Crowd di Gisèle Vienne. A Short Theatre esplodono i palchi dell’artista franco-austriaca

Crowd (photo: Estelle Hanania)
Crowd (photo: Estelle Hanania)

Al Teatro Argentina di Roma un rave party per mettere in scena la ritualità sociale della festa

Come l’arcinoto orologio rotto, che due volte al giorno si ritrova a segnare l’ora esatta, così la folla di “Crowd” di Gisèle Vienne sembra sovrapporsi, ma solo per pochi attimi, con il palco di un spettacolo di limpida e ruggente modern dance. È tutta un’illusione – e a quante illusioni, per niente sognanti o consolatorie, ci mettono di fronte le spietate costruzioni sceniche dell’artista franco-austriaca, maestra dell’alto terrore in scena, del consapevole affondo di bisturi.
Siamo in uno spiazzo di terra grassa, ed è un rave quello che sta per svolgersi e che occuperà tutta la durata della performance al Teatro Argentina. Assistiamo all’ultimo atto del notevole progetto “Prisma – Inventario di bagliori, Gisèle Vienne nella città di Roma”, firmato Short Theatre e Piersandra Di Matteo, che porta la burattinaia, coreografa, regista nella Capitale, dove tra spettacoli, proiezioni, una mostra (con presentazione di Elsa Dorlin) e una pubblicazione di Bernard Voilloux per Nero Editions, si tenta di restituire una prima immagine dell’identità di un’artista nelle diverse declinazioni del suo lavoro. E nel tempo.

È precisamente nel tempo, un tempo interno, reso materia sensibile, che si gioca la partita di “Crowd”. Ne è segnale la stessa entrata, al rallentatore, dei performer, uno dopo l’altro – saranno quattordici in tutto.
La lentezza dell’esecuzione, il ralenti, è un tratto dell’artista centrale anche in “L’Etang”, l’altro lavoro in scena nei giorni di Short, una dissociata riscrittura del breve dramma giovanile di Robert Walser, in cui il giovane Fritz, figlio non amato, pensa di suicidarsi in uno stagno (sarà lo stesso dove Woyzeck getta il coltello sporco del sangue di Maria?), salvo poi desistere. Affogato in un abbacinante rettangolo opalescente (“Il bianco riflette i colori della brutalità”, scrive Elsa Dorlin), dove all’orrore di un’adolescenza negletta non è consentito nemmeno il rifugio di un angolo d’ombra, “L’Etang” è la perfetta coincidenza di un lavoro d’attore, sugli attori, con una radicale riscrittura scenica, in cui il muro dei significanti si abbatte sulla platea in un fortissimo esasperato, talvolta esasperante, appunto dilatato in una lentezza impietosa.

Ma quello di “Crowd” è un tempo diverso, non si trascina implacabile e bianco, anzi, durante il rave si dimostra disponibile a essere distorto, ridotto a stasi potenzialmente eterne, ricostituito talvolta nella forma tangibile del ritmo di una musica. È lì che i tempi forti della battuta strattonano i corpi, li agganciano a un’extrasistole continua, a un tempo che non è quello della vita, ma quello di un nuovo flusso claudicante che snatura ogni gesto, che muta il corpo umano in qualcosa di cui si ha per la prima volta nozione.
“Nel lavoro di Gisèle Vienne – scrive appunto Voilloux – le intensità che attraversano il palcoscenico […] sono costantemente in movimento, all’interno come all’esterno delle attribuzioni semantiche e spaziali legate alla scena: immobilità vibranti e corse folli”.


In mezzo a queste dilatazioni e compressioni, che posizionano la musica in uno stato tra il diegetico e l’extradiegetico, c’è spazio per tutto. “Vicende nomadi” le chiama sempre lo studioso francese, un serpeggiare di azioni in una coesistenza capace di contenere tutto, garantita dalla ferrea reinvenzione del tempo, anche sfaldato in piani coesistenti ma non coincidenti, sdoppiamenti patetici, in cui un pianto si conquista la propria durata affettiva, quotidiana, mentre il rave prosegue sul suo piano temporale rallentato.

Non manca neppure qualcosa che sa di relazione umana: sono brevi e frequenti incontri tra i “personaggi” in scena, contatti belligeranti potenzialmente devastanti ma quasi sempre subito spenti, attrazioni erotiche che paiono nate dalla casualità, da un incontro fortuito, addirittura più fortuito della prossimità spaziale. Né manca, in questo consesso del contatto, dello sfioramento epidermico e della creazione di sistemi caotici (come un “Bermudas” di Michele Di Stefano sporco di terra e in abiti quotidiani) il luogo per l’intimità di qualcosa che potremmo definire la consapevolezza del dolore, giocata forse con troppa evidenza nel luogo comune dell’estrema euforia che precipita, al suo acme, nell’estrema disperazione.

I corpi singoli dei performer, infine, non si sottraggono a un andirivieni tra questa microscopica umanità (non vi pare di averla conosciuta, quella ragazza minuta che salta dappertutto, quello con la testa rasata, irritabile, minacciosamente cupo?) e momenti di elevazione corale, nell’illusione di una coreografia moderna, appunto, o nella forma eterna di un tableau vivant, di un apparato sacro che ricorda, sotto le magnifiche luci di Patrick Riou, le folle ploranti o piene di orrore di Gaudenzio Ferrari al Sacro Monte di Varallo.
E poi piovono a pioggia uno, due pacchi di patatine esplosi, come eiaculazioni, e bottigliette si versano, un inatteso denso fumo si sprigiona da un paio di giubbotti: il rapimento dell’esistente aggancia il pubblico, che pur rimanendo un’ora e mezza sempre al di qua della possibilità di un’esperienza rituale di partecipazione, cede ipnotizzato dallo spazio totale di un palco che avvince e doma il tempo.

Crowd
ideazione, coreografia e scenografia Gisèle Vienne
con l’aiuto di Anja Röttgerkamp e Nuria Guiu Sagarra
luci Patrick Riou
drammaturgia Gisèle Vienne e Denis Cooper
selezioni musicali a cura di Underground Resistance, KTL, Vapour Space
DJ Rolando, Drexciya, The Martian, Choice, Jeff Mills, Peter Rehberg
Manuel Göttsching, Sun Electric e Global Communication
selezione della playlist a cura di Peter Rehberg
responsabile del sound diffusion Stephen O’Malley
performer Lucas Bassereau, Philip Berlin, Marine Chesnais, Sylvain Decloitre, Sophie Demeyer, Vincent Dupuy, Rehin Hollant, Georges Labbat, Theo Livesey, Maya Masse, Katia Petrowick, Linn Ragnarsson, Jonathan Schatz, Henrietta Wallberg in alternanza con Morgane Bonis e Tyra Wigg

Durata: 1h 30′
Applausi del pubblico: 2′ 30”

Visto a Roma, Teatro Argentina, il 18 settembre 2022
Short Theatre

 

 

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