Pesaro Danza Focus Festival 26. Da Abbondanza/Bertoni a Dewey Dell, la danza invade la città

Le classique c'est chic! di Anna Basti
Le classique c'est chic! di Anna Basti

Nell’ambito del festival multidisciplinare TeatrOltre, una giornata di spettacoli e partecipazione collettiva organizzata da Amat e Comune

Pesaro primaverile: il sole, il mare a due passi, la pietra chiara delle piazze che trattiene la luce fino a sera. È in questo contesto che si inserisce la giornata del Pesaro Danza Focus Festival, un appuntamento che raccoglie proposte artistiche diverse per linguaggio e poetica, e che chiede al pubblico una disponibilità rara: quella di passare in poche ore dalla piazza al teatro, dal corpo collettivo al corpo solo, dalla partecipazione alla contemplazione.

E’ un sabato pomeriggio di sole ritrovato e il primo appuntamento è proprio in centro città, un centro che smette per un momento di essere fondale e diventa palcoscenico e poi qualcosa di più: studio, aula, spazio condiviso.
Anna Basti, con il suo “Le classique c’est chic!”, occupa piazza del Popolo con misura e autorevolezza. Cerchio iniziale che piano piano cresce: adulti, bambini, passanti catturati dalla curiosità si aggiungono, occupano spazio, si lasciano attraversare dal movimento. È questo il cuore visibile della piattaforma progettuale, così la definisce l’autrice, pensata per restituire la tecnica classica a chi ne è stato storicamente escluso – corpi non conformi, non allenati, non professionali – attraverso classi aperte nello spazio pubblico, dove gli arredi urbani diventano sbarre e la morfologia del luogo detta la grammatica del movimento.
Il pubblico risponde con una partecipazione che dice molto sulla fame di movimento condiviso, su quanto il corpo collettivo aspetti ancora di essere convocato.
Eppure qualcosa rimane aperto. A Pesaro, la geometria della piazza non consente la sezione alla sbarra, quel momento che è forse il gesto più riconoscibile e sovversivo dell’intero progetto, in cui la tecnica classica viene reindirizzata verso corpi che di solito esclude. Senza di essa, gli esercizi proposti sembrano perdere il loro aggancio specifico al classico, scivolando verso una danza più genericamente accessibile.
Anche la scelta musicale, brani energici pescati da generi eterogenei, si allontana dall’immaginario che il progetto dichiara di voler decostruire, per quanto la stessa Basti la motivi con la necessità di una presa più immediata sul pubblico di piazza.
Viene però da chiedersi cosa rimanga allora, in questa particolare occasione, del gesto critico verso il classico, e se l’energia partecipativa della piazza non rischi di coprire, più che interrogare, il nodo teorico che il progetto porta con sé.

Con questi interrogativi in testa la piazza si svuota e la città riprende il suo ritmo. Cammino verso il Teatro Rossini passando dal sole dei selciati al buio dei vicoli, dall’ampiezza collettiva alla soglia di un teatro: ogni passo è un cambio di registro, come accordare uno strumento prima di suonare. Nella Sala della Repubblica ci aspetta Davide Tagliavini di cui avevamo già narrato su queste pagine, di recente, “That’s all“, e a cui rimandiamo.

Una cena veloce, anzi velocissima, e via verso il secondo teatro della città, il teatro Sperimentale, che accoglie l’ultima fatica di Abbondanza/Bertoni, “Femina”.
Buio in sala, brusio che si zittisce, luci chiare che s’accendono sul palco, fondale bianco: quattro corpi entrano in lingerie color carne e parrucche bionde e, osservando il pubblico, applaudono. Senza allegria, senza calore.

