Il Calderón di Fabio Condemi. Dentro al teatro di parola di Pasolini

Photo: Luca Del Pia
Photo: Luca Del Pia

Al suo debutto assoluto all’Arena del Sole di Bologna, lo spettacolo arriverà la prossima settimana al LAC di Lugano

Proporre per la scena i testi teatrali di Pier Paolo Pasolini ha sempre determinato un grande sforzo intellettuale sia per chi allestisce lo spettacolo sia per lo spettatore (da parte nostra ricordiamo ancora con entusiasmo la trilogia del 2002 di Antonio Latella dedicata a Pilade) data la loro estrema letterarietà, in cui la parola, sempre portatrice di forte e alto pensiero, spesso può vincere su ogni possibile occasione per rappresentarla.
E’ Pasolini stesso a comunicarcelo nel suo Manifesto del nuovo Teatro: “La sua novità consiste nell’essere, appunto, di Parola: nell’opporsi, cioè, ai due teatri tipici della borghesia, il teatro della Chiacchiera o il teatro del Gesto o dell’Urlo, che sono ricondotti a una sostanziale unità: a) dallo stesso pubblico (che il primo diverte, il secondo scandalizza), b) dal comune odio per la parola (ipocrita il primo, irrazionalistico il secondo)”.

A Bologna il regista Fabio Condemi, con l’ERT, che lo produce insieme al LAC Lugano Arte e Cultura, ben conscio della sfida a cui andava incontro, ha voluto lo stesso e con forza mettere in scena il “suo” “Calderón”.
Del resto Condemi non è nuovo a imprese del genere, avendo diretto precedentemente sia un’opera assai urticante di De Sade come “La filosofia del boudoir”, con la quale ha vinto il Premio Ubu, sia lo stesso Pasolini di “Questo è il tempo in cui attendo la grazia” con un magnifico Gabriele Portoghese.

Lo spettacolo è il primo tassello del progetto “Come devi immaginarmi”, dedicato a Pasolini in occasione del centenario dalla nascita, un progetto ideato dal direttore di ERT Valter Malosti insieme al critico d’arte e scrittore Giovanni Agosti, che intende presentare a teatro, in una sola stagione, l’intero corpus dei testi teatrali di Pasolini.


Il dramma in versi “Calderón” è l’unico dei testi teatrali del poeta friulano (nativo di Bologna) ad essere stato pubblicato da Garzanti prima della sua morte feroce, avvenuta nel 1975, e si ispira a “La vida es sueño” (La vita è un sogno), opera di Pedro Calderón de la Barca del 1635 in cui, come in quella originale, impera la dimensione del sogno.
I personaggi di Pasolini hanno gli stessi nomi di Calderon: Rosaura, Basilio e Sigismondo.
“La vida es sueño” è però ambientato in altro luogo e in altro tempo: il sogno rappresentato è quello di Sigismondo, il figlio del re Basilio, chiuso per anni in una torre dal padre che, ricondotto in libertà nella vita di ogni giorno per mezzo di un sonnifero, non sapeva più districarsi tra vita sognata e vita reale.
In Pasolini gli accadimenti raccontati nello spettacolo sono ambientati nella Spagna del 1967, al tempo della dittatura franchista, dove già riecheggiano gli echi della contestazione giovanile ed operaia.
E mentre nell’opera di Calderon de la Barca veniva rappresentato un solo sogno, qui invece vi è una sequela di sogni, anche se in definitiva compiuti sempre da Rosaura, immersa ogni volta in contesti sociali diversi, prima aristocratici, poi sottoproletari e infine borghesi, ma sempre infranti da un potere a cui non si può sfuggire.

Nel primo sogno, in cui viene ricostruito anche un riverbero pittorico a “Las Meninas” di Velázquez (le scene e la drammaturgia dell’immagine sono di Fabio Cherstich, i costumi di Gianluca Sbicca, le luci di Marco Giusti), la nobile Rosaura si innamora di Sigismondo, scoprendo con disperazione di esserne la figlia; nel secondo sogno la donna è una prostituta che si infatua di Pablito, un giovane da lei condotto verso il primo amore, che si rivelerà poi essere suo figlio. Nel terzo sogno Rosaura appartiene invece ad una famiglia piccolo-borghese e si innamora dello studente rivoluzionario Enrique, in fuga dalla polizia. Tre amori dunque che risultano alla fine impossibili.
Ogni sogno è introdotto da una sorta di portavoce dell’autore che, come accade per Velázquez ne “Las Meninas”, si materializza sulla scena ironizzando sul potere che sta per rappresentare, in tutta la sua splendida e vuota magnificenza. Nel medesimo tempo, al fine di rendere consapevoli gli spettatori di come ogni cosa – sia nel sogno che nella realtà – sia illusoria, li ammonisce: mai credersi eredi di un potere che in realtà non si possiede.
In tutti e tre i sogni domina Basilio (un bravissimo Michele Di Mauro), re, padre, marito piccolo-borghese che perpetua il suo potere attraverso i propri sgherri, preti e psichiatri (eccellente come sempre il multiforme Marco Cavalcoli).
Insieme a loro, conducono perfettamente il gioco teatrale imbastito da Condemi Valentina Banci, Matilde Bernardi, Carolina Ellero, Nico Guerzoni, Omar Madé, Caterina Meschini, Elena Rivoltini, Giulia Salvarani ed Emanuele Valenti.

