Lo spettacolo sancisce la collaborazione tra la rassegna in corso a Pompei, organizzata dal Teatro di Napoli, e il Campania Teatro Festival
“Golem” di Amos Gitai è suggestione nella suggestione: la suggestione senza tempo dello spazio del Teatro Grande degli Scavi di Pompei, rubato all’antico e regalato al presente e in cui – parafrasando T. S. Eliot – quando si torna è un po’ come ritornare dove s’era già stati eppure essere comunque lì per la prima volta; ed è suggestione ulteriore veder rivivere (rielaborato) il mito di una cultura altra, altrettanto arcaica, in un luogo elettivamente affine. Il Golem, nella cultura ebraica, è una figura simbologica molto forte, gigante di fango e d’argilla dei rituali cabalistici che prende forma d’automa nel quale s’insuffla respiro vitale facendo sì che materia informe e inanimata si plasmi diventando creatura viva e possente, in grado d’offrire protezione al popolo di cui è nume.
La cavea di pietra è un abbraccio che sembra più caldo grazie alla calura del primo giorno d’estate che refolo alcuno non giunge a mitigare. Lo spazio scenico è concepito per adattare le vestigia antiche alle esigenze moderne, sicché un tappeto bianco ricopre la superficie dell’orchestra (che impropriamente chiameremo scena), alle cui spalle il palco fungerà da postazione per chi eseguirà le musiche dal vivo, mentre il fondale si trasformerà presto in un telo panoramico su cui scorreranno immagini filmiche che, insieme all’azione scenica e alle musiche, concorreranno a costruire un sincretico apparato di linguaggi complementari.
Amos Gitai è architetto per formazione, regista cinematografico per professione e costruisce un impianto scenico e drammaturgico che si affida alle proprie perizie, innervandovi con bilanciato equilibrio i movimenti dei sette attori – Bahira Ablassi, Irène Jacob, Micha Lescot, Laurent Naouri, Menashe Noy, Minas Qarawany, Anne-Laure Ségla – che alterneranno narrazione e recitazione (alla cui intelligibilità contribuiranno i sovratitoli in italiano e inglese), il tutto inframmezzato da musiche, canti e videoproiezioni.
Il suono d’un’arpa funge da preludio. Di lì a poco cominceranno a scorrere immagini sul fondale; immagini di soldati, di deportazione, immagini a colori che poi trascoloreranno in un bianco e nero di cent’anni fa che ci riporta all’ora più buia del Novecento. Nel frattempo, i performer invadono la scena conducendo carrelli ricolmi di cenci: verranno sparpagliati all’intorno, metonimia d’una diaspora. Eppure, in questa temperie di linguaggi d’arte, è la parola ad essere protagonista principale; una parola che veicola senso e storie in un’apparente babele d’idiomi, tra i quali svetta l’yiddish, lingua morente eppur vivissima che non conosce parole d’odio ma appartiene materna ad autori come Isaac B. Singer o Joseph Roth, o allo stesso regista, le cui parole risuonano mentre cita anche sé stesso e la propria opera, quando ci racconta, con parole e immagini, della piccola Tsili (protagonista eponima d’un suo film del 2014), che scappa nella foresta per sopravvivere al massacro.
Si susseguono i racconti, spaziano come i corpi nel mezzo della scena, il fondale cambia adattandosi a ciò che si narra e pian piano prende vita, forma e corporeità il mito del Golem, feticcio cabalistico di una cultura dell’esilio che è atavicamente appartenuta al popolo ebraico. E proprio prendendo le mosse dal racconto di Singer, assistiamo a un potente affresco dinamico della persecuzione perpetrata contro giudei di varie latitudini tacciati artatamente di nequizie e stregonerie; in particolar modo, nella sua parte più propriamente recitata, lo spettacolo ci racconta d’un processo nella Praga cinquecentesca, dove la taccia mendace d’essere rapitori e uccisori di bambini s’abbatteva su ebrei ignari e innocenti, ritenuti rei di usare sangue infantile per i propri impasti rituali. Ed è qui, dal racconto di Singer e dall’evocazione della figura magica del Maharal di Praga Rabbi Loew, che comincia a materiarsi sulla scena la figura salvifica del Golem, la cui azione è veicolata e indirizzata al giusto grazie alla parola dell’uomo saggio. D’argilla e di polvere la materia, il soffio dell’uomo a dare la vita, il tutto è icasticamente rappresentato ed evocato in scena da corpi che progressivamente mutano sembiante, dei quali uno in particolare, più degli altri, assumerà le fattezze del Golem, la cui missione consisterà nel riparare le ingiustizie.
Ma cos’è davvero il Golem per Amos Gitai? Al netto della sostanza arcaica e della forma moderna, qual è il soffio vitale che anima questa creatura mitologica e ne configura l’urgenza di essere rievocata al tempo presente rendendola portatrice di un messaggio? Dalla visione complessiva, quel che emerge è la volontà di sanare le sofferenze e consentire alla pace di abitare l’ecumene; il Golem degli ebrei, simbolo e feticcio, sembrerebbe non voler appartenere esclusivamente a un’unica cultura, ma possedere una sua trasversalità (”per i cristiani potrebbe essere Adamo il Golem di Dio”, dirà a un tratto uno degli attori); semplice, forse semplicistico, eppure inoppugnabile.
