A Campsirago, tra le mille identità dell’arte

VerTeDance|Antonio Calone|La Confraternita del Chianti
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Antonio Calone
Famedaria di Antonio Calone
Siamo risaliti a Campsirago per Il Giardino delle Esperidi, festival che si sta consumando sino al 30 giugno, per la nona volta, in questo luogo magico situato sulle colline lecchesi, dove il teatro ha la sua dimora da molti anni.
Come sempre una iniziativa composita, che unisce in modo consapevole e audace teatro, musica, performance, reading, danza.

Nel ricco programma di quest’anno (37 repliche proposte da 23 compagnie e artisti nazionali e internazionali) formazioni provenienti anche dalla Finlandia, dalla Danimarca, dalla Repubblica Ceca e dalla Polonia che certificano, in modo alquanto bizzarro, come il festival viva più di contributi provenienti dall’estero che dagli enti locali, preposti a tale missione.
Anomalia produttiva che, curiosamente, pur in altri ambiti, troviamo nel primo spettacolo visto, ed esplicitata all’inizio in una sorta di commedia dell’arte.  

“Famedaria” di Antonio Calone, spettacolo  vincitore del bando Residenza Campsirago, sulla carta viene prodotto dal Teatro Stabile di Napoli e da Scarlattine Teatro, dove solo però la piccola compagnia lombarda ha onorato del tutto gli impegni presi.
E’ uno spettacolo completamente al femminile, di fluida e consapevole complessità, dove le convincenti Martina Antonelli, Caterina Carpio, Viola Forestiero e Aglaia Mora, scambiandosi le parti in tempi e luoghi diversi, narrano la storia di Line e Yana, due sorelle divise da anni di lontananza. Yana fa l’operaia in una fabbrica di orologi, Line è una professoressa e abita con Tila, sua figlia diciottenne.
Yana riesce poco ad ambientarsi in un mondo pieno di regole che non comprende. Così, sin da adolescente, trova nella scrittura il mezzo per parlare liberamente, trasfigurando la realtà, al punto da non riuscire più a distinguere verità e menzogna. Una lettera di Yana per Line, che Tila ritiene importante per la madre, trascinerà le due sorelle in un viaggio nella memoria della loro infanzia.


E sono infatti i giochi di infanzia, proposti alla fine dello spettacolo mediante il linguaggio dei suoni e dei gesti, a spezzare la drammaturgia affidata alle sole parole, per ricomporre una frattura che sembrava insanabile.

Datato e autoreferenziale ci è parso invece “The Beast A Book in an orange tent” di Sanna Kekäläinen, artista di punta della danza finlandese, che Michele Losi ha deciso di portare al festival in un interscambio sempre proficuo di metodologie e linguaggi.
Sanna, la bestia, si denuda il corpo e l’anima dentro e fuori una tenda arancione anni ’70, su un palcoscenico completamente bianco che imprime un primo forte impatto visivo aggettandosi sulla valle.
Le parole poi, però, si perdono presto nella valle, come nella mente degli spettatori, accompagnate da una danza di pregevole fattura che si fa immagine, ma che di per sé, a nostro avviso, non giustifica del tutto la performance.

A chiudere la serata il concerto-spettacolo scritto ed interpretato da Marcello Gori e Matteo Poli, un viaggio di parole e musica in cinque canzoni, sincero e pieno di speranze per il futuro, che fotografa nondimeno “la provvisorietà”, non solo economica, di un  musicista genovese trapiantato nella grande città, e di un suo conterraneo insegnante, accomunati dalla stessa passione per un mestiere così poco riconosciuto.
“Mi sono perso a Milano” risulta così una poetica autoanalisi che, tra contraddizioni, speranze e disinganni, fotografa benissimo, con disincanto, la precarietà di una  generazione di trentenni attraverso un’arte che parla direttamente al cuore dei loro coetanei, ma non solo.

