Creare sogni di libertà. I 50 anni dell’Odin Teatret, dal Salento a Milano

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Eugenio Barba ha ricevuto la cittadinanza onoraria dalla città di Gallipoli
Eugenio Barba ha ricevuto la cittadinanza onoraria dalla città di Gallipoli, da cui partì, appena quattordicenne, nel 1954
Eugenio Barba ha ricevuto la cittadinanza onoraria dalla città di Gallipoli, da cui partì, appena quattordicenne, nel 1954

Un sorriso divertito accoglie l’invito a partire dall’autobiografia “Bruciare le case”, ma immediatamente l’espressione si fa concentrata a ricomporre un discorso interiore antico ma straordinariamente contemporaneo: «Prima di raccontarvi come si ‘bruciano le case’ permettetemi di ringraziare un postino danese che, nel 1964, fu eletto sindaco di una cittadina di circa quindicimila abitanti nel nord dello Jutland».

È così che Eugenio Barba esordisce dopo i saluti di rappresentanza in occasione dell’incontro con la stampa nel foyer dei Cantieri Teatrali Koreja di Lecce.

Su un divanetto rosso, seduto accanto a due assessori – Silvia Godelli (Regione Puglia) e Luigi Coclite (Comune di Lecce) – e due amministratori – Carmelo Grassi (Teatro Pubblico Pugliese) e Franco Ungaro (Koreja) –, intercetta volentieri l’occasione per ragionare di teatro e di politiche culturali, intrecciando frammenti di quell’‘epica’ che fu incarnata dalla sua propria esistenza e da quella dell’Odin Teatret.


La pelle che appare ancora più scura sotto i capelli bianchissimi, quel modo di abitare il corpo che dice tutta la gioia quasi adolescenziale di chi ha trovato la libertà, arrabbiato ma non furioso, la capacità di transitare dal placido all’enfatico, parla il maestro: «In piena crisi economica – racconta – in uno scenario di fabbriche chiuse e di ragazzi che se ne andavano, questo postino che aveva soltanto le classi elementari si pose il fondamentale interrogativo: ‘Perché?’ Perché nessuno decide di investire a Holstebro? E l’ipotesi che azzardò fu: perché manca la cultura».

Ecco dunque il racconto della nascita di un piccolo, minuscolo museo ed il quasi rocambolesco acquisto a Parigi di una statua di Giacometti, esibita non in una vetrinetta ma davanti alla chiesa del paese!

Una risata sale dal pubblico, prevalentemente composto da giornalisti. «Una risata che doveva assomigliare molto a quella della Danimarca – constata – nella direzione di quei poveri ‘poppiti’ dello Jutland». E utilizza splendidamente questa espressione semidialettale brindisina, Eugenio Barba – chissà se inconsapevolmente – che si usa per dire chi vive fuori le mura: fuori dall’oppidum.
Lui, che a Brindisi vi è nato ma non vi ha vissuto. Lui, che di Gallipoli accetta la cittadinanza onoraria nonostante le polemiche delle ultime settimane.

E dopo l’arte, il teatro. La storia di un’infermiera di Holstebro che da attrice dilettante vide a Oslo un ‘teatro straordinario’ fatto da attori che erano anche loro dei dilettanti. La richiesta al suo sindaco di invitare questi attori dilettanti a risiedere nella cittadina e la decisione di rendere questo invito effettivo. La resistenza da parte dei cittadini, una vera e propria rivolta animata da un sentimento che è di tutti noi: «La nostra incapacità di tollerare se non quello che per noi è sensato, senza spendere un solo minuto per tentare di identificarci con l’altro».

Ecco dunque che il ringraziamento a quel sindaco-postino è in realtà un ringraziamento a quei politici che (se ancora ve ne sono) con coraggio difendono ‘il teatro dello straniero’, da intendersi come grande figura di un immaginario utopico (eutopico?) che le politiche culturali di ogni piccola o meno piccola realtà locale potrebbe fecondare.
Poiché questo era l’Odin nel 1964 (quando è nato), una compagnia di attori rifiutati dalle accademie. Un’esperienza di persone che hanno preso in mano la loro vita e hanno fatto quello che era per loro necessario: il teatro.

«Essere italiano all’estero nel 1954 voleva dire essere trattato come il figlio del fascista che aveva collaborato con Hitler e con Franco e che aveva usato i lanciafiamme in Abbissinia. Era di questo che si ricordavano molti operai che erano stati volontari nelle brigate internazionali in Spagna».

Ecco dunque l’Odin diventare un luogo della dignità: un luogo dove estendere l’essere diverso attraverso un’altra maniera di comportarsi insieme ad altri che diversamente erano stati esclusi. «E se la cultura serve a qualcosa è per creare un ‘noi’ e non per sottolineare le divaricazioni, le distanze, i pregiudizi. ll teatro non può cambiare molto: al massimo cambia un pugno di attori e spettatori pervasi da un virus che vive nel loro DNA interiore, ma uno spettacolo di teatro è una tregua. Un momento in cui le distanze vengono annullate. Ed è questo il compito dei politici. È questo il compito della cultura: creare momenti collettivi dove noi sentiamo tutti, nonostante le nostre differenze, distanze e rifiuti l’uno verso l’altro, che apparteniamo a qualcosa».

La vita cronica, dedicato a Anna Politkovskaya e Natalia Estemirova, sarà in scena da domani a Milano (photo: Rina Skeel)
La vita cronica, dedicato a Anna Politkovskaya e Natalia Estemirova, sarà in scena da domani a Milano (photo: Rina Skeel)

Una necessità non primaria ma fondante, di cui questa ‘mente collettiva’ che è l’ensemble danese si fa motivatore ovunque approda, giacché ogni attore e attrice che la compone è portatore e portatrice di mondi e di modi.

L’Odin Teatret ha abituato alla stranezza e al differente, a qualcosa che talvolta è incomprensibile finanche al suo regista – confessa candidamente Barba –, ma ha di certo creato un modello culturale: «E quindi sì, se il teatro non pensa a creare questo momento transtorio del ‘noi’, se i politici e gli artisti di un luogo non sanno seguire l’esempio del postino di Holstebro diventato sindaco, veramente si perde l’unica occasione per avere e creare sogni di libertà».

Il video che vi presentiamo oggi è realizzato da Paola Pepe che lo descrive così: “è un insieme di scatti e riprese non professionali che ripercorrono alcuni momenti della settimana leccese di festeggiamenti per i 50 anni di attività dell’Odin Teatret – anticipa Paola – La maggior parte delle foto sono di Alessandro Colazzo, mentre altre sono state rubate al pubblico di Facebook. I video sono invece stati girati col mio fidato S4. L’aperitivo inaugurale, le prove e la serata del Banchetto di Poesia incrociano il baratto di Carpignano Salentino: un breve percorso, un tragitto fatto con l’Odin e con tutto il pubblico che vede in Koreja e nel teatro un modo “altro” per fare comunità. Una grande festa, una testimonianza di come l’arte e lo scambio culturale possano fecondare un territorio”.

E dopo il Salento, da stasera fino al 26 ottobre Barba e l’Odin arrivano a Milano, al Teatro Elfo Puccini per proseguire con una serie di eventi i festeggiamenti per questi primi 50 anni.

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