Il sogno di una cosa: Germano e Teardo tra parole, suoni e sogni infranti

Il sogno di una cosa (ph: Daniele Casalboni)
Il sogno di una cosa (ph: Daniele Casalboni)

Al Carcano fino al 16 febbraio, il romanzo d’esordio di Pasolini in uno spettacolo immersivo che unisce palco e platea

Una performance che non è solo una lettura scenica, ma un viaggio multisensoriale attraverso la musica. Al Carcano di Milano “Sogno di una cosa” prende vita attraverso la potenza evocativa delle parole di Pasolini, la recitazione essenziale di Elio Germano e la magia sonora di Teho Teardo. Non è solo un racconto di giovinezza e lotta, ma una riflessione su sogni infranti e speranze deluse. La narrazione esplora il destino di tre giovani friulani, Nini, Milio ed Eligio, che tentano di fuggire dalla miseria attraversando illegalmente il confine per raggiungere la Jugoslavia. L’innocenza del sogno di cambiamento si scontra con le dure realtà del dopoguerra e del boom economico, in un’epopea di disillusioni e sacrifici.

Elio Germano, con la sua voce intensa e polifonica e qualche sortita nella musica (organetto, nacchere, percussioni lignee), è il cuore pulsante dello spettacolo. Non si limita a leggere il testo di Pasolini: lo fa vivere. La sua narrazione, rarefatta e sottile, assume una dimensione extra-diegetica, come se le ombre dei personaggi tornassero a camminare tra noi. Le sue parole sono morbide e penetranti. Dipingono i volti di Nini, Milio ed Eligio sotto luci fioche, tra una luna piena e un sole nascente. Non c’è melodramma, ma una tensione che vibra nell’aria, come la fine di un sogno che non smette di cercare redenzione.

Teho Teardo, musicista, compositore e sound designer, crea una partitura sonora che non è mai semplice accompagnamento. La sua musica è una presenza che amplifica la narrazione, facendo eco alle parole di Pasolini. La sua combinazione di elettronica e suoni naturali – vento, pioggia, uccelli, insieme a campane che suonano ora festose, ora funeree – si intreccia con le emozioni dei protagonisti, rendendo l’esperienza teatrale immersiva. Il suono non è mai sottofondo, ma una traduzione sensoriale della scrittura pasoliniana. È un paesaggio sonoro che si espande e si ritira davanti e intorno alla platea, come il respiro di una terra che vive di speranze e cicatrici.

In un continuo gioco di rimandi, la lingua friulana di Pasolini si mescola alla narrazione. Voci registrate, un filo diretto con la terra di Casarsa, la lingua madre del poeta, si intrecciano con il racconto. Le ombre dei personaggi scomparsi si materializzano a metà tra fantasmi e carne viva. La memoria prende corpo, restituendo l’eco di un’epoca lontana e indimenticabile. Il pubblico non è solo spettatore, ma partecipe di una comunione che dissolve il confine tra realtà e immaginazione.

L’essenza del romanzo di Pasolini è la lotta: la giovinezza che sfida la crudeltà delle condizioni sociali e politiche, il desiderio di riscatto che collide con la rassegnazione. “Il sogno di una cosa” riflette su temi universali come l’emigrazione, la povertà, la lotta contro l’ingiustizia e la transitorietà dei sogni. Le parole di Pasolini non sono solo il cuore pulsante della storia, ma la colonna sonora di una generazione che ha cercato, e continua a cercare, un cambiamento. La sua scrittura esplora anche la bellezza fragile del contadino friulano dalle mani di pietra e dal cuore ruvido, non come simbolo di sconfitta, ma di forza nella lotta per un mondo migliore, che si materializza nella freschezza e nell’intensità delle voci di Germano e Teardo.

