetico.
In effetti, fondamentale per Cortes nell’ideazione di questo lavoro è stato proprio “Decadenza dell’analfabetismo” di Josè Bergamin, libro che indaga come la poesia sia nemica dell’alfabeto, inteso come ordine, per ricercare nell’analfabetismo il vulnus della poesia.

La struttura dell’opera ricorda quella di una suite barocca, immagine evocativa utilizzata da Francesca Rigato (Stratagemmi) che condivido, guidata magistralmente dal violino, suonato dal vivo da Luz Prado.
Le musiche non sono un semplice accompagnamento, ma dialogano costantemente con il testo e con le azioni del performer. I movimenti di Cortés sono minimali, appena accennati.
Lo spettacolo si apre nell’oscurità, con piccole porzioni di corpo appena illuminate, e la parola risulta soffiata, debolmente accennata, quasi timidamente esposta dal fantasma.

La riflessione di Cortés sulla tossicità delle relazioni bigame classiche e delle ferite che trascina, dalle quali nasce il fantasma che interpreta, si ricollega al pensiero dell’attivista femminista bell hooks. Come hooks sosteneva che l’amore fosse incompatibile con il dominio, Cortés mette in scena il fallimento dei modelli relazionali appresi, figli di una cultura patriarcale che ci insegna a possedere l’altro anziché riconoscerlo. L’analfabetismo del protagonista diventa allora una scelta radicale: per dirla con le parole di hooks, è il rifiuto di un linguaggio che confonde l’affetto con il controllo.

Sulla scena, la poesia non è un semplice abbellimento estetico, ma lo strumento con cui l’artista pratica quella che la studiosa definiva una “comunità di cura”.
Come scriveva Audre Lorde: «La poesia non è un lusso. È una necessità vitale della nostra esistenza. Essa forma la qualità della luce all’interno della quale predichiamo le nostre speranze e i nostri sogni verso la sopravvivenza e il cambiamento».

Cortés usa questo linguaggio “necessario” per scardinare la violenza (anche quella che sopravvive nelle dinamiche queer) e sostituirla con una vulnerabilità condivisa. Ed è quella vulnerabilità che si apprezza nel suoi lavori, l’immensa capacità di mettersi a nudo, con il proprio vissuto, per mostrarsi suscettibili, sconfitti, bisognosi.

Analphabet
Ideazione, drammaturgia, testi, regia e interpretazione: Alberto Cortés
Violino: Luz Prado
Progettazione luci: Benito Jiménez
Tecnici luci: Benito Jiménez
Suono: Óscar Villegas
Coordinamento tecnico: Cristina Bolívar
Registrazioni pianoforte: César Barco
Spazio scenico: Víctor Colmenero
Sottotitoli: Marion Cousin
Costumi: Gloria Trenado
Ripresa esterna: Mónica Valenciano
Fotografia: Alejandra Amere
Video: Johann Pérez Viera
Produzione: El Mandaíto Producciones SL
Una coproduzione di: TNT Terrasa Noves Tendències, Centro de Cultura Contemporánea Condeduque, FITEI – Festival Internacional de Teatro de Expressão Ibérica, Centre de les Arts Lliures de la Fundació Joan Brossa e Festival Iberoamericano de Teatro de Cádiz
Con la collaborazione di: Azala, Graner, Goethe-Institut Madrid, Escena Patrimonio, Festival de Otoño de Madrid, Programma di Residenze Artistiche dell’Agencia Andaluza de Instituciones Culturales e Ayuntamiento de La Rinconada

durata: 1h 05′
applausi del pubblico: 1’ 30”

Visto a Milano, Triennale, il 4 marzo 2026

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