E’ chiaro come al giovane regista di Ferrara interessi soprattutto la parola, ed è per questo che i tre sogni vengono raccontati con estrema semplicità, racchiusi ogni volta in ambienti non eccessivamente caratterizzati, essenzialmente geometrici, a evocarne la peculiarità: il letto di Rosaura che apre lo spettacolo viene trasportato in una magione aristocratica, resa attraverso piccoli accorgimenti significanti; il quadro di Velázquez, riproposto con i personaggi nei loro costumi, addossati l’un l’altro davanti allo sguardo del pittore; la misera catapecchia della prostituta, persa nell’immensità del palcoscenico; la casa piccolo-borghese in cui troneggia un tavolo che rimanda a quello delle prove attorno a cui gli attori si trovano per imparare la propria parte, una parte qui imposta non da un regista qualunque, ma da quello che ci opprime e sempre ci opprimerà: il Potere.
Ma qua il potere, rappresentato ancora una volta da Basilio, viene per una volta messo in discussione dalla parola pasoliniana, che ci ammonisce, ci colpisce, ci “dispera”, svelandone i sotterfugi.

L’ultimo sogno è infatti quello spaventoso di un campo di concentramento, che appare minaccioso anche attraverso delle immagini, liberato però gioiosamente da un corteo di operai.
E mentre il sipario è già chiuso, sottovoce ci giungono le parole finali, disperanti e disperate, di questo “Calderón” di Pasolini-Condemi, recitate non a caso ancora da Basilio: “Tutti i sogni che hai fatto, o che farai, si può dire che potrebbero essere anche realtà… Ma quanto a questo degli operai, non c’è dubbio: esso è un sogno, niente altro che un sogno”.

Tutti i temi cari a Pasolini vengono traslati in “Calderón”: dalla mutazione antropologica che stava concretizzandosi, all’analisi di una borghesia che ogni cosa è capace di cannibalizzare. Temi che si traducono in una vera e propria catalogazione del rapporto uomo-potere, dove centrale è, alla fine, la disillusione verso una rivoluzione che si rivolta sempre contro sé stessa, e che non cambierà mai nulla. Non per niente Basilio dice ad Enrique, che se n’è fuggito dalla scena: “Io ho insegnato loro la lingua della rivolta e della rivoluzione, ho molto rischiato. Ora li riprendo con me perché nessuna contestazione a me è sincera”.
Lo spettacolo dice anche ai tanti Enrique, che rappresentano il nostro futuro, di contraddire tutto questo, affinché il loro futuro (e quindi anche il nostro) possa essere diverso, e non solo un sogno.
In questo modo, con una potenza scevra da ogni inutile sovraccarico di riferimenti, la parola acquista pienamente il proprio significato, per scandagliare a fondo la realtà sociale in cui viviamo.

Uscendo fuori dal teatro, pur davanti “alla straziante bellezza del creato”, il dettame suggerito da Pasolini pare aver raggiunto, in questo “Calderón”, il suo compimento: “Il teatro di Parola ricerca il suo “spazio teatrale” non nell’ambiente ma nella testa”.
In scena a Lugano il 22 e 23 novembre.

CALDERON
di Pier Paolo Pasolini
regia, ideazione scene e costumi Fabio Condemi
con (in ordine alfabetico):
Valentina Banci
Matilde Bernardi
Marco Cavalcoli
Michele Di Mauro
Carolina Ellero
Nico Guerzoni
Omar Madé
Caterina Meschini
Elena Rivoltini
Giulia Salvarani
Emanuele Valenti
scene, drammaturgia dell’immagine Fabio Cherstich
costumi Gianluca Sbicca
luci Marco Giusti
disegno del suono Alberto Tranchida
assistente alla regia Angelica Azzellini
scene costruite presso il Laboratorio di Scenotecnica di ERT
responsabile del Laboratorio e capo costruttore Gioacchino Gramolini
costruttori Tiziano Barone, Davide Lago, Sergio Puzzo, Veronica Sbrancia, Leandro Spadola
scenografe decoratrici Ludovica Sitti
con
Sarah Menichini
Benedetta Monetti
Bianca Passanti
Martina Perrone
costruzioni in ferro realizzate da Falegnameria Scheggia
assistente alla progettazione scenografica Greta Maria Cosenza
costumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
direttore tecnico Massimo Gianaroli
direttrice di scena Rebecca Quintavalle
capo macchinista Gianluca Bolla
macchinisti Eugenia Carro, Davide Lago
attrezzista Benedetta Monetti
capo elettricista Giuseppe Tomasi
fonico Alberto Tranchida
sarta Elena Dal Pozzo
foto di scena Luca Del Pia
documentazione video Lucio Fiorentino
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, LAC Lugano Arte e Cultura
in collaborazione con Associazione Santacristina Centro Teatrale
si ringrazia Acondroplasia Insieme per crescere Onlus
riproduzione del quadro Las Meninas di Diego Velázquez dall’Archivio fotografico del Museo Nazionale del Prado

Lo spettacolo è realizzato all’interno del Progetto internazionale “Prospero Extended Theatre”, grazie al supporto del programma “Europa Creativa” dell’Unione Europea.

durata: 2h 15′

Visto a Bologna, Arena del Sole, il 3 novembre 2022
Prima assoluta

 

 

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