In una sorta di climax evocativo ascensionale, i racconti assumono crescente efferata crudezza, quando a dipingersi nelle parole scritte dall’ebreo ucraino Lamed Shapiro è l’icastica narrazione dei pogrom che deborda in una disturbante sanguinolenza ai limiti dello splatter, a cui però va dato atto di riuscire molto efficacemente a dare il senso e la misura di una crudeltà che il nostro occhio non può vedere, e che la fantasia stessa fatica a immaginare. Le fiamme che riverberano in proiezione su enormi lapidi chiare trasportate in scena suggellano il bruciore di quei corpi che la narrazione ci ha consegnato straziati.
Il testo è zeppo di riferimenti che meriterebbero conoscenza e approfondimento ermeneutico, ma pur senza andar a calare lo scandaglio dello studioso specialista, trasmette con compiutezza (invero alquanto faticosa) il proprio messaggio, che vuole effondersi fondamentalmente ecumenico, improntato a un’umanità in cerca di riconciliazione. Non c’è alcuna polarizzazione del discorso: l’idea di fondo trasmessa da Amos Gitai è incentrata su un sostanziale e pacifico universalismo, testimoniato da un ensemble attoriale multietnico e polifonico.
Di contro, certo didascalismo in esubero fornisce un aggravio sentenzioso allo spettacolo, per cui si finisce per respirare quell’atmosfera troppo densa e poco leggera dei drammi a tesi, nei quali si tende a fornire visioni – per quanto aliene da dogmatismi e prosopopee di sorta – più apodittiche che demandate all’evocazione poetica.
Resta comunque, questo “Golem”, composizione scenica che si lascia apprezzare per senso estetico e realizzazione tecnica, per la complementarità tra ciò che avviene in presenza attoriale e ciò che invece s’istoria per fotogrammi filmici, per la pluralità dei linguaggi artistici che sapientemente si bilanciano, per il disegno luci di Jean Kalman e per l’intero apparato musicale e sonoro che tutto sottolinea e nulla invade. Ne frenano la vis poetica certa strascicata lungaggine (nelle scene che si protraggono, nei movimenti cadenzati degli attori che si trascinano a oltranza), e soprattutto quel surplus retorico che raggiunge l’acme allorquando, in fin di recita, ciascuno degli attori si alterna a centro scena per raccontare di sé, della propria vita e del proprio personalissimo Golem.
Lo spettacolo dunque s’apprezza ma non entusiasma. Flebile è la scia che si lascia dietro nella notte pompeiana. Con qualche lampo di bellezza che avrebbe meritato d’acquisire maggiore spessore, ma che finirà per rimanere nella nostra memoria come una creatura non perfettamente plasmata. Come un Golem a cui sia mancato l’estremo soffio vitale.
Golem
testo Amos Gitai e Marie-José Sanselme
regia Amos Gitai
con Bahira Ablassi, Irène Jacob, Micha Lescot, Laurent Naouri, Menashe Noy, Minas Qarawany, Anne-Laure Ségla
musicisti Alexey Kochetkov, Kioomars Musayyebi, Florian Pichlbauer
cantanti Amandine Bontemps, Zoé Fouray, Sophie Leleu, Lucy Page
ricerca Rivka Markovitski Gitai
assistenti alla regia Céline Bodis, Anat Golan, Kelly Claudette
luci Jean Kalman
assistente Juliette de Charnacé
suono Éric Neveux
scene Amos Gitai assistente Sara Arneberg Gitai
trucco e parrucco Cécile Kretschmar
costumi Fanny Brouste assistenti Isabelle Flosi e Emmanuelle Sanvoisin
video Laurent Truchot
consulente musicale e direttore del coro Richard Wilberforce
preparazione e gestione sovratitoli Katharina Bader
consulente yiddish Shahar Fineberg
realizzazione accessori, costumi e scenografia ateliers de La Colline
produzione La Colline – théâtre national
responsabile di produzione Audrey Sterlingots
luci Gilles Thomain
suono Valentin Chancelle
video Alexis Cohen
direttore di scena Morgane Bullet
sarta Angèle Gaspar
trucco e parrucco in tour Jean Ritz
foto di Simon Gosselin
produzione della tournèe internazionale Sorcières&Cie
capo della produzione Véeronique Felenbok
gestione tour Ondine Buvat
produzione La Colline – théâtre national
si ringrazia il Théâtre du Châtelet e Cécile Trémolières
spettacolo in tedesco, inglese, arabo, spagnolo, francese, ebraico, russo, yiddish
sovratitolato in italiano
spettacolo presentato in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival
durata 2h 30’
applausi del pubblico 3’ 30’’
Visto a Pompei, Teatro Grande del Parco Archeologico, il 21 giugno 2025
