Tra i 200 artisti internazionali presenti, Mohamed Toukabri, Camilla Parini, Michele Di Stefano, Amir Sabra e Ata Khatab
Anche solo partecipandovi gli ultimi tre giorni, il festival Bolzano Danza, promosso dalla Fondazione Haydn, rimane sempre un’ottima occasione per gettare uno sguardo, seppur parziale, sulle diverse direzioni della danza, non solo italiana.
Nelle intenzioni dei direttori artistici, Olivier Dubois e Anouk Aspisi, la programmazione (in una 42^ edizione con oltre 40 appuntamenti in 17 differenti location) spazia a livello internazionale, con la volontà di mescolare ogni possibilità che questo linguaggio possiede, per mettersi in contatto con il mondo ma anche e soprattutto per interrogarlo.
Un punto di vista che si nota sin dal primo spettacolo a cui abbiamo assistito allo Studio del Teatro Comunale, che vede protagonista il danzatore tunisino-belga Mohamed Toukabri che, nel composito pezzo dal titolo “Every-Body-Knows-What-Tomorrow-Brings-And-We-All-Know-What-Happened-Yesterday”, ci presenta un assolo davvero di forte impatto.
La performance tende in ogni momento, anche attraverso asserzioni e domande, ad interrogare lo spettatore su quale sia la vera natura e le reali intime caratteristiche di quel corpo che gli balla davanti, mettendo in discussione gerarchie e convenzioni culturali.
Come lo stesso artista aveva raccontato in occasione della replica ospitata al Festival di Avignone dello scorso anno, per lui i corpi umani sono come archivi che portano su di sé eredità visibili e invisibili, ma anche delle responsabilità: la storia è quindi inscritta anche nelle nostre posture e nei nostri gesti. E i corpi sono testimoni, spesso silenziosi, dei rapporti di potere e delle dominazioni della storia.
Toukabri vede quindi questa coreografia come una presa di coscienza delle rispettive responsabilità, sia come cittadini che come danzatori. Per questo la danza che presenta miscela – in un turbinio di movimenti – street dance, breaking e hip-hop con forme post-moderne, diventando un vero e proprio gesto politico di natura decoloniale che si interroga su storia e identità, accompagnato dalla voce fuori campo, in arabo, della drammaturga tunisina Essia Jaïbi.
E alla fine della performance non resta che osservare, in rigoroso silenzio, come suggerisce con un cartello lui stesso, il corpo dell’artista così com’è.

Ma il festival ha nel suo Dna la volontà di rompere i confini della danza intesa nel suo senso più canonico, spaziando quindi anche nel teatro performativo per toccare tematiche attuali come, in questo caso, il rapporto con l’ambiente.
Ecco allora la performer svizzera Camilla Parini, negli spazi del Museion, in “Je suisse (or not)”, intrigarci con una curiosa performance per uno o due spettatori.
Ad aspettarci in una stanza è un tenero orso bianco, che attraverso un libro di fotografie che sfogliamo davanti a lui, ci narra la sua fragile coesistenza con il mondo. Le immagini che osserviamo nel diario, pervaso da commovente sincerità, accompagnano la vita di una donna sin dall’infanzia, facendoci intuire, anche con frasi e pensieri, tutte le paure che l’hanno attraversata e i pochi momenti di gioia goduti, sino alla scoperta di poter vivere più facilmente in un’altra pelle, quella appunto di un orso bianco.
In questo modo la performance, tra verità e possibile finzione, riesce, parlando anche di ambiente, ad instaurare un tenero e sincero rapporto personale con lo spettatore che, amorevolmente, partecipa alle difficoltà di chi vive sotto quelle strane sembianze, camuffato in quel grande animale di peluche che alla fine, pur senza conoscerlo, abbraccerà commosso.
La danza collegata al paesaggio prende forma attraverso una nuova edizione dello storico “Veduta” di Michele Di Stefano, coreografo che apprezziamo da diverso tempo, realizzata sulla terrazza assolata della biblioteca di Bolzano.
La performance ha la qualità di presentarsi sempre assolutamente diversa, tanto che il festival l’ha anche proposta in un’altra location in Val Badia. Qui viene offerta in una nuova versione ridisegnata come “Atlante Mediterraneo” e realizzata con Orbita|Spellbound, avvalendosi significativamente di performer provenienti da diversi Paesi.
Lo sguardo dello spettatore, che si muove nello spazio con apposite cuffie, aiutato dalle musiche sempre opportune di Lorenzo Bianchi Hoesch e da suoni e parole, ha la possibilità di travalicare in ogni momento le barriere di spazio e tempo che vive in quel momento: la sua immaginazione viene stuzzicata continuamente da stimoli sempre diversi, con la capacità di catapultarlo in luoghi inusitati.
I performer navigano, danzando vicini e lontani, e il paesaggio ai nostri occhi cambia ogni volta di percezione, a seconda della scelta di visione che preferiamo avere.

L’ultimo giorno, nel grande palco del Teatro Comunale, abbiamo assistito a “La Geste Stereo48 Badke (remix)”, uno spettacolo palestinese di straordinaria vitalità con protagonisti dieci performer.
Creato originariamente tra il 2013 e il 2016 per la compagnia Les ballets C de la B e per un gruppo di danzatori palestinesi, quest’anno è rinato coreografato da Amir Sabra e Ata Khatab.
La dabke è una danza popolare palestinese, qui eseguita da danzatori (sei donne e quattro uomini) di diversa provenienza, che si scatenano in un ballo davvero coinvolgente che non rimanda solo a quello tradizionale, richiamato anche festosamente da rumori di piazza e cani che abbaiano, ma che si nutre di rimandi contemporanei coinvolgendo l’hip hop, la capoeira e il circo, variando di volta in volta in teneri affettuosi duetti. Anche in questo caso la tradizione non ha paura di essere snaturata nella vana ricerca di un’autenticità perduta, ma si nutre semmai di linguaggi ibridi in continua evoluzione.
L’elemento politico, l’affermazione di un’identità da difendere pur nell’inevitabile metamorfosi della tradizione, è sempre visibile, ma mai in modo didascalico, emergendo piuttosto attraverso un gesto condiviso, che appare dall’ombra per reclamare la voglia di vivere insieme in armonia, senza alcuna paura.
Insomma, un’ora e un quarto di gioia per occhi, mente e cuore, che ha concluso in modo splendido i nostri giorni a Bolzano Danza.