La Confraternita del Chianti
Valeria Sara Constantin de La Confraternita del Chianti
Costruito (finalmente) su una intelligente e bellissima drammaturgia di Chiara Boscaro, con la regia di Marco Di Stefano, è “Non voltarti indietro” de La confraternita del Chianti, spettacolo anch’esso vincitore del bando Residenza Campsirago, riduzione contemporanea di “Orfeo ed Euridice”, sul tema della violenza sulle donne, coniugato questa volta con una discrezione di accenti veramente encomiabile, che porta piano piano lo spettatore al centro del problema.

Valeria Sara Costantin, moderna Euridice, toccata da una ferita che pare non rimarginabile, è chiusa nella sua casa e in se stessa, mentre Diego Runko, Orfeo ignaro dell’accaduto, cerca in ogni modo con insistenza di poter entrare ancora  in quel mondo che si è appena chiuso all’altro.
Nascerà così un dialogo continuo, pieno di minacce, preghiere, blandizie, che spesso una porta divide e che solo alla fine si aprirà definitivamente, quando Euridice comprende che solo un nuovo amore forse, e diciamo forse, potrà ridare ancora senso alla sua vita.
Lo spettacolo parla di un tema scottante ma intelligentemente descrive le generazioni di oggi e la loro difficoltà nel rapportarsi.

Tutt’altro ambito e stile per Joseph Scicluna con la regia di Katia Capato, che compie un viaggio personale all’interno della sua genealogia per parlare di guerra e dei nefandi effetti che ha avuto sugli uomini di varie generazioni.
E così che, attraverso la narrazione tipica di Scicluna, cinquantenne metà italiano e metà maltese, piena di ellissi e divagazioni (forse troppe) ma anche di sincera e immediata comunicabilità, reduce della guerra fredda, riemergono dalla memoria le figure del soldato semplice della Prima Guerra Mondiale, Gerardo Pietro, e poi in seguito nella Seconda, del capitano dell’esercito regolare Zanini Aldo, suo zio, e dei partigiani Max, Lancia e Paulo.

Di grande ed immediata forza espressiva è “VerTeDance” delle ceche Veronika Kotlíková, Tereza Ondrová, Helena Arenbergerová, Lucia Kašiarová, accompagnate, non casualmente, dalla musica e dal canto dal vivo di cinque uomini, il complesso ZRNI.
Il corpo delle quattro danzatrici si profonde in una sorta di catalogo del proprio essere, non più oggetto inerte da sopraffare, ma strumento dotato delle infinite connotazioni che gli sono proprie, esposto in un gioco ironico e provocatorio che gli rendono finalmente giustizia. Una danza che si esprime compiutamente, allo stato puro, in contrappunto con la musica, comunicando forza, fascino, dolcezza, ironia, sensualità, insomma tutta l’infinita gamma di emozioni che può suscitare il corpo femminile.

VerTeDance
VerTeDance
Infine non del tutto risolto ci è parso “I. P.”, presentato in prima assoluta da Ilinx con la regia di Nicolas Ceruti, la drammaturgia di Amanda Spernicelli e in scena Mariarosa Criniti, Giulia Lombezzi e Luca Marchiori.
Lo spettacolo, attraverso diversi “siparietti”, indaga il concetto di identità. I tre attori, sempre in corsa per cercare e cercarsi, senza mai veramente riuscirci, chiusi in una vera e propria gabbia che poco alla volta si richiude coperta simbolicamente da giornali, si pongono domande che la mutevole realtà quotidiana rende sempre più urgenti.  
Chi veramente siamo? Che identità vogliamo, se in ogni momento ce la tolgono e se spesso siamo proprio noi a togliercela, in cerca di una possibile felicità? Allo stesso modo del Hikikomori, protagonista dei momenti più forti di questa creazione?

Il tema dell’identità, legato a quello della precarietà, oggetto preferito di molte creazioni di questi anni, invade così lo spazio chiuso della gabbia, proiettando sullo spettatore una serie di stimoli tesi a comprendere meglio il vuoto esistenziale che spesso ci circonda.
Ma lo spettacolo, a nostro avviso, vuole percorrere troppe direzioni, non sempre espresse con la necessaria forza teatrale, riuscendo solo raramente a graffiare in profondo tutto il disagio che intende esprimere.

Il Giardino delle Esperidi prosegue in questi giorni. Klp continuerà a raccontarvelo.

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