L’Étoile enigmatica di Rita Frongia e Stefano Vercelli

Etoile (ph: Elvio Maccheroni)
Etoile (ph: Elvio Maccheroni)

Insieme a Marco Chenevier e Francesca Sarteanesi, la parte finale di Umbria Factory Festival 22

“Étoile” è un lavoro in forma di croce. Lineare è la drammaturgia di Rita Frongia e Stefano Vercelli, in prima a Inequilibrio e poi all’Umbria Factory Festival 2022, nettamente bipartita, con le due sezioni separate da un buio: prima ci racconta di una ballerina nel camerino, poi il cambio d’abito e l’uscita in scena.
Lineare è anche la disposizione della scena atta a contenere una mobilità che, se pur mossa continuamente e convulsivamente dal proprio interno da ammiccamenti e crolli, segue due fondamentali direttrici, quella orizzontale, da destra a sinistra, e quella nel senso della profondità, dal proscenio al fondo.
Nel centro del palco, discosti, pendono due stendardi candidi, dal soffitto al pavimento, due fasce di tessuto in mezzo alle quali si svolge la maggior parte dell’azione, utili anche come telo per ombre, nella prima parte della seconda sezione.

Le due linearità di drammaturgia e “territorio scenico” si incontrano in un punto, e quel punto, il centro della croce, è come se portasse inchiodato un corpo, quello senile, spudorato, alieno di Stefano Vercelli. Sta a lui essere il protagonista (unico in scena) di come quel movimento su coordinate fisse sappia arricchirsi e gettare fuori di sé suggerimenti di senso con contrazioni, spostamenti, sguardi.

Questi tratti di ornato, intersecati alla rigidità delle forme, nella prima pagina di questo “dittico-in-uno” sono giocati attorno all’ambiguità non solo sessuale, ma più profonda o più elevata, un’ambiguità di stato, di senso della figura di Vercelli. Egli si presenta in scena con le gambe accavallate, solo i polpacci solcati da vene e i piedi sofferenti si danno alla vista del pubblico, tra le due bande bianche. Entra, poi, su rumore di chicchere, in una vestaglia lamé, i capelli radi ma soffici, lunghi, lisciati a mo’ di seduzione, sopra suoni concreti e non, elaborati in una drammaturgia sonora trainante.


La seconda parte del lavoro, peraltro breve nella sua estensione totale, tende ben presto a capitalizzare lo spaesamento, suscitato dalla qualità della presenza di Vercelli, in un secondo assolo più assestato.
Quel corpo, ormai scoperto e delineato, indossa un tutù, procede verso la platea, si espone sempre più aperto al pubblico, in un gioco di opposti in cui l’enigmaticità si agglomera in una grana più grossa: tutù/maschio; danza classica/immaginario gothic metal, quasi horror; e forse anche Kazuo Ōno / Leo de Berardinis, per citare gli acuti riferimenti di Michele Pascarella. Così l’asemantica danza di Vercelli della prima parte, indecifrabile, rischia di perdersi in un compiacimento utile, finalizzato, incasellabile. E il crocefisso, nel senso dell’uomo, sembra scendere da quel legno astratto di sofferenze per atterrare nel mondo e rischiare di farsi concreto.

È una linearità, quella di “Étoile”, che chiude una giornata nello scampolo finale del festival (quest’anno particolarmente ricco, diviso tra Foligno e Spoleto) altri due lavori che, pur appartenendo a galassie probabilmente non comunicanti nell’universo delle arti performative, condividono una “ricca povertà” di mezzi, uno statuto di asciuttezza rappresentativa che non può non colpire.

Nel primo pomeriggio si assisteva alla restituzione del workshop di Marco Chenevier (con le danzatrici Alessia Pinto e Ocèane Delbrel) “Un solo respiro” per le strade del centro folignate, qui giunto dopo aver toccato numerosi altri luoghi d’Italia. Una “passeggiata”, la definisce il coreografo valdostano, nella quale il gruppo dei partecipanti si ricava delle soste per occupare gli spazi urbani con giochi di rimandi e imitazioni tra partecipanti, interruzioni del flusso della vita cittadina in nome di modalità impensate di fruizione di quegli stessi spazi. E la dimensione di visione interna, come sempre in questi casi, si sdoppia con quella degli spettatori consapevoli che provano a ricostruire i rapporti e un’eventuale drammaturgia delle esplorazioni, e poi ancora si rispecchia negli sguardi dei passanti, incuriositi, spiazzati, talvolta addirittura terrorizzati dalle posture non quotidiane dei performer.
Ma la povertà diventa artisticamente “altissima”, come direbbe Giorgio Agamben, nel caso di “Sergio” di Francesca Sarteanesi, debuttato l’anno scorso a Kilowatt Festival che con un’economia di mezzi controbilanciata da un’intensità di testo e attorialità scrive un vero e proprio dramma, esilarante e straziante.

Étoile
con Stefano Vercelli
creazione Vercelli / Frongia
drammaturgia Rita Frongia
produzione Artisti Drama
con la collaborazione di Fondazione Armunia

durata: 50′
applausi del pubblico: 1′ 50”

Visto a Foligno, Umbria Factory Festival, il 15 ottobre 2022

 

 

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