Davide Verazzani e il progetto “Fatti di Storia”: raccontare il passato con leggerezza

Davide Verazzani
Davide Verazzani

Dalla Milano degli Sforza all’Ungheria del ’56, il narratore meneghino riscrive il modo di fare divulgazione storica in scena

C’è chi racconta la storia con date e manuali, e chi sceglie di portarla in scena con il linguaggio diretto, evocativo e coinvolgente del teatro di narrazione. È il caso di Davide Verazzani, autore e narratore milanese, ideatore del progetto “Fatti di Storia”, una serie di spettacoli che uniscono rigore storico e capacità divulgativa, con uno stile disincantato e spesso ironico, capace di parlare a pubblici molto diversi tra loro.

Partito quasi per caso nel 2014, “Fatti di Storia” si è affermato negli anni come un modo originale di guardare al passato: non con intento didascalico, ma con l’obiettivo di restituire senso, profondità e attualità agli eventi storici attraverso il filtro del teatro. Niente scenografie elaborate né personaggi in costume: a dominare la scena è la parola, guidata da un narratore che costruisce ponti tra passato e presente, mescolando aneddoti, riflessioni e colpi di scena.
In questa intervista, Verazzani racconta l’origine del progetto, i retroscena degli spettacoli più amati, il rapporto con il pubblico (anche scolastico) e le sfide di portare il teatro fuori dai palcoscenici tradizionali. Perché, come dimostrano le sue storie, la Storia può ancora sorprenderci. E magari emozionarci.

Com’è nato “Fatti di Storia”, quali spettacoli comprende e quale è stato il suo obiettivo principale fin dall’inizio?
Come a volte accade, il progetto è nato quasi per caso: nel 2014 un’amica, apprezzando la mia dimestichezza con la scrittura (nonostante ai tempi facessi soprattutto il consulente aziendale), mi ha chiesto di scrivere un testo teatrale che raccontasse vicende del passato milanese dedicato ai frequentatori del CAM (Centro di Aggregazione Multifunzionale) Scaldasole, di cui lei gestiva il palinsesto culturale. Avendolo saputo, un vecchio amico mi ha chiesto di replicare presso la biblioteca di Affori, quartiere a Nord di Milano dove sono cresciuto. Il successo in entrambi i casi è stato tale da farmi pensare che ci fosse spazio per un racconto della Storia diverso dai convegni o dalle conferenze-spettacolo, attraverso spettacoli teatrali veri e propri con le radici nei canoni del teatro di narrazione così come sono stati fissati, in questi ultimi decenni, da Marco Baliani, Marco Paolini, Laura Curino, e da Giuliana Musso in alcuni suoi spettacoli, ma anche con la capacità di incontrare pubblici di ogni genere e età. Da lì alla creazione di un progetto vero e proprio, chiamato “Fatti di Storia”, il passo è stato breve. Lo scopo non è didattico, ma è quello di avvicinare un pubblico ampio a un nuovo modo di osservare il passato e di mostrarne la vicinanza a temi universali in cui ci si possa riconoscere.

In che modo il teatro di narrazione di “Fatti di Storia” si differenzia dal teatro tradizionale, e perché hai scelto di usare uno stile disincantato e leggero?
Negli spettacoli di “Fatti di Storia” non esistono personaggi: anche se a volte ci sono scambi in discorso diretto, ovviamente immaginari, a parlare è un narratore onnisciente che quindi può permettersi di usare il linguaggio che più gli aggrada, spesso moderno e, appunto, leggero, trasportando i racconti del passato in una contemporaneità che ce li rende più fruibili e comprensibili. Questo favorisce l’attenzione del pubblico e la sua immedesimazione, senza togliere profondità alla vicenda.

Tra gli spettacoli presentati, quale ti ha coinvolto di più e perché? Ci sono storie che ti sono particolarmente care?
Difficile rispondere a una simile domanda, perché li sento tutti quanti molto vivi e interroganti. Anche se sono particolarmente grato a “Game of Sforza”, lo spettacolo da cui è nato tutto e che replico ogni estate al Castello Sforzesco da 9 anni con un bel successo, non lo ritengo il migliore che ho scritto. Per questioni personali di vario tipo mi sento particolarmente vicino a “Il ‘56”, che racconta la dissoluzione del sogno riformista ungherese attraverso le peripezie della nazionale di calcio e del suo capitano, Ferenc Puskas (e che tra l’altro, stranamente, è l’unico spettacolo in cui interpreto due personaggi, oltre al narratore), e sono contento di aver raccontato in modo anti-retorico la tregua sul fronte occidentale nel Natale 1914 in “La tregua di Natale”.