La performance non è solo un omaggio alla scrittura di Pasolini, ma una meditazione sulla condizione umana. Il desiderio di riscatto, il contrasto tra speranza e realtà, sono le forze che muovono lo spettacolo. “Il sogno di una cosa” ci ricorda che la lotta per una vita migliore è sempre viva, che i sogni non muoiono mai del tutto, ma nascono in ogni generazione che prova a ricostruire sé stessa. Con il loro incantevole connubio di parole e suoni, Germano e Teardo non offrono solo uno spettacolo, ma un’esperienza totale che riporta in vita il dramma del dopoguerra friulano. Facendolo dialogare con un presente in cui i nuovi portatori di utopie e disillusioni sono i nuovi migranti che, invertendo la rotta tra Balcani e Italia, continuano a cercare un riscatto verso un orizzonte sempre sfuggente.

IL SOGNO DI UNA COSA
di e con Elio Germano e Teho Teardo
liberamente tratto dal capolavoro di Pier Paolo Pasolini
produzione Pierfrancesco Pisani per Infinito Teatro e Argot Produzioni
coproduzione con Fondazione Teatro della Toscana
con il contributo di Regione Toscana

durata: 1h
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Teatro Carcano, il 12 febbraio 2025

2 Comments

  1. says: Erica

    Probabilmente abbiamo visto uno spettacolo diverso.
    Se io non fossi stata in seconda fila, me ne sarei andata dopo 10 minuti. Luci inesistenti, cacofonia di suoni (in certi momenti mi sembrava di essere sotto cassa in discoteca negli anni 80) . In ogni caso probabilmente la parte di Germano era di 40 minuti… Sei un professionista, fai lo sforzo di imparare a memoria. Metà del pubblico non applaudiva alla fine. Lo spettacolo più brutto che io abbia mai visto.

    1. says: Vincenzo Sardelli

      Gentile Erica.
      Forse lei è entrata a teatro con altre aspettative, considerando il prestigio di Germano, e l’importanza nella letteratura di Pasolini. Di fatto, questo era un lavoro del tutto alternativo a uno spettacolo di prosa. E infatti lei non cita Teardo, lo trascura come se fosse un comprimario. Invece stiamo parlando di un artista sonoro tra i più importanti in Europa. Il concetto di “cacofonia” nella musica di Teho Teardo si riferisce all’uso di suoni dissonanti, spesso ruvidi, non armonici, che possono creare un effetto di disordine o di disagio nell’ascolto. La cacofonia, in generale, viene intesa come una combinazione di suoni che si scontrano tra di loro, dando vita a un’esperienza uditiva che può risultare intensa, a volte disturbante, ma che allo stesso tempo può avere un forte impatto emotivo.
      Nel caso di Teho Teardo, la cacofonia non è solo un fine in sé, ma una risorsa espressiva che si integra in un linguaggio musicale più ampio, fatto di tensioni e risoluzioni. Teardo, compositore e sound designer noto per le sue colonne sonore e per la sua carriera solista, utilizza spesso sonorità dissonanti per creare atmosfere cupe, inquietanti, talvolta claustrofobiche, che evocano un senso di disorientamento. La sua musica può oscillare tra l’armonia e la dissonanza, passando da paesaggi sonori delicati a improvvisi esplosioni di rumori.
      Non è raro che in Teardo ci sia una mescolanza tra suoni sintetici, field recordings (suoni registrati nell’ambiente) e strumentazione tradizionale. Questi elementi vengono assemblati in modo da creare una dimensione sonora che a volte sembra spingere l’ascoltatore a confrontarsi con la dissonanza, pur mantenendo sempre un certo equilibrio estetico.
      Teardo gioca con i confini tra l’armonia e il caos, ma senza mai rinunciare a una visione estetica. L’uso della cacofonia non è mai fine a sé stessa, ma parte di un’espressione che mette in risalto emozioni complesse. La sua musica tende a raccontare storie o a evocare immagini, ma lo fa in modo non convenzionale, spingendo spesso verso un ascolto più attento e riflessivo.
      In sostanza, la cacofonia nella sua musica non è mai completamente priva di significato, ma è una strategia per esplorare la complessità del suono e delle emozioni umane.
      In questo contesto non credo che avrebbe avuto alcun senso che Germano imparasse il testo a memoria. La sua recitazione era al servizio della musica, e non viceversa. La saluto cordialmente

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