Il direttore della Civica Scuola Paolo Grassi di Milano porta in scena il testo tradotto da Monica Capuani, per una coproduzione del Teatro Nazionale di Genova e del Centro MaMiMò di Reggio Emilia
C’è uno spazio sospeso, polveroso, come un luogo rimasto indietro nel tempo. Una stanza che somiglia a una soffitta: carta da parati damascata che si scrosta, divani consunti, una vasca da bagno dal sapore retrò, un letto in ferro con un materasso povero, un grande tappeto al centro.
È un luogo che non serve a rappresentare la storia. Forse semplicemente a dimenticarla lì e far sì che si impolveri.
In questo spazio un gruppo di figure staziona. Non c’è urgenza, non c’è azione. Quello che inizia è una lettura a tavolino, svogliata, evidentemente controvoglia. Le battute vengono lette, non dette (diciamo anche lette male); il narratore/regista (Luca Cattani) è l’unico che sembra interessato alla storia e legge le didascalie con un certo cipiglio.
Non c’è un momento netto in cui la lettura diventa rappresentazione. Accade piuttosto uno scivolamento progressivo e nella platea ignoriamo il momento esatto in cui le battute smettono di essere lette e cominciano ad essere incarnate. La storia non viene mai “messa in scena” nel senso tradizionale del termine. Viene raccontata.
Il treno su cui viaggiano le protagoniste è un divano, i luoghi restano parola, il barcone è evocato mentre gli attori restano fermi sul tappeto. Lo spazio non si trasformerà mai per accogliere l’azione.
Dentro questo dispositivo prende forma la vicenda di Dana (Alice Giroldini), giovane donna pragmatica e sicura di sé, e di sua sorella Jasmine (Cecilia di Donato). Dana incontra un uomo, fa sesso con lui. Lui, Jarron, la interpreta come una prestazione a pagamento; lei rifiuta il denaro e rivendica la natura amorosa di quella notte. Il conflitto iniziale non è morale né metafisico, ma linguistico: prestazione o relazione, transazione o incontro.
L’uomo si rivela essere il diavolo (un Mephistofele sotto le mentite spoglie di un funzionario delle Nazioni Unite) e non accetta quest’ambiguità. Insiste nel voler pagare 45 euro, così da chiudere il conto. Dana rifiuta.
Inizia qui una discesa lenta e inesorabile. Non per colpa di un patto faustiano, ma per una concatenazione di sfortunati eventi.
Propongono a Dana un posto ad Alessandria, e intanto Jasmine pare essere incinta. Il viaggio si inceppa presto. Sul treno i biglietti non sono validi, la carta non funziona e le sorelle vengono fatte scendere in una cittadina anonima, sospesa a metà strada tra l’Europa e altro. Il sistema finanziario è in collasso, l’euro crolla.
Il diavolo torna a ripresentarsi e Dana comincia a pensare il mondo attraverso di lui, ad attribuirgli una volontà, una responsabilità. Perché un sistema che crolla senza volto è insopportabile. Meglio un diavolo che una macchina impersonale.
In tutto questo un bibliotecario, ottimamente interpretato da Fabio Banfo, la segue e non l’abbandona mai, trasformandosi progressivamente in angelo custode. Non interviene mai, non salva, non risolve. Offre libri. Manuali che sembrano usciti da una libreria di auto-aiuto: come restare calmi di fronte a tua sorella che ha un aborto spontaneo, come affrontare una crisi quando le istituzioni non esistono più, come negoziare il prezzo quando vuoi prostituirti. È un aiuto formale, procedurale, informativo.

Dana vende ciò che possiede, poi vende sé stessa. La scena della prostituzione, costruita interamente sul linguaggio, è uno dei momenti più duri dello spettacolo, e Alice Giroldini riesce a mantenere una tensione che in scena toglie il fiato. Non c’è compiacimento né scandalo, bensì una contrattazione, un corpo che diventa esplicitamente merce. Il rifiuto iniziale dei 45 euro torna come un’eco crudele, e ciò che Dana aveva cercato di evitare all’inizio diventa l’unico linguaggio possibile.