Come scegli le storie e gli eventi da rappresentare? 
Le storie che scelgo di scrivere e rappresentare sono quelle che in qualche modo misterioso sono in grado di “parlarmi”, di portarmi da un’altra parte, di farmi venire in mente connessioni. Avviene per tutti gli spettacoli del progetto, anche per quelli apparentemente, per così dire, più innocui. Qualche esempio? La lettura del libro-inchiesta di una giornalista statunitense sul fatto che il Monopoly sia stato inventato, con tutt’altri fini, da una donna e non da un uomo, mi ha portato a pensare alle storture del capitalismo e alla mancanza di attenzione verso chi è in difficoltà; la curiosità di conoscere perché Rita Levi Montalcini avesse vinto il Nobel mi ha portato a una riflessione sulle difficoltà dell’essere donna e scienziata; l’interesse verso quell’“uomo bianco” presente nella famosa foto della premiazione dei 200 metri piani delle Olimpiadi di Città del Messico mi ha aperto una prospettiva narrativa particolare nei confronti delle lotte per i diritti umani.

Quali sono le sfide e le opportunità di portare il teatro in ambienti diversi dai palchi tradizionali?
La sfida più ovvia è di tipo tecnico: in luoghi non tradizionali mancano spesso le luci giuste, lo spazio scenico adatto, la sicurezza dell’attenzione del pubblico. Ma in cambio c’è la vicinanza alla gente, che quando tutto funziona bene crea un positivo corto circuito empatico in grado di amplificare i temi e le emozioni del racconto.

Parlaci di come vengono utilizzate musica e immagini negli spettacoli: qual è il ruolo di questi elementi nel racconto?
Il mio è un teatro soprattutto di parola. Non ci sono quasi mai musiche e immagini, e nei pochi casi in cui sono inserite, esse hanno la funzione di sottolineare il racconto, anche quando la scrittura è a blocchi che necessitano di una piccola pausa dall’uno all’altro. Cerco di scrivere in modo quasi cinematografico, facendo “vedere” le vicende che racconto attraverso parole che evochino immagini e situazioni concrete, in cui vorrei che il pubblico caschi per sentirsi proprio lì, a rivivere quelle stesse situazioni che evoco con il racconto.

“Game of Sforza” è paragonato a una puntata di “Game of Thrones”. Come riesci a rendere storie arcaiche così moderne e coinvolgenti per il pubblico di oggi?
Il tentativo è quello di far vedere come non ci sia poi molta differenza tra le emozioni e le pulsioni di un condottiero del XV secolo e le nostre. E per questo motivo uso un linguaggio moderno e semplice e continue similitudini alla contemporaneità, così da far comprendere questo assunto di base. Cerco di non essere mai banale, ma anche non libresco e pedante. Una via di mezzo, insomma, che il pubblico sembra sempre apprezzare.

Quali sono le reazioni più frequenti del pubblico, e come percepisci l’impatto di questo tipo di teatro sulla comprensione della storia?
Al pubblico in genere piace molto questo modo sia di raccontare la Storia che di fare teatro, lo percepisce molto vicino a sé, quasi partecipativo. Molti poi mi dicono “se a scuola ci avessero insegnato la storia così!”: per me è un gran complimento, anche se è chiaramente inattuabile perché a un professore non è richiesta la competenza del drammaturgo o dell’attore. Spero però che i miei spettacoli smuovano qualche interesse sopito e facciano comprendere che la Storia è composta di fatti interconnessi, e che guardandola da punti di vista inediti o poco conosciuti si possa comprenderne i vari significati simbolici.

Il progetto è anche rivolto alle scuole e agli istituti scolastici. Come viene adattato lo spettacolo per un pubblico giovane o scolastico?
La cosa più sorprendente è che gli spettacoli non vengono cambiati granché. Al limite, vengono usate parole più semplici e tolte le (poche) volgarità. Ho riscontrato un’attenzione incredibile da parte di alunni anche della scuola primaria verso spettacoli i cui temi non sono certamente semplici, e questo la dice lunga sul potere della parola.

Quali sono i tuoi progetti futuri o le nuove storie che vorresti portare in scena?
Intanto, mi preparo alla partecipazione al Festival della Parola di Parma, stasera 28 giugno, con “Mio marito sono io”, lo spettacolo su Rita Levi Montalcini, e al decimo anno consecutivo di “Game of Sforza” al Castello Sforzesco di Milano, previsto per il 22 luglio.
In un futuro, mi piacerebbe raccontare qualcosa che sia collegato ai fumetti con cui sono cresciuto, dalla Paperopoli disneyana al Corto Maltese di Hugo Pratt, ma devo ancora capire come rendere universale questo mio ricordo personale, oltre al fatto che l’emozione della memoria temo mi renda difficile la giusta distanza. Infine, ho un paio di fissazioni personali, che per ora tengo riservate ma prima o poi vorrei diventassero spettacoli: per ora rimuginano tra la testa e la pancia, come tutti gli altri racconti che fanno parte di “Fatti di Storia”, e spero verrà il tempo per farle diventare realtà teatrale.

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