Femina (ph: Tobia Abbondanza)
Femina (ph: Tobia Abbondanza)

C’è qualcosa di difficile nella visione di “Femina”. Non difficile nel senso di ermetico o inaccessibile, ma difficile come lo è sostenere a lungo uno sguardo che riconosci. Le quattro interpreti costruiscono un universo scenico preciso e impietoso: la serialità del gesto, la ripetizione come meccanismo di controllo, il corpo femminile come territorio su cui si depositano aspettative, maschere, ruoli.
La coreografia di Antonella Bertoni non rappresenta il femminile, lo abita dall’interno, con una lucidità che non concede scampo.
Lo spazio è volutamente neutro, quasi asettico: uno sfondo che non racconta nulla di suo, che lascia i corpi soli con sé stessi e con lo sguardo di chi osserva.
Le quattro danzatrici si muovono come in un sistema chiuso, specchiandosi e moltiplicandosi, passando dall’omologazione bamboleggiante alla resistenza, dalla sincronia alla frattura, dall’apparire all’essere. I gesti si ripetono, si comprimono, si deformano: quello che sembra un gioco di superficie rivela progressivamente la sua violenza sottile. Non c’è narrazione lineare, ma una progressione per accumulo che lascia il segno proprio perché non si risolve mai del tutto.
La fatica delle interpreti è reale, visibile, ostentata senza compiacimento. Una fatica doppia: fisica, nel sostenere un ritmo musicale martellante che non concede fratture né sospensioni riconoscibili non aprendosi mai alla melodia, e mentale, nel mantenere la concentrazione necessaria a governare i cambi gestuali dopo infinite ripetizioni. Ed è quella fatica invisibile, quella precisione che nessuno vede ma tutti sentono, a diventare il vero dispositivo drammaturgico dello spettacolo: non la sofferenza come spettacolo, ma la resistenza come stato permanente. Chi guarda la porta con sé. La tristezza che ne deriva non è catarsi ma riconoscimento: è lo stesso sforzo, quotidiano e invisibile, di essere femmine nel senso più ampio e gravoso del termine.
Il finale è un’immagine che non si dimentica. Il lungo fade out della musica accompagna il lento tendersi dei teli che compongono il fondale bianco: le luci li trasformano, con precisione chirurgica, nell’apertura di una vagina. Un’immagine che in altri contesti rischierebbe di essere scontata, persino plateale. Ma “Femina” ha costruito tutto ciò che serve perché quel gesto finale arrivi con il peso che merita.
Viene in mente Fontana, i suoi tagli nella tela, quella violenza apparentemente minimale che apre uno spazio oltre la superficie e ne rivela la profondità nascosta. Qui il gesto è lo stesso, ma ciò che si apre non è il vuoto del concetto spaziale: è un’immagine che racchiude tutto in una volta sola, l’icona sessuale vagheggiata, il simbolo della femminilità, la condanna di essere donne. Non c’è retorica in quel finale, solo la capacità di fare di un’immagine scenica qualcosa che pesa.
Finalista al Premio Ubu 2023 come miglior spettacolo di danza, “Femina” è un lavoro che rimane. Non perché sia consolatorio, ma esattamente per il contrario.

Echo Dance of furies (ph: Claudia Pajewski)
Echo Dance of furies (ph: Claudia Pajewski)

Con questo peso addosso raggiungiamo il luogo che ospita l’ultimo spettacolo della serata. La città cambia di nuovo pelle: dai soffitti alti del teatro alla navata riadattata, dall’oscurità drammaturgica a qualcosa di più antico, quella sacralità laica che certi spazi conservano nelle pietre anche quando la funzione religiosa è finita da tempo.

