In scena al Piccolo Teatro di Milano fino al 25 gennaio
Negli ultimi anni, dobbiamo confessarlo, abbiamo osservato molto da lontano gli spettacoli di Enzo Moscato, che ci arrivavano soprattutto circondati dall’alone del mito, pur essendo stati folgorati nel tempo dai suoi testi, in particolare da “Scannasurice” e “Rasoi”, che ci erano rimasti impressi indelebilmente nella memoria.
L’occasione di entrare nuovamente di petto nella vita e nel teatro del drammaturgo e regista napoletano, e di addentrarci nella sua poetica, ce l’ha offerta Roberto Andò con “Non posso narrare la mia vita”. Al centro un attore straordinario che amiamo molto, Lino Musella: un’occasione che non poteva essere persa.
L’opportunità per molti versi si è dimostrata propizia, infatti lo spettacolo ha tentato con successo di restituirci la figura di questo particolarissimo autore che ci ha lasciato nel gennaio 2024, legatissimo alla sua città, a cui ha saputo ridonare, attraverso un originale linguaggio intriso di poesia, ricco e diversificato, il suo ventre culturale e sociale con una lucidità e una profondità senza pari.
E Napoli, nell’allestimento scenico curato da Gianni Carluccio, ci appare ben presente e riconoscibile attraverso la grande scenografia che invade le spazio dello Studio Melato del Piccolo Teatro. Al di là di un telo trasparente ci appare una di quelle familiari scale che abbiamo imparato a conoscere nelle visite alla città partenopea, scavata nel tufo dei suoi quartieri palpitanti di vita per collegare strade adiacenti, mentre su di essa occhieggiano balconi e finestre.
È lì sopra, ben visibile, un monumentale busto di Sant’Antonio col Bambino, a cui da infante la madre affidò Enzo perché gli facesse la grazia di non farlo morire.

Sulla scala diversi personaggi, all’inizio immobili, repentinamente prendono vita per ricondurci indietro nel tempo, a quando il nostro autore era piccolo, e ai ricordi che impasteranno il suo teatro.
Più avanti una grande piscina invade lo spazio scenico, contrassegnato anche da altri oggetti: una scrivania, un banco, dei libri intorno ai quali si muove Musella, a piedi nudi e vestito di bianco, che dà voce e corpo a Moscato. Pronti per essere utilizzati un microfono ad asta, un pianoforte con tanto di vecchi spartiti, un giradischi d’altri tempi e poi, tra le altre, due presenze, diverse per età ma entrambe care a Moscato: il giovane Giuseppe Affinito, agghindato da cameriere, e il saggio Tonino Taiuti, di tarda età, appoggiato a un bastone e malamente vestito.
Più avanti anche la musica, orchestrata da Pasquale Scialò, ci aiuterà a trasportarci nel clima partenopeo di quegli anni.

Per creare lo spettacolo Andò si è basato soprattutto sul libricino “Gli Anni Piccoli”, dedicato all’infanzia e all’adolescenza di Moscato, arricchito con diverse citazioni, da “Partitura” a “Signurì, signurì, Co’Stell’Azioni”, da “Hotel de l’Univers” sino a “Rasoi”.
La volontà di “Non posso narrare la mia vita” pensiamo sia non tanto quella di approfondire il teatro di Moscato, quanto di scandagliare il suo rapporto con le contraddizioni di una città che ne ha formato l’humus più autentico, per far scoprire al pubblico che non lo ha conosciuto un autore così particolare, spesso ignorato anche dalla critica più attenta.
Lo spettacolo, come succede per i ricordi che affollano la nostra mente, si muove a strappi, a visioni improvvise, che Musella, con una struggente e crescente melanconia, ci anticipa: i Babbi Natale che in una vetrina se la suonano di santa ragione, le preghiere della madre a Sant’Antonio, la “glandoletta” nociva al suo polmone, diagnosticata dal medico, la popolana che attraversa la scena urlando perché ha perso il suo bambino. E ancora la morte violenta di alcuni suoi compagni della scuola elementare, con i loro spiriti che gli apparivano, la scomparsa delle sorelle Musciacco, gli umili e i reietti che popolano quelle scale, discese anche da Pulcinella.
Da queste visioni, che mescolano sacro e profano, una vita trasfigurata dalla morte e viceversa, trarrà origine il suo teatro.
Ad un certo punto la grande piscina si affollerà di personaggi diversi, rimembrando i Bagni Eldorado, in cui la ricca borghesia si mischiava alla gente più povera, mentre Musella ed Affinito, in abiti femminili, vi danzano intorno.
Andò, che come sappiamo è anche regista di cinema, allena lo sguardo dello spettatore a muoversi per tutto il palco, attraverso piani che ne colgono risvolti sempre diversi, che ci possono aiutare ad entrare in quella Napoli che Moscato osservava ogni giorno, proponendone l’essenza.
Infine anche la neve invade il palco, una neve così avara nel cadere su Napoli, che Muscato vide nel ’56, nel ’63 e poche altre volte, simbolo di quella ricerca continua di candida bellezza che l’autore ricercava nella sua città, trovandola raramente. La neve cade e ci vuole solo silenzio: “Niente cchiù parole. Pas de mots! / No, no, ati, ate! Altre, sempre! / Sempe cchiù parole, voglio! / Words, words, words, a mmuorze, a mmuorze, a mmuorze!” (Mal-d’-Hamlé). E insieme alla neve, dopo aver messo un disco sul vecchio stereo, Musella siede sulle scale ad attendere i meritati applausi. E’ da lì che la presenza del Maestro perduto si fa ben presente con il suo straziante “E mò tutto è fernuto”.
Non posso narrare la mia vita
da Gli anni piccoli e altri testi di Enzo Moscato
drammaturgia e regia Roberto Andò
con Lino Musella
Tonino Taiuti, Flo, Lello Giulivo, Giuseppe Affinito
e Vincenzo Pasquariello, Ivano Battiston, Lello Pirone, Eleonora Limongi
voci e corpi della città
Nikita Abagnale, Mariarosaria Bozzon, Francesca Cercola, Gabriella Cerino,
Nicola Conforto, Mattia Coppola, Vincenzo D’Ambrosio, Matteo Maria D’Antò,
Ciro Giacco, Eleonora Fardella, Mariano Nicodemo, Maurizio Oliviero
scene e luci Gianni Carluccio
costumi Daniela Cernigliaro
musiche Pasquale Scialò
suono Hubert Westkemper
coreografie Luna Cenere
trucco Vincenzo Cucchiara
aiuto regia Luca Bargagna
foto di Lia Pasqualino
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale
durata: 1h 50′ senza intervallo
Visto a Milano, Piccolo Teatro, il 20 gennaio 2025
