Tra ecodanza e diversità, Mirabilia insegue Moby Dick sotto la pioggia

Teatro dei Venti a Cuneo (ph: Andrea Macchia)
Teatro dei Venti a Cuneo (ph: Andrea Macchia)

A Cuneo le mirabolanti invenzioni di Teatro dei Venti, le fantasie circensi di Duo Linda, l’ecodanza di EgriBianco e l’elogio delle diversità di Abbondanza/Bertoni

Cuneo è una città composta ed elegante, con le sue geometrie rigorose, i suoi palazzi sobri d’epoca medioevale, le chiese-scrigno che custodiscono spazi raccolti e profondità maestose. I chilometri di portici trasudano memorie risorgimentali e partigiane, e preservano l’anima commerciale della città. Tra i prodotti irrinunciabili di questo centro industrioso, i cioccolatini liquorosi. Si chiamano cuneesi come gli abitanti, e degli abitanti rispecchiano il carattere: robusto e dolceamaro come il cacao, sanguigno e indomito come il rhum.
Sorniona come il Barolo, allegra e naturale come le molteplici birre artigianali che vi sono prodotte, Cuneo è una rocca inespugnabile. Trasmette un senso di protezione e sicurezza, ma anche un respiro disteso attraverso il verde che la circonda, e degrada verso le vallate che portano in Francia o nelle Langhe.

Eravamo curiosi di vedere come Cuneo avrebbe reagito all’impatto con Mirabilia, festival cresciuto tra Fossano e Alba, patria del tartufo.
Compatta e permeabile, Cuneo si lascia attraversare dalla festa, deformata da scorribande di clown, suonatori, ballerini e circensi. Nel nostro weekend piemontese ne percepiamo un assaggio al primo impatto con piazza Foro Boario, con i circensi in erba della scuola Il Gecko di Tarantasca. “Tela Bianca”, coreografie di Marianna Basso, Elena Ferrero e Stefania Garnero, è una festa di piazza, una trama di emozioni e sorrisi di bambine fra i sei e i tredici anni, davanti a genitori, amici e compagni di gioco. Arrampicate singole e corali. Coreografie semplici e immediate come una gita scolastica. Proprio così dovrebbe essere la scuola, non solo quella di teatro, ma anche quella tra libri, cattedre, banchi e insegnanti: scanzonata, irriverente e rilassante; collaborativa, divertente e alternativa.

EgriBiancoDanza (ph: Andrea Macchia)
EgriBiancoDanza (ph: Andrea Macchia)

Un senso di coralità arriva anche da “EartHeart, il cuore della terra” di EgriBiancoDanza. Un’installazione performativa di otto danzatori (Elisa Bertoli, Vincenzo Criniti, Carola Giarratano, Cristian Magurano, Gianna Bassan, Neil Honer, Fabio Cavaleri, Oksana Romanyuk) diretti da Raphael Bianco che interagiscono cautamente con il pubblico, nel segno di un rispetto per gli spazi personali che è una delle cifre di Mirabilia.
In “EartHeart” affiora una mappatura di suoni catturati nei diversi ecosistemi in cui i danzatori si sono esercitati, individualmente e separatamente. Creature irrelate si sciolgono nel torpore. Corpi come casse di risonanza s’incontrano e si abbarbicano come rami e radici sotterranee. Fragori ovattati, come moti nelle viscere della terra. Fruscii, sibili. Una ninna nanna assopita e misteriosa. Scalpitii, calpestii, respiri, affanni. Tachicardie, e un senso di vertigine. Prove tecniche di solitudine, quella della nostra epoca frenetica, dei contatti effimeri ed epidermici, con quel tanto di esasperazione dettata negli ultimi tempi da Covid, lockdown e mascherine. A dettare le coreografie, appunto, i suoni intercettati dagli studenti del Conservatorio di Cuneo e rielaborati dal compositore Gianluca Verlingieri. Note sorde. Danza aliena, e l’anelito verso un altrove indefinito. Teatro immersivo, che lascia tracce senza deformare. Un tempo risvoltato, metafora delle nostre inquietudini. Una danza antica. Uno spazio grigio, nebbioso, algido, e qualche spunto per lo spettatore di pensare e ripensarsi.