La Chiesa dell’Annunziata accoglie “Echo Dance of furies” prodotto da Dewey Dell.
Il nome dei Castellucci nel teatro italiano non è neutro. Porta con sé un immaginario preciso, una storia artistica che ha ridefinito il linguaggio della scena contemporanea, e un’aspettativa che non è snobismo ma riconoscimento dovuto.
Dewey Dell, compagnia formata da Agata Castellucci, Teodora Castellucci, Demetrio Castellucci e Vito Matera, si colloca consapevolmente in quest’orbita, e “Echo Dance of Furies” non fa nulla per nasconderlo.
Centro del concept sono gli ex-voto anatomici, frammenti di corpo sottratti all’intero, offerti al sacro nel momento in cui la paura supera le parole. In quella tradizione popolare che non conosce confini tra paganesimo e cristianesimo, Dewey Dell vuole rintracciare qualcosa di più antico: la memoria ancestrale dell’istinto, il gesto che precede il pensiero.
In scena, le due performer incarnano questa tensione primaria attraverso il furto e la restituzione di un oggetto, un’azione apparentemente semplice che genera un clima di allarme crescente per una coreografia dell’allerta come risposta istintiva alla paura, una danza di possesso e cessione in cui il corpo reagisce prima che la mente abbia il tempo di nominare la minaccia.
Il territorio è quello giusto, la bussola punta nella direzione giusta. Eppure qualcosa non arriva. Il materiale coreografico appare povero rispetto alla densità del concept, i movimenti insipidi laddove dovrebbero essere carichi della tensione arcaica che il progetto evoca. La drammaturgia scorre senza che si inneschi quella necessità che trasforma una sequenza di gesti in qualcosa di inevitabile.
Il risultato è uno spettacolo che genera nel pubblico un disagio particolare: non quello fertile che nasce dall’essere messi a confronto con qualcosa di scomodo, ma quello più silenzioso e difficile da nominare che nasce dallo scarto tra promessa e consegna.
A salvare la serata è Demetrio Castellucci, sempre all’altezza del suo compito: il paesaggio sonoro è l’elemento chiave per mantenere una tensione che il resto dello spettacolo non riesce a sostenere, il filo che tiene insieme ciò che la scena fatica a costruire.

La giornata si chiude con altre chiacchiere in strada, confrontando dubbi, pensieri, sensazioni, per un evento che ha unito la piazza e il teatro, il sole e il buio, la partecipazione e la solitudine dello sguardo. Forse è proprio questo il senso più profondo che rimane: non la somma degli spettacoli visti, ma il movimento continuo tra spazi e stati d’animo diversi, il fatto che la città stessa sia diventata parte della drammaturgia. La danza non finisce quando si spengono le luci. Continua nelle strade, nelle conversazioni, nel corpo di chi ha guardato.

LE CLASSIQUE C’EST CHIC!
coreografia e interprete Anna Basti
produzione Chiasma ETS

FEMINA
di Michele Abbondanza e Antonella Bertoni
coreografia Antonella Bertoni
con Sara Cavalieri, Eleonora Chiocchini Valentina Dal Mas, Ludovica Messina Poerio disegno luci Andrea Gentili
musiche Dysnomia – Dawn Of Midi
audio editing Orlando Cainelli
produzione Compagnia Abbondanza/Bertoni
con il sostegno di MiC, Provincia Autonoma di Trento, Comune di Rovereto, Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto
si ringraziano Danio Manfredini, Marco Dalpane, Lucio Diana, Nadezhda Simenova

 

 

ECHO DANCE OF FURIES
concept Agata Castellucci, Teodora Castellucci
coreografia Vito Matera
con Agata Castellucci, Teodora Castellucci
drammaturgia, disegno delle luci e scena Vito Matera
musica originale Demetrio Castellucci
costumi Guoda Jaruševic iu te
produzione Dewey Dell
con il sostegno di Regione Emilia-Romagna Teatro Comandini/Societas, Masque Teatro
si ringrazia Nicolò Russo

 

 

Visti a Pesaro, Piazza del Popolo –  Teatro Sperimentale – Chiesa dell’Annunziata, il 16 maggio 2026

0 replies on “Pesaro Danza Focus Festival 26. Da Abbondanza/Bertoni a Dewey Dell, la danza invade la città”
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *