Extrémofilo di Lisandro Rodríguez: sopravvivere alle microguerre del quotidiano

Extremofilo (photo: Lisandro Rodriguez)
Extremofilo (photo: Lisandro Rodriguez)

Alla rassegna Presente Indicativo del Piccolo Teatro di Milano, il testo della regista franco-rumena Alexandra Badea

Storie d’amore, crepacuore e irrequietezza. “Extrémofilo”, testo della scrittrice e regista franco-rumena Alexandra Badea, è un lavoro fluente che esplora le inquietudini sentimentali e le crisi di coscienza di un ministro, di un pilota di droni militari e di una scienziata costretta a distruggere ecosistemi.

Va in scena in prima nazionale a Zona K, a Milano, nell’ambito di “Presente Indicativo”, la rassegna che il Piccolo Teatro dedica a Giorgio Strehler in occasione dei festeggiamenti per il centenario della nascita del regista triestino e del 75° anniversario della fondazione del primo Stabile Pubblico Italiano.

“Extrémofilo” è un lavoro diretto dall’argentino Lisandro Rodríguez, in scena con Ariel Bar-On, Anabela Brogioli e Zoilo Garcés.
Nuovi linguaggi e nuovi format teatrali: è questo il terreno di scambio tra il Piccolo e Zona K, la sala del quartiere Isola diretta da Valentina Kastlunger, Valentina Picariello e Sabrina Sinatti, che nell’ultimo decennio si è imposta in Italia come uno degli spazi più importanti dell’innovazione scenica.

“Extrémofilo” è un qualunque microrganismo capace di sopravvivere in condizioni estreme: habitat inospitali per eccessiva acidità o tossicità; particolari condizioni atmosferiche, temperature eccessivamente calde o rigide.
Il lavoro di Badea e Rodríguez conta su un testo serrato in uno spagnolo incalzante, a tratti aggressivo, che unisce ambito lavorativo e ambito sentimentale in un atto politico che pare denunciare una società in riflusso verso il capitalismo selvaggio e un neocolonialismo guerrafondaio. I sentimenti si scontrano con un pragmatismo sempre sul punto di sconfinare nel cinismo.
I dialoghi sono un intreccio di monologhi. Il ritmo è vorticoso; l’ambientazione è asfittica, quasi metafisica, vagamente ispirata alla “science fiction”. La cadenza varia, a tratti si fa meno incalzante, ma resta continuamente sostenuta. Lo spettacolo decolla.
La forma schiaccia i contenuti. Anche quando i protagonisti parlano di tutto e finiscono per parlare di niente, fanno un teatro scrosciante, astuto, avvolgente, in grado di inchiodare sulla sedia.

In “Extrémofilo” la comunicazione martellante, distopica, si ribalta nell’incomunicabilità. Di fronte agli uomini, ai loro vizi e alle loro virtù, qui non emergono giudizi rigidi, ma diverse prospettive che si scontrano l’una con l’altra. Nella narrazione si riconoscono voci molteplici. Trovano espressione varie visioni della realtà, ciascuna dotata di una sua visibilità e autonomia. Nessuna certezza appare definitiva, ma è superata in un processo di correzione continua. Viene a crearsi una pluralità prospettica: diversi modi di giudicare un fatto o un comportamento possono alternarsi, senza che s’imponga un giudizio definitivo e unilaterale. Affiora il rifiuto di ogni dogmatismo e l’apertura di fronte a un reale molteplice e mobile.

Quello che qui emerge è la forza della dialettica, il braccio di ferro tra i protagonisti che sconfina nell’aggressione, e giustifica una delle implicazioni del testo: che per fare la guerra non occorre premere un grilletto o schiacciare un pulsante.
Anche gli alibi che consentono di rimuovere i sensi di colpa sono molteplici: basta essere un anello qualunque di una catena di comando violenta e mortifera.

Sulla scena, davanti a due schermi che proiettano un profluvio di parole spagnole in lingua originale e sottotitolate, campeggia un catafalco ricoperto di un drappo tricolore bianco, blu e rosso, che ricorda – sinistramente, dato il momento storico – la bandiera della Russia.
“Extrémofilo” è una metafora della nostra epoca dilaniata da guerra e pandemie, tra disastri finanziari e ambientali. I droni sono meridiane di morte. Robot da combattimento insinuano, sottocutaneo, il seme della violenza. Lo sterminio assomiglia a un videogame. Il sesso è un modo per avvicinare il potere. E, soprattutto, basta un minuto di asservimento alle logiche di profitto per distruggere equilibri ed ecosistemi la cui sedimentazione ha richiesto milioni di anni.
“Extrémofilo” è anche il mestiere dell’attore nell’interazione convulsa e frenetica con gli altri attori. “Extrémofilo” è infine il teatro stesso. Che sopravvive e si riempie di senso nella misura in cui ci sono disagi da comprendere, malattie da guarire, convinzioni granitiche da smantellare.

EXTRÉMOFILO
un progetto di Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa,
presentato all’interno del festival “Presente Indicativo”
di Alexandra Badea
regia Lisandro Rodríguez
con Ariel Bar-On, Anabela Brogioli, Zoilo Garcés, Lisandro Rodríguez
musiche “Mundo cruel” Guillermo Rodríguez
luci Matías Sendón
produzione Débora Staiff, Estudio Los Vidrios
in collaborazione con ZONA K
si ringrazia l’Instituto Cervantes per la collaborazione
in lingua spagnola

durata: 1h 25’
applausi del pubblico: 2’

Visto a Milano, Zona K, il 20 maggio 2022
Prima nazionale

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