L’arena-circo di Mirabilia si accende ai Giardini Fresia con “La Dama Démodé” del Duo Linda. Mario Levis e Silvia Martini confezionano uno spettacolo semplice nel solco della tradizione e dell’artigianato. Démodé, appunto, nell’era dell’ipertecnologia che rischia di soffocare la fantasia. Una danza sbilenca, sballata, sguaiata. Suoni, voci e rumori eterogenei mappati, registrati, ribaditi, a creare sinfonie bislacche che interagiscono con violini e canti modalità beatboxing. Giocoleria con i cerchi. Abiti sontuosi in bilico su una tenda che diventa apparato scenografico, quinta, parte terminale di una gonna chilometrica. Archetti per violino lanciati a piroettare come birilli. E c’è persino spazio per un lancio dei coltelli temerario quanto esilarante. La risata la fa da padrona, per questo teatro che fa restare bambini nella misura in cui usa vecchie strategie.

Cuneo si ferma per l’evento più atteso. È un sabato sera cupo e piovoso ad attendere la nave più celebre della letteratura, la baleniera Pequod del romanzo “Moby Dick”, condotta dal sulfureo Capitano Achab.
Il “Moby Dick” di Teatro dei Venti riempie da solo la smisurata piazza Galimberti. Un’esperienza di teatro di comunità, con un nugolo di oltre un centinaio di bimbi-pulcino in impermeabile giallo. A precedere un gruppo di anziani, anch’essi parte trasognata della performance. Ad annunciare la nave caravanserraglio trasportata da attori acrobati, bucanieri tambureggianti, suonatori muscolosi, pittoreschi come un commando ultrà. L’onda semovente avanza, sfida la pioggia battente che per una settimana, a dispetto delle nefaste previsioni meteo, risparmia la città, e qui trova un’imprevista valvola di sfogo. La maledizione di Achab è una calamita per il cielo plumbeo di Cuneo.
La pioggia aggiunge un surplus scenografico, accentuando quel senso di rischio e fragilità. Gli attori non ne sono inibiti, anzi, paiono esaltarsi, carpendo a fondo lo spirito primitivo del romanzo. Lo spettacolo è rito tribale che unisce il jazz alla giocoleria, e sotto i lampi restituisce al pubblico ammirato l’inestricabile nodo tra follia e demoniaco, maledizione e destino. Lo show è esaltazione del dionisiaco. Sotto i nostri occhi s’innalza progressivamente una nave che diventa scheletro, balena, Leviatano. La lettura annichilente di Teatro dei Venti sdogana i misteri del romanzo: la sete di conoscenza sprofondata nell’oceano come l’Ulisse di Dante; l’anelito di contatto con un sapere che non ripudia il male; l’azzardo che s’inabissa nelle ferite, e consente l’esperienza della morte.

Doppelgänger di Abbondanza/Bertoni (ph: Andrea Macchia)
Doppelgänger di Abbondanza/Bertoni (ph: Andrea Macchia)

Se “Moby Dick” è sbornia folk, e conduce Cuneo alla deriva dentro un mare inventato, “Doppelgänger” di Abbondanza/Bertoni, con Francesco Mastrocinque (reduce dall’esperienza del laboratorio di Nerval Teatro condotto da Maurizio Lupinelli, anch’egli fra gli artefici di questa produzione) e Filippo Porro, è una danza onirica.
Due opposti dialogano. Due corpi diafani s’intersecano e accolgono. Si racchiudono, adagiandosi l’uno nell’altro come un bocciolo. Si aprono a nuove forme. Poesia dell’accudimento. Ossimoro in chiaroscuro. Bellezza di corpi scolpiti dalla luce, ripiegati in conformazioni magmatiche. Utopia della diversità.
Premio Ubu come miglior spettacolo di danza 2021, “Doppelgänger” è bruco, crisalide e farfalla. È falena che lacera la notte. La fusione dei corpi genera di continuo nuove forme, ciascuna con il proprio mistero. I due performer sono membrana e cortocircuito. Sono sistole e diastole, oppure rotazione e rivoluzione di corpi celesti uniti da un campo gravitazionale. Frattura, solitudine, ritrovamento. Maieutica e mistero. Ectoplasma. Questo dialogo al buio a tratti diventa trama di parole stentate, lapidarie, quasi monosillabe. È l’anticamera di una comunicazione che trasmette la conoscenza. È il presupposto dell’armonia, e di una corrispondenza assai prossima all’amore.

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