Pastorale di Daniele Ninarello, ovvero dell’essere danzati

Pastorale (ph: Rino Caracò)
Pastorale (ph: Rino Caracò)

La rassegna di Teatro Akropolis a Genova, Testimonianze Ricerca Azioni, ha ospitato nella sua 13^ edizione anche lo spettacolo del 2019 del coreografo torinese

“In principio era l’azione” (Im Anfang war die Tat) affermava il Faust di Goethe, individuando l’azione (die Tat) come il vero principio originario di tutta la realtà; è proprio l’azione il principio detonatore che dà forma, corpo e suono allo spettacolo “Pastorale” del coreografo torinese Daniele Ninarello, classe 1983, ospitato all’interno della rassegna Testimonianze ricerca azioni del Teatro Akropolis, diretta da David Beronio e Clemente Tafuri e giunta alla sua tredicesima edizione.

“Pastorale” è una performance per quattro danzatori (un uomo e tre donne) che mette in scena l’agire, il suo stesso essere materiale in creazione e in di-venire, e fa dell’estemporaneità compositiva la sua cifra distintiva, estetica e stilistica.

La scena, nuda, è dominata dall’alto da un lungo rettangolo dorato, disegnato da Gianni Staropoli, ed è sempre abitata dai quattro danzatori (Vera Borghini, Zoé Bernabéu, Lorenzo Covello, Francesca Dibiase), interpreti che formano un gruppo eterogeneo e disarmonico, le cui differenze sono sottolineate dall’eterogeneità dei costumi casual, di Ettore Lombardi, accomunati soltanto da qualche piccolo richiamo in oro, lo stesso oro del fondale, e le scarpe da ginnastica.


«L’idea di partenza di questo spettacolo, nel 2019, era quella del lavoro dei quattro corpi dei performer come quattro ingranaggi distinti di quella che una volta era una sola unità» afferma il coreografo «e del loro tendere verso l’unisono, un unisono – differentemente da quello che si intende comunemente nella danza – che vuol dire “risuonare insieme” e non suonare o danzare insieme o in sincronia».

Per risuonare insieme i danzatori di Ninarello, dopo un lungo e presumibilmente estenuante training, mettono in scena una pratica improvvisata, o meglio creata ex novo ad ogni replica, basata sulla percezione l’uno dell’altro e sulla consegna e riconsegna, aleatoria, di movimenti creati e percepiti sul momento, di fronte agli occhi dello spettatore.
Tutta questa prima, lunga, sezione dello spettacolo risponde alle dinamiche del creare e del sentire, i danzatori messi in una condizione ipnotica in cui, seguendo camminate per lo più circolari e a spirale, agiscono e tagliano l’aria con i loro corpi che seguono una logica individuale e allo stesso tempo collettiva: difatti, nei cinquanta minuti abbondanti dello spettacolo, i quattro interpreti non si toccano né si sfiorano, camminano vorticosamente in traiettorie pericolosamente tangenti, ma senza mai raggiungere il contatto fisico vero e proprio.

«Si muovono come gli sciami delle api, questa è l’ispirazione, usando e stimolando la vista periferica attraversano lo spazio riuscendo a non scontrarsi», ci spiega Ninarello.
Ci si sente di fronte alla danza di quattro monadi sferiche e perfette; viene in mente la prossimità e l’impossibilità al contatto della solitudine dei numeri primi, sempre vicini ma mai abbastanza da toccarsi, dell’omonimo romanzo di Paolo Giordano.

Questa condizione di quasi-trance è la chiave compositiva – e quindi estetica – di “Pastorale”, che si pone per questo motivo come un’anti-danza o una non-danza, dal momento che «non sono i danzatori a danzare ma sono i danzatori a essere danzati».
Un altro elemento caratterizzante è sicuramente il crescendo, non solo fisico ma anche musicale, secondo la composizione di Dan Kinzelman, e scenico, con la danza dei corpi che colonizza e si appropria mano a mano di sempre più spazio nella superficie del palcoscenico. I movimenti sono cristallini e puliti, forme dinamiche di una nettezza quasi chirurgica, oscillazioni reiterate e consegnate tra i performer, che restituiscono il senso di una movenza collettiva che è al tempo stesso liquida e aerea, astratta dalla corporeità pesante e organica fino alla trasfigurazione dei danzatori in droni in scarpe da tennis (dallo studio miliare di Sally Banes “Terpsichore in Sneakers” del 1987).

Il punto di svolta, ben dopo la metà, è il momento in cui all’agire silenzioso degli interpreti si fa lentamente strada l’ingresso dell’elemento suono, il phonè, dapprima attraverso il respiro e gli ansimi sempre più forti, poi in un crescendo di parole e bisbigli che capiamo essere i nomi dei danzatori, che si chiamano, o meglio intonano i nomi l’uno degli altri (Lorenzo, Zoe, Vera, Francesca) mentre la scena – e la sala – dissolvono al buio, un buio soffocante e assordante, con i volumi della musica sempre più alti e vibranti, una catabasi soffocante e adrenalinica: «E’ il momento in cui inizia ad apparire l’identità, il nome, un richiamo disperato come a voler lasciare una traccia di sé oltre la morte».

Da qui in avanti i corpi assumono volumi più pieni, si spingono oltre il proprio asse, diventano rotondi e pesanti, fatti di muscoli, carne e ossa, si ribellano al cinismo severo dell’astrazione a cui rispondevano prima.

La performance chiude con una linea finale, in cui i danzatori si dispongono, dapprima di spalle poi lentamente voltandosi e procedendo in avanti verso il pubblico, avvicinandosi quanto più possibile alla prima fila, in cui si agiscono i gesti quotidiani, differenti e discordanti, che sono ripetuti e riproposti con infinite variazioni sul tema, tanto da diventare astratti anch’essi, rinegoziandone quindi il senso stesso, il suo valore significante e il suo significato, svuotandolo di ogni valenza semantica e rendendolo una mera traccia, un segno, proprio come il dipinto “Pastorale (Rhythm)” di Paul Klee, a cui il lavoro si ispira deliberatamente fin dal titolo.

Il complesso lavoro di Ninarello, che restituisce una riflessione in fieri sulla nostalgia dell’unisono, è la messa in scena stessa della ricerca di un’unità organica a cui i corpi sempre in piedi dei suoi danzatori aspirano, come un gruppo di metronomi asincroni che cercano invano la sincronia, dando corpo – o forse togliendolo – alla storia del fallimento di un qualsiasi incontro sociale e collettivo tra gli uomini.
Come un esercizio soggetto a diversi possibili svolgimenti, “Pastorale”, nel suo crescente accumularsi di azioni e letture simultanee, risuona vibrante nei corpi sia degli interpreti che degli spettatori, secondo dinamiche di osmosi e catarsi, come un rituale di partecipazione collettiva, un’importante esperienza sensoriale allo stesso tempo disturbante e conturbante.

PASTORALE
Danza e coreografia: Daniele Ninarello
Con: Vera Borghini, Zoé Bernabéu, Lorenzo Covello, Francesca Dibiase
Musica: Dan Kinzelman
Dramaturg: Gaia Clotilde Chernetich
Consulenza: Elena Giannotti
Disegno luci: Gianni Staropoli
Abiti di scena: Ettore Lombardi
Produzione: Codeduomo /Compagnia Daniele Ninarello

durata: 50′
applausi del pubblico: 3′

Visto a Genova, Teatro Akropolis, il 10 novembre 2022

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