Dana e Jasmine si trovano su un barcone: l’Europa è ormai alle spalle, davanti c’è l’Africa come ultima possibilità di salvezza. Una giovane donna europea diventa migrante. Il privilegio occidentale si capovolge. Ciò che prima era diritto ora è favore, e ciò che era scontato ora è inaccessibile. La violenza, lo sfruttamento, l’umiliazione non sono più eccezioni.
Mentre il barcone, con a bordo centinaia di altri migranti, va dirigendosi verso gli scogli, il testo offerto dall’angelo-bibliotecario è “Come trattenere il respiro”. Il corpo di Dana viene inzuppato d’acqua. Una semplice bottiglia contiene tutto il mare di cui gli spettatori hanno bisogno.
Il riferimento al “Faust” è evidente ma non è riscrittura né citazione colta. Faust funziona come architettura invisibile, come struttura di fondo che organizza il conflitto. Non c’è patto, non c’è promessa di conoscenza, non c’è tensione prometeica. Rimane però intatta la “logica della transazione”.
Il diavolo rappresentato in questo testo dalla drammaturga e regista inglese Zinnie Harris non tenta, non seduce, non inganna. Non è neppure un grande stratega del male. È un funzionario. Un amministratore. Un regolatore. Ha bisogno che le cose tornino, che i conti si chiudano, che ogni esperienza trovi una forma economica, contrattuale, misurabile. Non vuole l’anima di Dana. Vuole normalizzare ciò che è accaduto tra loro.
In questo senso, “Come trattenere il respiro” prende Faust e lo svuota della sua verticalità metafisica, per distenderlo su un piano orizzontale. Il male non come eccezione, ma come procedura.
La figura dell’angelo-bibliotecario completa il quadro. Se il diavolo, messo in scena da Marco Maccieri, amministra il debito, l’angelo amministra l’adattamento. Non salva, non protegge, non interviene. Fornisce strumenti per restare a galla senza mai mettere in discussione il sistema. È una presenza gentile e inquietante insieme, perché pur non essendo ostile, è insopportabilmente e inutilmente utile.
Il corpo di Dana diventa allora il vero campo di battaglia. Parabola individuale per un andamento chiaramente politico. Dana clinicamente è morta e il diavolo compirà il suo gesto più ambiguo, per un finale profondamente faustiano, ma senza redenzione. Non c’è dannazione spettacolare, non c’è salvezza ultraterrena.

La regia di Marco Plini accompagna questa scrittura senza mai sovraccaricarla. Il dispositivo della lettura che diventa lentamente incarnazione, senza un punto di rottura visibile; mostra come il collasso non arrivi mai come evento traumatico isolato, ma come una serie di piccoli slittamenti, di aggiustamenti successivi. Nulla esplode davvero. Tutto scivola.
Quanto dialoga con le notizie sempre più disturbanti cui assistiamo ogni giorno, ma nessuna capace di annunciare la vera catastrofe, la fine, lo scoppio, il collasso?
Tutto sta lentamente scivolando verso una nuova normalità che non ci fa alzare un tremendo grido di indignazione.
La drammaturgia di Harris si rivela qui come una delle voci più lucide e feroci della scena contemporanea. Non consola, non assolve, non offre vie di fuga simboliche. Costringe lo spettatore a restare dentro il racconto, a trattenere il respiro insieme alla protagonista fino all’ultimo. Il crollo dell’Europa non viene proclamato ma viene attraversato. E quando l’aria finisce, non resta che decidere se continuare comunque a respirare o lasciarsi andare.
COME TRATTENERE IL RESPIRO
Di Zinnie Harris
Traduzione di Monica Capuani
Regia di Marco Plini
con Fabio Banfo, Luca Cattani, Cecilia Di Donato, Alice Giroldini, Marco Maccieri
Disegno luci di Fabio Bozzetta
Musiche originali di Alessandro Deflorio
Dramaturg Monica Capuani
Assistente alla regia Elena C. Patacchini
Produzione Centro Teatrale MaMiMò e Teatro Nazionale di Genova
Per gentile concessione dell’Agenzia Danesi Tolnay
durata: 1h 45
applausi del pubblico: 3’ 30’’
Visto a Milano, Teatro Fontana, l’8 febbraio 2026
